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Eurostudent 2016-2018


PRESENTAZIONE DEI RISULTATI DELLA OTTAVA INDAGINE EUROSTUDENT E DELLA INDAGINE COMPARATA EUROPEA EUROSTUDENT VI
ROMA, 12 DICEMBRE 2018
MIUR – MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA
SALA CONFERENZE “ALDO MORO”, VIALE TRASTEVERE 76/A

Università: non si accontentano della laurea, partecipano a scambi internazionali e cercano di non pesare sulle famiglie

(Mercoledì, 12 dicembre 2018) Studiano molto. Non si accontentano della laurea, ma mirano a proseguire la formazione con percorsi post universitari. Partecipano a programmi di mobilità internazionale. Fanno piccoli lavori part-time per mantenersi e per non pesare sulle famiglie. È il ritratto degli universitari italiani che emerge dall’Ottava Indagine Eurostudent per il periodo 2016-2018. L’indagine è stata presentata questa mattina al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) nel corso di una tavola rotonda a cui ha preso parte anche il Vice Ministro Lorenzo Fioramonti.

La ricerca, finanziata dal Miur e condotta dal Centro Informazioni Mobilità Equivalenze Accademiche (Cimea), disegna il profilo dello studente universitario italiano così come si è venuto a delineare negli ultimi tre anni e consente di confrontarlo, sulla base di indicatori condivisi, con quello dei suoi colleghi degli altri 27 Paesi europei che hanno partecipato all’Indagine.

La crisi economica ha modificato significativamente le abitudini degli studenti universitari e le scelte delle loro famiglie. I risultati parlano chiaro e mostrano l’identikit di uno studente dinamico e in grado di competere, e in alcuni casi superare, la media degli studenti europei. Dall’analisi dei dati raccolti appare evidente che gli studenti italiani impegnano nello studio quasi 44 ore settimanali, il 30% in più della media calcolata in Europa. Oltre la metà intende proseguire gli studi dopo la laurea e, non appena possibile, si dà da fare per contribuire a mantenersi con piccoli lavori part-time, in modo da non pesare eccessivamente sulle famiglie.
Circa il 20% degli iscritti alla laurea magistrale ha già partecipato a progetti di mobilità internazionale: una percentuale non lontana dalla media complessiva europea. Un dato che dimostra la validità delle politiche per la mobilità studentesca sulle quali così tanto sta puntando il Miur per incentivare la competitività dei nostri studenti nel mercato del lavoro dell’Eurozona. Questo perché, secondo i dati della Commissione europea, il tasso di disoccupazione a lungo termine degli ex allievi Erasmus si ferma al 2% (equivalente alla metà esatta di quello registrato fra gli studenti che non hanno partecipato al programma, il 4%).

“Guardando i risultati di questa ricerca sono molto orgoglioso dei nostri studenti – ha commentato il Vice Ministro Lorenzo Fioramonti -. Nonostante alcune difficoltà storiche del sistema universitario, i ragazzi italiani riescono a farsi valere nel confronto con i colleghi degli altri Paesi comunitari. Considero ancora più significativa la loro partecipazione agli scambi internazionali. L’università e la ricerca sono al centro dell’azione di Governo, sono strategici per il futuro del Paese. I risultati di questa Indagine ci spingono a fare sempre di più e sempre meglio”.

Otto studenti su dieci (il 79%) si dichiarano soddisfatti per la preparazione teorica data dall’università e per la sostenibilità del carico di lavoro (il 63%). Quasi la metà degli studenti (il 45%) chiede di poter avere una maggiore preparazione pratica, soprattutto nei corsi delle lauree giuridiche (il 27,6%). Mentre, all’opposto, la valutazione è decisamente positiva per i corsi che formano paramedici e insegnanti: risulta essere soddisfatto oltre il 70% degli studenti.

L’Ottava Indagine Eurostudent allarga poi il campo di osservazione al quadro economico e sociale di provenienza degli universitari. Gli studi dopo il diploma rappresentano ancora, per le famiglie italiane, le fondamenta su cui costruire il futuro dei propri figli, anche se non sono più riconosciuti quale “ascensore sociale” come accadeva fino ad alcuni anni fa. Le condizioni socio-economiche generali, e in particolare quelle della famiglia di provenienza, rappresentano elementi determinanti per la scelta dell’università e spesso anche del modo in cui affrontarla. L’analisi dei dati evidenzia come i giovani che provengono dalle famiglie meno agiate, pur di raggiungere l’obiettivo del titolo di studio, facciano scelte compatibili con le proprie risorse, come ad esempio Atenei o corsi di studio disponibili nel proprio territorio di residenza, mantenendo così la percentuale del pendolarismo al 50%.

Un altro aspetto viene messo in luce in maniera chiara: a rendere attraente un Ateneo non è tanto la sua fama scientifica o lustro accademico, quanto la capacità di sostenere gli studenti nel loro percorso offrendo servizi. I giovani, infatti, tendono sempre più a scegliere l’università in base all’offerta di borse di studio e di servizi per la didattica, meglio ancora se l’Ateneo dovesse risultare inserito in un contesto urbano e sociale e tale da favorire la possibilità di trovare un lavoro che aiuti a mantenersi. Questo sottolinea, dopo 10 anni di crisi economica, un allargamento crescente della forbice Nord/Sud e la trasformazione delle abitudini di vita degli studenti per fare i conti con la crisi.

Imparare a mettersi in gioco

IMPARARE A METTERSI IN GIOCO: IL 62% DELLE RAGAZZE PRONTE PER STUDIARE PER UN PERIODO ALL’ESTERO VS IL 38% DEI COETANEI MASCHI

I dati della ricerca dell’Osservatorio sull’internazionalizzazione delle scuole della Fondazione Intercultura presentati oggi presso la sede di Assolombarda

 

Milano, 11 ottobre 2018_ Un’esperienza di studio all’estero di lunga durata (dai tre mesi all’intero anno scolastico) durante le scuole superiori è oggi riconosciuta come una necessità crescente per gli adolescenti: maggiore sicurezza in se stessi, autonomia, consapevolezza delle proprie capacità in cui investire e dei propri limiti da accettare sono tutti elementi di primaria importanza che aiutano i nostri ragazzi a vedere più chiaramente nel loro futuro personale e professionale. Ben 7.400 adolescenti delle scuole superiori, secondo le stime di Fondazione Intercultura, hanno trascorso un periodo tra i 3 o 6 mesi o l’intero anno scolastico all’estero con un incremento del +111% dal 2009. Un importante passo in avanti nel lento ma inarrestabile cammino della scuola italiana nell’apertura verso esperienze di formazione internazionali.

Eppure, sembra che una parte considerevole dell’universo adolescenziale fatichi a rendersi conto di questi potenziali benefici e non trovi i mezzi per superare le paure e mettersi in gioco. E i dati non lasciano dubbi: si tratta soprattutto dei giovani maschi italiani, che vivono un’esperienza di studio all’estero solo nel 38% dei casi, contro il 62% delle coetanee femmine.

È quanto emerge dalla ricerca 2018 dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca promossa dalla Fondazione Intercultura in collaborazione con Ipsos (www.scuoleinternazionali.org). La ricerca, che ha coinvolto oltre 800 studenti delle scuole superiori[1] con l’obiettivo di sondare le motivazioni per cui la proposta di un’esperienza all’estero in età adolescenziale trovi terreno fertile più facilmente tra le ragazze, è stata presentata oggi dinanzi a 400 studenti delle scuole superiori lombarde nella sede dell’Assolombarda alla presenza di esperti del settore dell’educazione: il Professor Carlo Buzzi, sociologo e docente presso l’Università di Trento, la Professoressa Anna Granata dell’Università di Torino, Andrea Peduto, responsabile delle risorse umane di Edison Spa, Nando Pagnoncelli di Ipsos e il Segretario Generale di Fondazione Intercultura Roberto Ruffino.

Immaturità? Risultati scolastici poco brillanti? La passione per specifiche discipline sportive che non permettono un allontanamento da casa? Sono proprio questi i motivi – quelli che più banalmente vengono addotti – o c’è ben altro? Il risultato più evidente da questa indagine, al di là delle differenze di genere è che i giovani di oggi – la generazione “post Millennials – si trovano sballottati in un presente in continua mutazione, come spiega il Prof. Buzzi: “Ci sono tanti modi di essere giovani, spesso contemporanei ma incompatibili, a seconda del contesto. Il punto di partenza della nostra analisi sono le tendenze evolutive della cultura giovanile attraverso le quali vanno emergendo nuove sensibilità che hanno mutato i quadri generali di riferimento, le forme di percezione del vivere sociale, i modi di rapportarsi agli altri, gli schemi comportamentali che informano le pratiche del quotidiano”.

È una generazione “liquida”, quella degli studenti di oggi, che cresce con il freno a mano tirato, bloccata da tre principali elementi vissuti in maniera diversa da maschi e femmine: il sentirsi a proprio agio nel proprio alveo familiare, la classica “caverna di Platone” senza il desiderio di vedere che cosa c’è fuori; la paura verso il diverso, forse anche alimentata in questo particolare momento storico da un’opinione pubblica divisa tra l’accoglienza o meno dei migranti; il timore di assumersi responsabilità se percepite come foriere di cambiamenti irreversibili nella propria vita.

Non è un caso che una prima grande differenza riscontrata è di tipo caratteriale: i maschi (53% rispetto al 42% delle ragazze) si identificano di più con l’idea di sentirsi a proprio agio a casa propria, mentre le femmine si sentono stimolate all’idea di incontrare mondi nuovi (58% contro 47% dei ragazzi).

 

I maschi, inoltre, dice la ricerca, tendono ad evitare di assumersi responsabilità giudicate “irreversibili”, come può essere quella di trascorrere da adolescenti un lungo periodo di studio all’estero. Ad avere difficoltà a muoversi dalla propria “comfort zone” sono soprattutto i maschi: il 59% di loro non si identifica con la frase proposta dai ricercatori di Ipsos “C’è sempre un momento nella vita per scelte decisive da cui non si può tornare indietro”, una percentuale che diminuisce al 54% tra le femmine.

 

Ma quali sono dunque le motivazioni che spingono in numero maggiore le ragazze rispetto ai coetanei maschi a partire per un periodo di studio? Innanzi tutto per motivazioni di tipo “strutturale”. Da un punto di vista statistico, nonostante la popolazione scolastica delle superiori in generale sia ben distribuita (51% maschi e 49% femmine), se si va a vedere chi tra loro decide di trascorrere un periodo di scuola all’estero l’ago della bilancia si sposta nettamente verso il 62% di femmine contro il 38% dei ragazzi. Chi parte proviene prevalentemente (l’80%) da licei (dove è maggiormente concentrata la popolazione femminile) e in maggioranza si tratta di studenti brillanti, visto che il 60% di loro si considera tra i migliori della classe (si ritiene tale il 49% delle ragazze vs il 37% dei ragazzi).

 

I dati numerici da soli non sembrano però sufficienti a spiegare approfonditamente i motivi di questa netta supremazia del genere femminile verso le esperienze. Confrontando le risposte di maschi e femmine appartenenti al sottogruppo intervistato da Ipsos di chi era in procinto di partire per tale esperienza, emergono differenze significative negli aspetti più legati alla sfera motivazionale e valoriale. “Chi parte si definisce più curioso, più ambizioso, più altruista, meno introverso, meno insicuro, meno timido del complesso dei giovani. – commenta il prof Buzzi – Ma è soprattutto su due tratti che passa la differenza: l’indipendenza e la tendenza all’avventura. Chi non parte, ed esprime in tal senso nessun desiderio, mostra paura per l’ignoto, insicurezza per le cose che non si conoscono, timore a cambiare troppo le proprie abitudini, paura di stare solo. In altre parole il piano motivazionale si sovrappone a quello caratteriale. Insomma, le ragazze vogliono viaggiare perché desiderano cambiare, mentre i maschi sono più abitudinari e si sentono protetti dal loro ambiente e dalla loro quotidianità.

 

Un’altra motivazione fondamentale che divide il mondo femminile da quello maschile è la visione prospettica del proprio futuro lavorativo: i maschi si vedono impegnati maggiormente in lavori più legati all’ambito professionale con un obiettivo di carriera anche sacrificato rispetto alla qualità della vita. Le ragazze sono più proiettate verso professioni legate al settore terziario e sociale e il successo, per loro, passa più attraverso la dimensione personale che quella professionale (il 39% delle femmine vs il 34% dei maschi si dice disposta a rinunciare a parte del proprio guadagno pur di avere maggiore tempo libero).

 

Infine, nel Paese dei “mammoni”, non è trascurabile il ruolo della famiglia. Le mamme italiane, si sa, tendono a tutelare molto a lungo i propri figli. In ogni caso il contributo e l’approvazione famigliare sono fondamentali per aiutare gli adolescenti nella loro scelta di partire. La famiglia di origine fa da sprone soprattutto nei confronti delle ragazze (il 41% di loro rispetto al 35% dei coetanei maschi dice di essere stimolata ad essere autonoma e indipendente), perché sono considerate più mature. Con loro si instaura un circolo virtuoso mentre, nel caso dei maschi, il circolo è vizioso: giudicati immaturi, la famiglia li spinge a rimanere a casa, destabilizzandoli e aumentando, così, le loro insicurezze (solo i l14% rispetto al 19% delle ragazze afferma che mamma e papà approvano le loro scelte).

Roberto Ruffino, Segretario generale della Fondazione Intercultura: Il divario tra maschi e femmine evidenziato dalla ricerca non si limita all’idea di studiare all’estero: le ragazze sono più curiose, si impegnano in generale più dei ragazzi, laureandosi prima e con voti migliori, sono in grado di assumersi rischi maggiori di fronte a decisioni importanti per il loro futuro. Questa capacità più spiccata di mettersi in gioco sta portando le ragazze ad acquisire importanti vantaggi competitivi, soprattutto se si considera che un liceale di oggi si prepara a vivere in un mondo sempre più globalizzato, dove conoscere bene le lingue ed essere stati a lungo all’estero rappresentano competenze ed esperienze che contano. Tutto ciò è in netto contrasto con la tendenza della maggior parte delle organizzazioni pubbliche e private ad avere al loro interno, nei ruoli di responsabilità, una marcata prevalenza maschile rispetto a quella femminile. Non è che la punta dell’iceberg – conclude Ruffino con uno sguardo rivolto alle richieste delle aziende e del mondo lavorativo in generalema quanto abbiamo osservato evidenzia la trasformazione in corso: c’è tutto un movimento femminile che avanza con determinazione molto maggiore dei propri coetanei maschi e che necessariamente imporrà anche alle aziende, in Italia come negli altri Paesi, la necessità di dare spazio alle donne, di guardare al rapporto tra uomini e donne nella gestione della cosa pubblica o di quella privata con occhi diversi da come tradizionalmente è stato fatto in passato, soprattutto nel nostro Paese.”

 

Alla presentazione, come sempre, ha dato la propria testimonianza una rappresentanza degli studenti lombardi appena rientrati da un anno scolastico all’estero con un programma di intercultura:

 

 

10 NOVEMBRE: SCADENZA DELLE ISCRIZIONI INTERCULTURA: IN PALIO 2.200 POSTI IN TUTTO IL MONDO

Per tutti gli studenti tra i 15 e i 17 anni interessati a sviluppare le proprie capacità, a conoscere i propri talenti nascosti, a partire adolescenti per tornare adulti, mancano pochissimi giorni per iscriversi al concorso Intercultura, in scadenza il 10 novembre, sul sito www.intercultura.it.

In palio oltre 2.200 posti in 65 Paesi nei 4 continenti e oltre un migliaio di borse di studio offerte da sponsor o messe a disposizione dall’apposito fondo di Intercultura. Attualmente, sono all’estero 2.200 studenti in tutti e 4 i continenti: il 22% negli USA e Canada, il 5% in Australia e Nuova Zelanda; il 26% in America latina, il 13% in Asia, il 2% in Africa, il 32% in diversi Paesi dell’Europa.

 

Sul sito www.scuoleinternazionali.org sono disponibili le infografiche con i principali dati delle ricerche

[1] Indagine quali-quantitativa con 700 interviste ad un campione rappresentativo della popolazione studentesca italiana tra il 2° e il 5° anno (15-19 anni) e 172 interviste di sovracampionamento ad un campione rappresentativo degli studenti in partenza per un programma di mobilità annuale nell’a.s. 2018/2019



L’educazione alimentare nelle scuole italiane

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione e la Partecipazione
Dipartimento per il Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione

L’educazione alimentare nelle scuole italiane
Rapporto di Ricerca 2018

Fondazione Italiana per l‘educazione Alimentare
Food Education Italy (FEI)


Education at a Glance 2018 – OCSE

Education at a Glance 2018 – OCSE

Martedì, 11 Settembre 2018
Roma – Università LUISS
Education at a Glance 2018 – OCSE

Education at a Glance 2018
“Uno sguardo sull’educazione”

Introduce e coordina:

ANTONINO PETROLINO
Associazione TreeLLLe

Illustrano i dati:

FRANCESCO AVVISATI
Analyst

GIOVANNI MARIA SEMERARO
Statistician del
Directorate for Educational and Skills OECD


Come influisce il livello di istruzione sui divari nel mercato del lavoro tra donne e uomini e tra immigrati e nativi?
Come variano gli esiti del sistema educativo tra le regioni italiane e nel confronto internazionale?
Quali prospettive hanno sul mercato del lavoro i laureati e i diplomati da percorsi tecnico-professionali?
Queste e altre domande riceveranno risposta durante l’incontro con la stampa, organizzato dall’OCSE, insieme con l’Associazione TreeLLLe, in occasione del lancio mondiale dell’ultima edizione di Education at a Glance 2018 [Uno sguardo sull’educazione].

Education at a Glance è un’autorevole fonte di informazioni accurate e rilevanti sullo stato dell’educazione in tutto il mondo. Fornisce dati sulla struttura, finanziamento ed efficacia dei sistemi educativi di più di 40 nazioni, compresi i paesi OCSE e i partner del G20.

All’incontro con la stampa, Francesco Avvisati e Giovanni Maria Semeraro dell’OCSE presenteranno i più importanti risultati globali di Education at a Glance e i dati più rilevanti per il nostro paese.

Principali dati della scuola – Avvio A.S. 2018/2019

MIUR – Direzione Generale per i contratti, gli acquisti e per i sistemi informativi e la statistica
Ufficio Gestione Patrimonio Informativo e Statistica

Principali dati della scuola – avvio anno scolastico 2018-2019

Settembre 2018


Scuola, oltre 8 milioni di studenti tornano tra i banchi

Online la pubblicazione con i principali dati dell’anno scolastico 2018/2019

Quanti studenti siederanno quest’anno fra i banchi? Quante sono le classi nella scuola statale e qual è l’organico dei docenti? Una panoramica dei principali dati del sistema scolastico italiano per l’anno scolastico 2018/2019 è disponibile da oggi sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Quest’anno sono circa 8,6 milioni gli studenti delle scuole statali e paritarie che torneranno sui banchi. La maggior parte di loro, oltre 7 milioni, frequenterà la scuola statale.

Per il 2018/2019 le studentesse e gli studenti delle scuole statali saranno 7.682.635, per un totale di 370.611 classi. Di questi, 919.091 frequenteranno la scuola dell’infanzia, 2.498.521 la scuola primaria, 1.629.441 la secondaria di I grado, 2.635.582 la secondaria di II grado.

Il numero totale di alunni è in leggero calo: lo scorso anno erano 7.757.849. Tra le quattro Regioni con il decremento più consistente, le prime tre sono del Sud: – 15.534 studenti in Campania, – 12.487 in Sicilia, – 11.977 in Puglia, – 5.972 in Piemonte.

Sempre nella scuola statale, sono 245.723 le alunne e gli alunni con disabilità, un anno fa erano 234.658. Di questi, 21.434 frequenteranno la scuola dell’infanzia, 89.029 la primaria, 66.823 la secondaria di I grado, 68.437 la secondaria di II grado.

Nella secondaria di II grado, 1.294.890 ragazzi frequenteranno un indirizzo liceale, 827.990 un indirizzo tecnico, 512.702 un indirizzo professionale.

Studentesse e studenti della paritaria sono circa 880.000 (dato al 2017/2018).

Le scuole sono 8.290, per un totale di oltre 40.000 sedi scolastiche presenti sul territorio nazionale.

I posti del personale docente, tra organico dell’autonomia e organico di fatto, sono 822.723, di cui 141.412 di sostegno.

La pubblicazione contiene anche la serie storica dei principali dati della scuola italiana.

Dati Scrutini 2017-2018


Scuola, i dati degli scrutini: alla secondaria di II grado il 22,4% degli studenti deve recuperare almeno un’insufficienza. Nel I grado aumentano i promossi

(Lunedì, 20 agosto 2018) Meno bocciati agli scrutini di giugno nella scuola secondaria di II grado, ma aumentano studentesse e studenti che devono recuperare almeno una insufficienza per essere ammessi alla classe successiva. In crescita i promossi nel l primo ciclo. È la fotografia che emerge dalle rilevazioni sugli esiti degli scrutini finali delle scuole secondarie di I e II grado e degli Esami conclusivi del I ciclo di istruzione per l’anno scolastico 2017/2018.

La secondaria di I grado
Promossi in aumento: gli ammessi alla classe successiva sono il 98,1%, contro il 97,7% del 2016/2017. A livello regionale, il tasso di ammissione alla classe successiva più elevato si registra in Basilicata (99,1%) e, a seguire, in Puglia e nel Molise (entrambe con il 98,7%). Aumentano anche gli ammessi all’Esame di Stato: negli scrutini di giugno sono stati il 98,4%, contro il 98% di un anno fa. In calo, invece, studentesse e studenti che hanno conseguito la licenza: sono il 99,5% quest’anno, contro il 99,8% del 2016-2017.

La secondaria di II grado
Nelle scuole secondarie di II grado il 7,1% delle studentesse e degli studenti dovrà ripetere l’anno scolastico. Una lieve flessione rispetto all’anno scolastico passato, il 2016/2017, quando i non ammessi alla classe successiva sono stati il 7,5%. Il calo è pressoché omogeneo tra tutti i percorsi di studio, anche se resta confermato il maggior picco di ripetenze negli Istituti professionali (con l’11,9% dei non ammessi) e negli Istituti tecnici (con il 9,5%). Il primo anno di corso è quello che sembra presentare le maggiori criticità con la percentuale più alta di non ammessi alla classe successiva (l’11,2%).

Gli scrutini di fine anno nella secondaria di II grado fanno emergere anche un incremento delle sospensioni di giudizio: alunne e alunni che devono recuperare almeno un’insufficienza sono il 22,4%, contro il 21,7% del 2016/2017. Sardegna e Lombardia, rispettivamente con il 28,6 e il 26,2% di studentesse e studenti con giudizio sospeso, sono le regioni con le percentuali più alte. Puglia e Calabria quelle con le più basse (con 16 e 16,8%). Negli Istituti tecnici la percentuale maggiore di alunne e alunni con insufficienze da recuperare (il 26,8), subito dietro gli Istituti professionali (con il 24%) e quindi i Licei (con il 19,2%).

Risultano al momento ammessi alle classi successive (in attesa delle verifiche finali per chi ha un giudizio sospeso) il 70,5% delle studentesse e degli studenti. Nei Licei il picco dei promossi, con il 76,7% del totale degli alunni. Una percentuale che è del 64,1% negli Istituti professionali e del 63,7 negli Istituti tecnici. Umbria (con il 78,2%), Calabria (con il 77,6%) e Puglia (77,3%) risultano essere le regioni con la più alta percentuale di alunni che hanno superato l’anno scolastico. Sardegna e Lombardia quelle con la più bassa.

Risultati Esami di Stato 2018

Pubblicati i primi dati sui risultati degli Esami di Stato della scuola secondaria di II grado


Sono disponibili dal 21 luglio i primi risultati relativi agli Esami di Stato della scuola secondaria di II grado che emergono dalle rilevazioni effettuate dal MIUR.

Aumentano lievemente studentesse e studenti diplomati con 100 e 100 e lode. Cresce la percentuale dei promossi con una votazione superiore a 70/100: sono il 64,4% rispetto al 62,5% dello scorso anno.

Nel dettaglio, quest’anno all’Esame è stato ammesso il 96% dei candidati scrutinati. Nel 2017 gli ammessi erano stati il 96,2%. Il 99,6% dei maturandi è stato promosso, contro il 99,5% di un anno fa.

Lieve aumento per le lodi: sono l’1,3%, un anno fa erano l’1,2%. I 100 salgono al 5,7%, rispetto al 5,3% dell’anno scorso. Le ragazze e i ragazzi con un voto fra 91 e 99 sono il 9%, nel 2017 erano all’8,5%. Il 19,6% delle studentesse e degli studenti ha conseguito una votazione tra 81 e 90, rispetto al 18,9% dello scorso anno. In leggero aumento i 71-80: salgono al 28,8% dal 28,6% di un anno fa.

In diminuzione i punteggi sotto il 70: il 27,8% delle maturande e dei maturandi ha conseguito una votazione tra il 61 e il 70, fascia di voto che nel 2017 era stata conseguita dal 29%. I 60 scendono al 7,8%, rispetto all’8,5% del 2017.

In tutto, i 100 e lode in Italia sono 6.004. In termini di dati assoluti, le Regioni con il più alto numero di lodi sono Puglia (1.066), Campania (860) e Lazio (574). Guardando al rapporto percentuale tra diplomati con lode e popolazione scolastica territoriale, in Puglia ha conseguito il voto massimo il 3% delle maturande e dei maturandi, in Umbria il 2,2%, nelle Marche il 2,1% (in allegato la tabella completa).

Le votazioni nei Licei si confermano mediamente più alte: il 2,2% consegue la lode, l’8% ha avuto 100, l’11,4% tra 91 e 99, il 22,9% tra 81 e 90. Nei Tecnici e nei Professionali aumentano i 100 e lode. Nei Licei, a primeggiare tra le votazioni più alte è, ancora una volta, il Classico.

RAPPORTO GIOVANI 2018

RAPPORTO GIOVANI 2018

I GIOVANI ITALIANI TRA VOGLIA DI PROTAGONISMO E DISILLUSIONE. IL 73,8% CREDE ANCORA NELL’IMPEGNO SOCIALE

In occasione della Giornata per l’Università Cattolica in uscita in tutte le librerie la V edizione dell’indagine curata dall’Istituto Toniolo

 

MILANO – In coincidenza con la Giornata dell’Università Cattolica è in uscita in tutte le librerie il Rapporto Giovani 2018 curato dall’Istituto Toniolo con il sostegno della Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo.

La 94ª Giornata ha come titolo “Eredi e Innovatori. I giovani protagonisti della storia” e proprio dal RG2018 emerge come le nuove generazioni incarnino questo binomio, volendo da un lato vagliare criticamente e valorizzare il patrimonio ricevuto e desiderando dall’altro conquistare un ruolo da protagonisti. Ci sono certamente elementi di rassegnazione, disillusione e distacco, ma emerge l’energia con la quale il 73,8% degli intervistati ritiene che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona nella società. Essa si accompagna a quella maggioranza del 67,7% positivamente predisposta al cambiamento. Sotto la lente d’ingrandimento del RG2018 gli snodi principali della transizione alla vita adulta: il lavoro, l’autonomia e le scelte di vita a partire dalla scuola e dalla formazione. Il filo conduttore in questa edizione sono i valori, nella loro accezione più ampia: i valori in salute e quelli declinanti; i sistemi formativi e di orientamento; l’importanza delle soft skills; la domanda di rappresentanza e orientamento politico; la vita nella rete e i disvalori dell’hate speech; l’immigrazione e multiculturalismo; la coppia e la genitorialità; la fede e i valori religiosi.

Il tema dell’immigrazione fornisce significativi elementi per comprendere come gli under 35 si relazionino con le dinamiche sociali del nostro Paese. Oltre il 70% dei giovani intervistati ritiene che l’atteggiamento generale degli italiani nei confronti degli immigrati sia prevalentemente diffidente e ostile (Fig. 1)Nel confronto con la rilevazione del 2015 il dato si impenna: in quell’anno, infatti, la stessa percezione riguardava il 57%. È interessante anche notare come la gran parte dei rispondenti esprima comunque una opinione e come solo il 4,9% se ne astenga. Inoltre, in condizioni di scarsità di lavoro di cui soffrono soprattutto le nuove generazioni, i giovani tendono ad assumere un atteggiamento protezionistico: la maggioranza (soprattutto nelle classi sociali più deboli) ritiene che l’immigrazione dovrebbe essere gestita in modo da non entrare in competizione con le condizioni di lavoro di chi già è in Italia. In particolare, più del 60% ritiene che i datori di lavoro dovrebbero prendere in considerazione l’offerta di lavoro degli italiani prima di valutare quella degli immigrati (62,6%), a fronte del 37,4% che si dichiara in disaccordo con questa affermazione. Il timore della concorrenza lavorativa degli immigrati non risulta comunque più forte rispetto al prolungamento della permanenza dei lavoratori più anziani e alla crescente automazione nei processi produttivi. Esiste quindi una preoccupazione generale sull’impatto dei cambiamenti demografici, sociali e tecnologici rispetto alle opportunità di lavoro, che spinge i giovani con capitale umano più debole verso posizioni difensive. Inoltre, se si considera l’atteggiamento verso gli stranieri regolari presenti in Italia, si ottiene una valutazione largamente positiva (solo uno su tre pensa che la loro presenza peggiori la sicurezza e l’economia del paese).

La “vita nella rete” è un altro grande tema indagato dal Rapporto (Fig. 3). I giovani sono sempre connessi, ma in maniera autonoma e attenta, e con una chiara tendenza a rifiutare ogni forma di violenza e di odio. In particolare, rispetto alle cause del fenomeno hate speech, gli intervistati ritengono che l’odio in rete sia collegato, in qualche modo, alle tensioni che circolano all’interno della società. Lo afferma, infatti, (somma delle modalità «Molto d’accordo» e «Abbastanza d’accordo») il 61,2%. Le percentuali di accordo significativo sul fatto che esprimere l’odio in rete possa essere considerata una forma socialmente accettabile in cui incanalare l’espressione dell’odio e del risentimento sono molto basse (12,2%). Le percentuali si alzano lievemente quando si tratta di prendere posizione sul fatto che esprimere online atteggiamenti negativi verso l’altro possa in un certo senso sublimare la violenza sottraendola alla vita reale. Sono infatti d’accordo con questa affermazione il 19,9% dei giovani italiani. Questo non significa, però, che l’hate speech sarebbe, alla fine, «solo parole», quindi un fenomeno di cui non preoccuparsi affatto. Che si tratti di mero flatus vocis lo pensa solamente il 16,1% dei giovani italiani

Dal RG2018 emerge, inoltre, la visione complessa e disomogenea dei giovani nei confronti della politica. Coloro che hanno espresso una vicinanza alta e convinta per almeno un partito sono il 35,1% del totale. Quelli che non si sentono così vicini ma esprimono un interesse potenziale per una forza politica sono il 24,2%. Mentre i disaffezionati, ovvero coloro che si sentono lontani da tutta l’offerta in campo sono il 40,7%. Nonostante l’attuale quadro poco incoraggiante, il 73,8 percento degli intervistati si dichiara convinto che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona per cercare di far funzionare meglio le cose in Italia.

Il Rapporto mette anche a confronto i giovani italiani e i coetanei europei nel quadro delle aspirazioni professionali e come ritengano di poterle realizzare (fig. 4): sono i tedeschi (39,6%) e gli spagnoli (36,7%) a esprimere maggiori certezze su ciò che intendono realizzare nel loro futuro professionale, mentre si dichiarano certi del loro destino il 31,3% dei britannici, il 28,8% dei francesi e meno di 1 italiano su 4 (22,5%). Viceversa, i nostri giovani spiccano (40,7%) insieme a spagnoli (35,3%) e francesi (33,6%) tra quelli che dichiarano di avere sì delle aspirazioni professionali definite, ma non sanno se riusciranno a realizzarle. La compagine degli «indecisi tra alternative possibili», decisamente più ridotta, vede al primo posto gli inglesi (16,8%). Più preoccupante è il caso dei giovani disorientati, quelli che non hanno alcuna idea rispetto a un possibile percorso professionale o che non ci vogliono nemmeno pensare, che rappresentano insieme una quota consistente degli intervistati italiani (26,8%), francesi (25,4%) e britannici (23,4%).

Un altro aspetto che emerge dall’indagine è il modo con cui i giovani si pongono di fronte all’esperienza religiosa e alla trascendenza, che sta subendo profonde trasformazioni. Viene rivelata, infatti, una sensibilità religiosa non spenta, ma attutita. Si è di fronte a un «fai da te» in cui prevale la ricerca di benessere e armonia interiore. L’oggettività di un’esperienza religiosa, che fa i conti con regole, gerarchie e riti viene rifiutata. Alla domanda «Lei crede a qualche tipo di religione o credo filosofico?», le risposte si raccolgono attorno a due opzioni: quella della religione cattolica (52,7%) e quella di chi dichiara di non credere a nessuna religione (23%) (Tab. 1). Anche la frequenza ai riti conferma la distanza dei giovani dall’esperienza religiosa: coloro che dichiarano di frequentare la Chiesa una volta a settimana sono l’11,7%. Il 53,8% è costituito da frequentatori occasionali: il 20,2% partecipa a una funzione religiosa qualche volta l’anno oppure in particolari circostanze. Il 25,1% non partecipa mai.


Gli alunni con DSA nell’a.s. 2016/2017

  • Gli alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) nell’a.s. 2016/2017

Sono complessivamente 254.614 le alunne e gli alunni delle scuole italiane di ogni ordine e grado con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), pari al 2,9% del totale della popolazione studentesca dell’anno scolastico 2016-2017.

È quanto emerge dalla pubblicazione dedicata agli “Alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) nell’a.s. 2016/2017”, pubblicata sul sito del MIUR e curata dall’Ufficio Statistica e Studi.

La percentuale più alta di alunne e alunni con DSA si trova nella scuola secondaria di I grado: sono il 5,40% dei frequentanti, contro il 4,03% della secondaria di II grado e l’1,95% della primaria. Le scuole dell’infanzia hanno trasmesso dati riguardo a casi sospetti di disturbi specifici dell’apprendimento: si tratta di un numero esiguo, 774 bambine e bambini nel 2016/2017, pari allo 0,05% del totale dei frequentanti.

A livello territoriale, le alunne e gli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento sono maggiormente presenti nelle regioni del Nord-Ovest (4,5% sul totale della popolazione studentesca), seguite dalle regioni del Centro (3,5%), del Nord-Est (3,3%) e del Sud (1,4%). I valori più elevati si rintracciano in Liguria (4,9%), Valle d’Aosta (4,8%), Piemonte e Lombardia (entrambe 4,5%). Le percentuali più basse, invece, si rilevano in Sicilia (1,1%), Campania (0,9%) e Calabria (0,7%).

Il disturbo mediamente più diffuso è la dislessia (42,5% delle certificazioni), anche se più disturbi possono coesistere in una stessa persona. Seguono le certificazioni per la disortografia (20,8%), quelle per la discalculia (19,3%) e quelle per la disgrafia (17,4%).

Dal 2010-2011 al 2016-2017 si osserva, infine, una notevole crescita delle certificazioni di DSA dovuta all’introduzione della legge 170 del 2010 grazie alla quale la scuola ha assunto un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti delle alunne e degli alunni con questi disturbi, con più formazione per il corpo docente e una sempre maggiore individuazione dei casi sospetti.

ITS: Monitoraggio nazionale 2018

Martedì 17 aprile, alle ore 15, presso la Sala della Comunicazione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in viale Trastevere 76/a, il Sottosegretario Gabriele Toccafondi presenta i risultati del monitoraggio nazionale 2018 relativo al Sistema ITS, gli Istituti Tecnici Superiori.

Partecipano alla conferenza, oltre al Sottosegretario Toccafondi, Maria Assunta Palermo, Direttore Generale per gli Ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione, Giovanni Biondi, Presidente di Indire  (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa) che ha effettuato il monitoraggio, e Cristina Grieco, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Toscana e Coordinatrice della IX Commissione della Conferenza Stato-Regioni .

La conferenza è l’occasione per illustrare i risultati raggiunti dal sistema della formazione terziaria professionalizzante in Italia e i prossimi obiettivi da raggiungere.


ITS, l’82,5% delle ragazze e dei ragazzi lavora a un anno dal diploma Presentato al Miur il Monitoraggio nazionale 2018 sul Sistema ITS
Toccafondi: “Tassi d’occupazione sono vittoria per il Paese,
segno che siamo sulla strada giusta”

L’82,5% dei diplomati negli ITS (Istituti Tecnici Superiori) nel corso del 2016 ha trovato lavoro entro un anno dal diploma, nell’87,3% dei casi è in un’area coerente con il percorso concluso.

È quanto emerge dal Monitoraggio nazionale 2018 sul Sistema ITS presentato oggi al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca dal Sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi e da Giovanni Biondi, Presidente di Indire che ha condotto il monitoraggio. Alla conferenza hanno partecipato inoltre la Direttrice Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione Maria Assunta Palermo, l’Assessore per l’Istruzione e la Formazione della Regione Toscana e Responsabile del Coordinamento Tecnico della IX Commissione della Conferenza dei Presidenti delle Regioni Cristina Grieco, il Coordinatore del Progetto “ITS 4.0” Stefano Micelli, il Coordinatore del progetto “Revisione figure nazionali ITS” Alessandro Mele.

Nel corso della conferenza è stata annunciata anche una campagna di comunicazione che servirà per diffondere, attraverso diversi canali, la conoscenza degli ITS e delle loro potenzialità da parte delle ragazze, dei ragazzi, delle loro famiglie e dei docenti delle scuole secondarie.

I dati del monitoraggio
La rilevazione si è concentrata sugli esiti occupazionali a dodici mesi dal diploma per le studentesse e gli studenti che hanno concluso i percorsi presso gli ITS fra il primo gennaio e il 31 dicembre 2016. Complessivamente sono stati monitorati, quindi, 2.774 iscritte e iscritti e 113 percorsi erogati da 64 Fondazioni (il 68,82% delle 93 Fondazioni ITS ad oggi costituite).

L’area tecnologica con il maggior numero di percorsi conclusi al 31 dicembre 2016 è quella delle Nuove tecnologie per il Made in Italy con 49 percorsi (43,4%). Seguono la Mobilità sostenibile con 18 percorsi(15,9%), le Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo con 15 percorsi(13,3%), l’Efficienza energetica con 13 percorsi (11,5%). Osservando il dettaglio degli ambiti dell’area Nuove tecnologie per il Made in Italy, dei 49 percorsi monitorati 21 afferiscono al Sistema meccanica (42,9%), 10 al Sistema agro-alimentare (20,4%), 8 al Sistema moda (16,3%), 6 ai Servizi alle imprese (12,2%) e 4 al Sistema casa (8,2%). Anche sul fronte degli iscritti, diplomati e occupati è l’area Nuove tecnologie per il made in Italy a prevalere con 1.182 iscritti, 963 diplomati e 808 occupati. Segue la Mobilità sostenibile con 445iscritti, 357diplomati e 300 occupati.

I diplomati nel periodo considerato dal monitoraggio sono stati 2.193, l’82,5% di loro ha trovato un’occupazione a dodici mesi dalla conclusione del percorso formativo, nell’87,3% dei casi in un’area coerente con il piano di studi. Le diplomate e i diplomati che non hanno trovato lavoro sono 383, di questi 101 si sono iscritti ad un percorso universitario. Quanto alle tipologie di contratto, nel 47,45% dei casi si tratta di contratti a tempo determinato o lavoro autonomo in regime agevolato, nel 29,89% di contratti a tempo indeterminato o lavoro autonomo in regime ordinario e nel 22,65% di contratti di apprendistato.

I percorsi formativi con i migliori esiti, 55 sui 64 monitorati, dal punto di vista del numero di diplomati e del tasso di occupazione a 12 mesi, hanno avuto accesso alla premialità da 13,3 milioni di euro del Fondo nazionale 2017, aumentati dalla Legge di bilancio 2018 (+ 10 milioni per il 2018, +20 milioni per il 2019 e +35 milioni per il 2020). Le risorse della premialità dovranno essere impiegate dagli ITS per realizzare un percorso formativo aggiuntivo che dovrà avere come obiettivo principale l’acquisizione da parte delle studentesse e degli studenti di competenze correlate al Piano nazionale Impresa 4.0. Dal monitoraggio emerge che anche per l’accesso alla premialità è l’area Nuove tecnologie per il Made in Italy ad avere il maggior numero di percorsi premiati (29), la maggioranza dei quali afferisce all’ambito Sistema meccanica (18). Segue l’area Mobilità sostenibile (11 percorsi). Le Regioni con il maggior numero di percorsi premiati sono il Veneto (13 percorsi, il 72,2% dei percorsi monitorati), la Lombardia(11 percorsi, il 42,3% dei percorsi monitorati) e l’Emilia Romagna (7 percorsi, il 53,8% dei percorsi monitorati). I primi tre percorsi premiati sono l’I.T.S. Umbria Made in Italy-Innovazione, tecnologia e sviluppo della Regione Umbria, l’I.T.S. A. Cuccovillo-Area Nuove tecnologie per il Made in Italy-Sistema meccanico meccatronico della Regione Puglia e l’I.T.S. Meccanica, meccatronica, motoristica e packaging della Regione Emilia Romagna.

Il Sottosegretario Toccafondi ha espresso “Piena soddisfazione per i risultati conseguiti dagli ITS in questi anni di lavoro. I percorsi sono aumentati più del 40% dal 2013, gli iscritti sono triplicati e ad oggi sono più di 10.000. Il dato dell’occupazione all’82,5% documenta che la strada intrapresa è quella giusta. Con l’aumento dei fondi decisi dal Governo nell’ultima legge di stabilità, da 13 milioni di euro l’anno a 35 milioni a decorrere dal 2020 – ha proseguito Toccafondi – si è voluto investire ancora per incrementare e migliorare i numeri, aumentando corsi ed iscritti, e soprattutto per potenziare lo sviluppo di quegli strumenti di innovazione tecnologica legati anche a Impresa 4.0. Abbiamo pensato alle nostre giovani e ai nostri giovani, abbiamo pensato alle nostre imprese, per loro abbiamo avuto il coraggio di andare avanti e finalmente oggi con soddisfazione possiamo dire: questa è una vittoria del Paese. Anche in Italia c’è un sistema non accademico professionalizzante: l’Istruzione Tecnica Superiore, gli ITS”.

Gli alunni con cittadinanza non italiana A.S. 2016/2017


Sono il 9,4% della popolazione scolastica. Il 61% è nato in Italia

Il 5 e 6 aprile a Firenze la IV edizione del seminario
Costruttori di ponti – La scuola aperta sul mondo

Gli studenti con cittadinanza non italiana che siedono ai banchi delle nostre scuole sono 826mila, il 9,4% della popolazione studentesca complessiva, 11mila in più rispetto all’anno scolastico precedente. Leggermente superiore la quota dei maschi (52%) rispetto alle femmine (48%). Il 61% di loro è nato in Italia, appartiene quindi alle cosiddette seconde generazioni, una quota cresciuta del 35,4% nell’ultimo quinquennio. Nell’ultimo anno la crescita è stata di 24.000 unità (+5,1%). L’incidenza dei nati in Italia sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana è dell’85,% nella scuola dell’infanzia, del 73,4% nella primaria, del 53,2% nella secondaria di primo grado, del 27% in quella di secondo grado. Una quota, quest’ultima, destinata a crescere nei prossimi anni.

La Lombardia è la regione con più studentesse e studenti  con cittadinanza non italiana (circa 208.000), circa un quarto del totale presente in Italia. La quota minore si registra, invece, in Campania. Dieci le nazioni più rappresentate, prima fra tutte la Romania (19,2%), seguita da Albania (13,6%), Marocco (12,4%), Cina (6%), Filippine (3,3%), India e Moldavia (rispettivamente 3,1%), Ucraina, Pakistan ed Egitto (tutte al 2,4%).

Il 92,1% delle alunne e degli alunni che ha conseguito la licenza della scuola secondaria di I grado ha scelto di proseguire gli studi: l’83,2% ha scelto un liceo, un istituto tecnico o professionale, l’8,9% ha scelto un percorso di formazione professionale regionale. Sono quindi 191mila le studentesse e gli studenti con cittadinanza non italiana che frequentano le scuole secondarie di II grado, il 7,1% della popolazione studentesca totale.  Il 34% delle diplomate e dei diplomati prosegue poi gli studi andando all’università. Il 39,7% di loro sceglie corsi di laurea dell’area sociale.

Personale sistema universitario italiano – a.a 2016/2017

Il personale docente e non docente nel sistema universitario italiano – a.a 2016/2017


Oltre 151mila unità, il 54,3% sono docenti e ricercatori

(Giovedì, 15 febbraio 2018) Il personale, docente e amministrativo, presente negli atenei italiani statali e non statali, nell’anno accademico 2016/2017, ammonta complessivamente a oltre 151mila unità di cui 125.600 sono docenti e ricercatori e personale amministrativo e 25.770 sono docenti a contratto. Questi ultimi sono presenti soprattutto negli atenei non statali dove rappresentano il 67% del corpo docente; nelle università statali, invece, la percentuale si attesta al 27%. In generale, rispetto al totale del personale, il 54,3% è costituito da docenti di ruolo (professori ordinari, professori associati e ricercatori a tempo indeterminato) e da ricercatori non strutturati (a tempo determinato o titolari di assegni di ricerca). Il restante 45,7% è composto da personale tecnico-amministrativo e collaboratori linguistici.

Sono alcuni dei dati contenuti nel Focus sul Personale docente e non docente nel sistema universitario italiano nell’anno accademico 2016/2017, pubblicato oggi sul sito del MIUR.

A partire dall’anno accademico 2010/2011, il personale universitario è diminuito, ad eccezione dei titolari di assegni di ricerca, cresciuti complessivamente del 6,4%. Guardando ai soli atenei statali, i titolari di assegni di ricerca sono 26,5 ogni 100 docenti.

Rispetto alle 64.321 unità complessive di docenti e ricercatori dei soli atenei statali, dal Focus emerge che la loro distribuzione presenta una struttura piramidale: alla base troviamo i ricercatori e i titolari di assegni di ricerca (60%), nella posizione intermedia i professori associati (29,5%) e in posizione apicale i professori ordinari (18,9%).

Guardando al genere, se fra il personale docente prevale il genere maschile (51,3%), la percentuale si ribalta nel personale tecnico-amministrativo in cui le donne rappresentano il 58,5%. In entrambe le categorie, le donne risultano poco rappresentate nelle posizioni di vertice: nell’area della dirigenza amministrativa la presenza femminile si attesta al 40%, mentre tra i professori di I o II fascia scende a poco più del 31%. Percentuali comunque in linea con la media europea del 21% di donne col ruolo di professori ordinari e con l’aumento di un punto percentuale negli ultimi anni (dal 20,1% del 2010 al 21,1% del 2013). L’Italia registra inoltre una quota di donne con la qualifica di professore ordinario superiore a Spagna, Francia e Germania.

L’età media del personale accademico è di 52 anni, con l’età massima di 59 anni dei professori ordinari e quella minima di 35 anni dei titolari di assegni di ricerca.

Resoconto azioni MIUR 2017

Disponibile il documento che dà conto, in sintesi, delle azioni realizzate nell’ultimo anno dal MIUR, attraverso gli uffici centrali e periferici dell’Amministrazione, per garantire il buon funzionamento dei settori della conoscenza, per valorizzarli e incrementare la qualità del sistema di Istruzione, Università, Ricerca e dell’AFAM, l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica. Alle strutture centrali e periferiche del MIUR va il ringraziamento della Ministra Fedeli per il lavoro svolto in questi mesi.

Le azioni descritte sono state messe in campo in coerenza con gli obiettivi strategici strutturali individuati dal Ministero stesso per l’anno 2017, con il programma di Governo, con le priorità politiche dettate nell’Atto d’indirizzo 2017 e nel rispetto delle compatibilità con le risorse finanziarie, umane e strumentali assegnate.

Il principale obiettivo del documento, è quello di descrivere in modo esemplificativo, ma allo stesso tempo esaustivo, il quadro delle attività svolte nel corso del 2017 e dei risultati ottenuti, perseguendo un criterio di accountability e con lo scopo di fornire uno strumento agile e utile alla verifica dell’efficacia delle azioni adottate.

Il documento è suddiviso in quattro parti:

Parte prima – Il Sistema educativo di Istruzione e Formazione: presenta le azioni sviluppate per il settore istruzione e formazione.
Parte seconda – Formazione Superiore e Ricerca: presenta le azioni realizzate per il settore università, Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) e ricerca.
Parte terza – Questioni internazionali: presenta le azioni svolte attraverso la rete diplomatica.
Parte quarta – Amministrazione: presenta le azioni adottate per migliorare l’efficienza delle strutture centrale e periferiche del MIUR.
Il documento è corredato da 7 allegati che contengono informazioni di maggiore dettaglio e documentazione di approfondimento.