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Rapporto sulla chiusura delle scuole a causa del COVID-19

Rapporto UNESCO, UNICEF, BANCA MONDIALE e OECD sulla chiusura delle scuole a causa del COVID-19: 1 paese su 3 non ha preso misure per aiutare gli studenti a recuperare gli studi – indagine su 142 paesi. 

13 luglio 2021 – Secondo l’indagine globale dell’UNESCO, dell’UNICEF, della Banca Mondiale e dell’OECD “Survey on National Education Responses to COVID-19 School Closures”, 1 paese su 3 in cui le scuole sono state chiuse non sta implementando i programmi di recupero dopo la chiusura per il COVID-19. Allo stesso tempo, solo un terzo dei paesi sta iniziando a valutare le perdite nei livelli di istruzione primaria e secondaria – per la maggior parte tra i paesi ad alto reddito. 

In meno di un terzo di paesi a basso e medio reddito tutti gli studenti sono tornati a scuola di persona, aumentando il rischio di perdita di apprendimento e di abbandono scolastico. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi è stata utilizzata almeno una forma di sostegno per incoraggiare il ritorno a scuola degli studenti, tra cui il coinvolgimento della comunità, il monitoraggio scolastico, il cambiamento dei servizi idrici, sanitari e igienici, gli incentivi finanziari e la revisione delle politiche di accesso.  

Nel 2020, le scuole di tutto il mondo sono state completamente chiuse in tutti e quattro i livelli di istruzione per una media di 79 giorni di insegnamento, che rappresentano circa il 40% del totale dei giorni di istruzione nella media dei paesi dell’OCSE e del G20. Le cifre variavano da 53 giorni nei paesi ad alto reddito a 115 giorni nei paesi a reddito medio-basso. 

L’indagine documenta come i paesi stiano monitorando e mitigando le perdite dell’istruzione, affrontando le sfide per la riapertura delle scuole e promuovendo strategie di apprendimento a distanza. In totale, 142 paesi hanno risposto all’indagine che copre il periodo tra febbraio e maggio 2021 e varia dalla scuola pre-primaria, primaria, secondaria inferiore e superiore. 

I principali risultati dell’indagine: 

  • I paesi hanno risposto con diverse misure per mitigare la perdita potenziale dell’istruzione dovuta alla chiusura delle scuole: circa il 40% dei paesi ha esteso l’anno scolastico e una percentuale simile ha dato priorità a certe aree curriculari. Tuttavia, più della metà dei paesi ha riportato che non sono è stata fatta o non sarà presa nessuna misura; 
  • Molti paesi hanno migliorato gli standard sanitari e di sicurezza nei centri per gli esami; il 28% dei paesi ha cancellato gli esami della scuola secondaria inferiore e il 18% di paesi lo ha fatto per la scuola secondaria superiore; 
  • Il riesame o la revisione delle politiche di accesso non sono stati diffusi, specialmente per le ragazze – un motivo di preoccupazione, dato che le ragazze adolescenti sono le più a rischio di non tornare a scuola nei paesi a basso e medio reddito; 
  • I paesi a basso reddito sono in ritardo nell’attuazione anche delle misure più basilari per garantire il ritorno a scuola. Per esempio, solo meno del 10% ha riportato di avere sufficiente sapone, acqua pulita, strutture igieniche e mascherine, rispetto al 96% dei paesi ad alto reddito. 

L’indagine fa anche luce sull’impiego e sull’efficacia dell’apprendimento a distanza e del relativo supporto a più di un anno dalla pandemia. I risultati mostrano che: 

  • Molti paesi hanno intrapreso diverse azioni per garantire l’apprendimento da remoto: le trasmissioni Radio e Tv sono state più utilizzate nei paesi a basso reddito, mentre i paesi ad alto reddito hanno fornito piattaforme di apprendimento da remoto. Tuttavia, in oltre un terzo dei paesi a basso e medio reddito meno della metà degli studenti della scuola prima è stato raggiunto; 
  • Garantirne l’adozione e l’impegno richiede strategie per l’apprendimento a distanza adatte al contesto, il coinvolgimento dei genitori, il sostegno da e per gli insegnanti, garantire che le ragazze e altri bambini emarginati non siano lasciati indietro. Richiede anche la raccolta di dati rigorosi sull’efficacia dell’apprendimento a distanza. Anche se il 73% dei paesi ha valutato l’efficacia di almeno una strategia di apprendimento a distanza, c’è bisogno di prove migliori sull’efficacia nei contesti più difficili. 

Misurare le perdite nell’istruzione è un primo essenziale passo per limitare le conseguenze. È fondamentale che i paesi investano nel verificare la portata di queste perdite per implementare le misure di recupero appropriate,” ha dichiarato Silvia Montoya, Direttore, Istituto per le Statistiche dell’UNESCO. 

I programmi di recupero sono fondamentali per aiutare i bambini che hanno perso la scuola a rimettersi in pari e ridurre le perdite di apprendimento a lungo termine. Questo richiede uno sforzo urgente di misurare i livelli di apprendimento degli studenti oggi e raccogliere dati di buona qualità per indirizzare le attività in classe, come previsto dal Learning Data Compact dell’UNICEF, dell’UNESCO e della Banca Mondiale” – ha dichiarato Jaime Saavedra, Direttore globale per l’Istruzione della Banca Mondiale

L’apprendimento da remoto è stato un’ancora di salvezza per molti bambini nel mondo durante la chiusura delle scuole. Ma per i più vulnerabili, è stato impossibile. È urgente riportare ogni bambino a scuola adesso. Non ci possiamo fermare qui, riaprire meglio significa implementare i programmi di recupero per aiutare gli studenti a rimettersi in pari e assicurare che venga data priorità alle ragazze e ai bambini vulnerabili in tutti i nostri sforzi”, ha dichiarato Robert Jenkins, Responsabile per l’Istruzione a livello globale dell’UNICEF

È di fondamentale importanza produrre maggiori e migliori evidenze sull’efficacia dell’apprendimento da remoto, soprattutto nei contesti più difficili e supportare lo sviluppo di politiche per l’apprendimento digitale,” ha dichiarato Andreas Schleicher, Direttore OECD Education and Skills. 

La domanda di fondi è in aumento, in concorrenza con altri settori, mentre le entrate dei governi sono in calo. Ciononostante, il 49% dei paesi ha aumentato il proprio budget per l’istruzione nel 2020 rispetto al 2019, mentre il 43% ha mantenuto il budget costante. I finanziamenti sono destinati ad aumentare nel 2021, dato che più del 60% dei paesi prevede di aumentare il proprio budget per l’istruzione rispetto al 2020.  

I dati dell’indagine rafforzano l’importanza della riapertura delle scuole, di programmi di recupero e di sistemi di apprendimento da remoto più efficaci che possano resistere meglio a crisi future e raggiugere tutti gli studenti. 

Inoltre, mostra che la rilevazione delle perdite nell’istruzione a causa del COVID-19 dovute alla chiusura delle scuole rappresenta uno sforzo essenziale per la maggior parte dei paesi e dei partner per lo sviluppo, evidenziato dalla recente partnership di UNESCO, UNICEF e Banca Mondiale sulla Learning Data Compact.  

L’indagine è in linea con la Mission: Recovering Education 2021  di cui Banca Mondiale, UNESCO e UNICEF sono partner per supportare i paesi a intraprendere tutte le azioni possibili per pianificare, dare priorità e assicurare che tutti gli studenti tornino a scuola; che le scuole prendano misure per riaprire in sicurezza, che gli studenti seguano programmi di recupero concreti e servizi inclusivi per aiutarli a recuperare le perdite nell’istruzione e migliorare il loro benessere; e che gli insegnati siano preparati e supportati a rispondere ai bisogni dell’istruzione. 

L’indagine sarà lanciata oggi durante la parte Ministeriale del Global Education Meeting.  Link to reporthttp://uis.unesco.org/sites/default/files/documents/lessons_on_education_recovery.pdf

Link to Ministerial Segment of Global Education Meeting: https://webcast.unesco.org/events/2021-07-GEM-Ministerial/

Dottorato di ricerca e Master universitario alla prova della pandemia

DOTTORATO DI RICERCA E MASTER UNIVERSITARIO
ALLA PROVA DELLA PANDEMIA.

INVESTIRE IN FORMAZIONE POST-LAUREA CONVIENE

I risultati dei Report 2021 di AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca e dei Diplomati di master evidenziano un’apprezzabile soddisfazione per il corso frequentato e ottime performance occupazionali (tasso di occupazione, retribuzione, efficacia del titolo) che la pandemia ha intaccato solo parzialmente.

[Bologna, 09 luglio 2021] Investire in formazione post-laurea, per specializzarsi o per aggiornarsi. Una scelta che si dimostra vincente e che supera la prova della pandemia. Il tasso di occupazione e le retribuzioni dei diplomati di master e dei dottori di ricerca si confermano infatti superiori a quelli dei laureati.

Le Indagini AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca e dei Diplomati di master degli Atenei aderenti al Consorziohanno preso in esame: 

le performance formative di circa 4.500 dottori di ricerca del 2020 di 30 atenei;

gli esiti occupazionali di circa 5.500 dottori di ricerca del 2019 di 40 atenei, contattati a un anno dal conseguimento del titolo di studio;

le performance formative di oltre 8.000 diplomati di master del 2020, di primo e di secondo livello, di 16 atenei;

gli esiti occupazionali di circa 11.500 diplomati di master del 2019, di primo e di secondo livello, di 26 atenei, contattati a un anno dal conseguimento del titolo di studio.

GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA

Le differenze rispetto all’indagine del 2019 sono relative a pochi aspetti.

Tra i diplomati di master del 2020 si registra una diminuzione delle esperienze di stage durante il percorso (-5,2 punti percentuali) e un aumento del project work (+5,6 punti percentuali), segno che gli atenei si sono prontamente attivati per adattare le attività del master alla situazione emergenziale legata alla pandemia da Covid-19.

Sugli esiti occupazionali l’effetto della pandemia è tutto sommato contenuto: complessivamente, nel 2020 si evidenzia una diminuzione del tasso di occupazione a un anno dal titolo di -0,9 punti percentuali tra i dottori di ricerca e di -1,8 punti percentuali tra i diplomati di master; ciò, peraltro, a fronte di livelli occupazionali di partenza elevati. La crisi pandemica, inoltre, non ha intaccato particolarmente le caratteristiche del lavoro svolto: sia tra i dottori di ricerca sia tra i diplomati di master si registra, infatti, un aumento delle retribuzioni mensili nette rispetto all’indagine del 2019, ma questo miglioramento riguarda chi si è inserito nel mercato del lavoro prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. Analogamente, l’efficacia del titolo è migliorata per i dottori di ricerca e rimasta sostanzialmente stabile per i diplomati di master, ma anche in questo caso ciò riguarda chi ha iniziato a lavorare prima della pandemia.

RISULTATI IN PRIMO PIANO

DOTTORI DI RICERCA

PROFILO

  • Il 5,4% ha svolto un dottorato in collaborazione con le imprese (dottorato industriale o dottorato in alto apprendistato): la percentuale varia dall’11,2% di ingegneria al 2,1% di scienze economiche, giuridiche e sociali e all’1,6% di scienze umane.
    • Il 33,8% dedica alla ricerca oltre 40 ore a settimana: dal 40,6% delle scienze di base al 25,0% delle scienze economiche, giuridiche e sociali.
    • L’83,6% ha realizzato almeno una pubblicazione: il 91,5% dei dottori in ingegneria rispetto al 66,7% di scienze economiche, giuridiche e sociali.
    • Il 63,2% dei dottori di ricerca dichiara che, potendo tornare indietro al momento dell’iscrizione, si iscriverebbe nuovamente allo stesso corso di dottorato e allo stesso ateneo (dal 66,2% per i dottori in scienze economiche, giuridiche e sociali fino al 61,1% per i dottori in scienze della vita). È rilevante, e pari al 19,7%, la quota di chi, potendo tornare indietro, seguirebbe un dottorato all’estero.

CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A UN ANNO DAL CONSEGUIMENTO DEL TITOLO

  • Il tasso di occupazione è pari all’88,1%: varia dal 90,7% di ingegneria e 90,5% di scienze della vita all’82,5% di scienze umane.
  • Il 59,2% svolge attività di ricerca in misura elevata nel proprio lavoro: i dottori in scienze di base sono più frequentemente coinvolti in attività di ricerca (72,5%), all’opposto di quelli in scienze umane (45,4%).
  • La retribuzione mensile netta è pari, in media, a 1.728 euro: le retribuzioni più elevate sono dichiarate dai dottori di ricerca in scienze della vita (1.902 euro), mentre sono inferiori alla media tra i dottori in scienze umane (1.361 euro).
  • Il 69,8% ritiene che il titolo di dottore sia “molto efficace o efficace”: l’efficacia del titolo è massima tra i dottori in scienze di base (78,2%) e più contenuta tra i dottori in scienze umane (61,2%).

DIPLOMATI DI MASTER

PROFILO

  • Il 65,5% si è iscritto in un ateneo diverso da quello di conseguimento della laurea. In particolare, il 5,8% ha una laurea ottenuta in un ateneo estero: la quota varia tra l’8,5% dell’area economica, giuridica e sociale e il 3,6% di quella medica.
  • Frequentemente si iscrivono ai corsi di master persone che sono già inserite nel mercato del lavoro. I lavoratori-studenti, ovvero quanti hanno svolto attività lavorative continuative e a tempo pieno per più della metà della durata del master, sono il 53,9%, percentuale che sale al 69,4% nell’area medica e si contrae al 42,8% in quella umanistica.
  • Il 64,4% ha svolto un periodo di stage o un project work durante la frequenza del corso: il 36,1% ha svolto lo stage, il 28,3% ha potuto contare sul riconoscimento di un project work o di un’attività lavorativa. La diffusione di questi tipi di esperienza, complessivamente considerati, varia dall’82,0% dell’area scientifica e tecnologica al 51,3% dell’area medica.
  • Il 68,4%, potendo tornare indietro al momento dell’iscrizione, confermerebbe corso e ateneo scelto (dal 72,6% dei diplomati dell’area medica al 66,1% di quelli dell’area economica, giuridica e sociale e al 65,8% di quelli dell’area scientifica e tecnologica).

CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A UN ANNO DAL CONSEGUIMENTO DEL TITOLO

  • Il tasso di occupazione è pari all’86,9%: si raggiunge quasi la piena occupazione nell’area medica (94,4%), scende ma resta su livelli elevati nell’area umanistica (78,4%).
  • La retribuzione mensile netta è pari in media a 1.745 euro: le retribuzioni più elevate sono associate ai diplomati dell’area medica (1.954 euro), più contenute tra quelli dell’area umanistica (1.339 euro).
  • Il titolo di master è valutato “molto efficace o efficace” per il 51,3% degli occupati: raggiunge il 56,9% nell’area medica, mentre si riduce in quella scientifica e tecnologica (46,3%).
  • Il 67,7% prosegue l’attività lavorativa cominciata prima del master: tale quota è massima nell’area medica (78,0%) e minima in quella scientifica e tecnologica (48,8%). Tra chi prosegue il lavoro precedente al conseguimento del titolo, il 74,2% ritiene che il master abbia comportato un miglioramento nel lavoro svolto. Tra quanti, invece, hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo il conseguimento del master, il 61,4% ritiene che il master abbia avuto un ruolo per il ritrovamento del lavoro.

REPORT COMPLETI AI SEGUENTI LINK:

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/dottori/profilo/profilo_dottori2020

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/dottori/occupazione/occupazione_dottori2020

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/master/profilo/profilo_master2020

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/master/occupazione/occupazione_master2020

AlmaLaurea è un Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 che a oggi rappresenta 76 Atenei e circa il 90% di coloro che ogni anno si laureano in Italia. Il Consorzio è sostenuto dal contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca e dagli Atenei aderenti. Il suo Ufficio di Statistica è dal 2015 membro del Sistan, il Sistema Statistico Nazionale.

Il Consorzio realizza ogni anno due Indagini censuarie sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo, restituendo agli Atenei aderenti, al Ministero, all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) basi documentarie attendibili per favorire i processi di programmazione, monitoraggio e valutazione delle decisioni assunte dalle Università. Il Consorzio vuole essere anche un punto di riferimento per i diplomati e per i laureati di ogni grado, ai quali AlmaLaurea offre strumenti di orientamento, servizi, informazioni e occasioni di confronto tra pari, per valorizzare il loro percorso formativo e facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro.

Il Consorzio raccoglie e rende disponibili online i CV dei laureati (oggi quasi 3.300.000) e affianca gli Atenei consorziati nelle attività di job placement attraverso una piattaforma web per l’intermediazione.

Favorisce, inoltre, l’incontro tra offerta e domanda di lavoro qualificato tramite la società interamente controllata AlmaLaurea srl, Agenzia Per il Lavoro (APL) che opera principalmente nell’intermediazione e nella ricerca e selezione del personale, progettando ed erogando servizi – rivolti a imprese, enti e professionisti – concepiti e offerti nell’interesse primario dei laureati e in sinergia con gli Atenei e con le Istituzioni pubbliche competenti.

Il Consorzio internazionalizza i propri servizi, le competenze, le attività di ricerca in prospettiva globale, collaborando con Paesi europei – in linea con la Strategia di Lisbona – ed extra europei.

Dall’esperienza di AlmaLaurea è nata l’associazione di scuole AlmaDiploma, per creare un collegamento tra la scuola secondaria superiore, l’università e il mondo del lavoro.

Rapporto “Istruzione interrotta”

UNICEF/Yemen: il numero di bambini che affrontano interruzioni nell’istruzione potrebbe arrivare a 6 milioni. Lanciato nuovo Rapporto “Istruzione interrotta”.

  • Oltre 2 milioni di bambini in età scolare attualmente non frequentano la scuola
  • Due insegnanti su 3 – oltre 170.000 – non ricevono uno stipendio regolare da 4 anni
  • Oltre 3.600 bambini sono stati reclutati in Yemen negli ultimi sei anni.
  • Dal marzo 2015 sono stati 231 gli attacchi sulle scuole.

Secondo un nuovo rapporto lanciato dall’UNICEF, a sei anni dall’inizio del devastante conflitto in Yemen, ancora in corso, l’istruzione dei bambini nel paese ne è diventata una delle maggiori vittime.

Poco più di 2 milioni di ragazze e ragazzi in età scolare non stanno andando a scuola, a causa della povertà, del conflitto e della mancanza di opportunità che compromettono la loro istruzione. Questo numero è raddoppiato rispetto ai bambini che non frequentavano la scuola nel 2015,quando il conflitto è cominciato.

Il rapporto, “Education Disrupted: Impact of the conflict on children’s education in Yemen”/Istruzione interrotta: l’impatto del conflitto sull’istruzione dei bambini in Yemen, analizza i rischi e le sfide che i bambini affrontano quando non vanno a scuola, e le azioni urgenti necessarie a proteggerli.

“L’accesso a un’istruzione di qualità è un diritto basilare per ogni bambino, anche per le ragazze, i bambini sfollati e quelli con disabilità”, ha dichiarato Philippe Duamelle, Rappresentante dell’UNICEF in Yemen. “Il conflitto ha un impatto sconcertante su ogni aspetto delle vite dei bambini, eppure l’accesso all’istruzione offre un senso di normalità per i bambini anche nei contesti più disperati e li protegge dalle diverse forme di sfruttamento. Tenere i bambini a scuola è fondamentale per il loro futuro e per quello dello Yemen”.

Il rapporto evidenzia che, quando i bambini non vanno a scuola, le conseguenze sono disastrose, sia per il loro presente che per il loro futuro.

Le ragazze vengono costrette a matrimoni precoci, in cui rimangono intrappolate in un ciclo di povertà e potenziale inespresso. I ragazzi e le ragazze sono maggiormente vulnerabili al lavoro minorile o al reclutamento nei combattimenti. Oltre 3.600 bambini sono stati reclutati in Yemen negli ultimi sei anni.

A rendere le cose peggiori, due insegnanti su tre in Yemen – oltre 170.000 in totale – non ricevono uno stipendio regolare da oltre 4 anni a causa del conflitto e delle dispute geopolitiche. Ciò espone circa 4 milioni ulteriori bambini a rischio di istruzione interrotta o di abbandono,poiché gli insegnanti non retribuiti lasciano l’insegnamento per trovare altri modi di provvedere alle loro famiglie.

I bambini che non portano a termine la loro istruzione sono intrappolati in un ciclo di povertà che si perpetua da solo. Se i bambini che non vanno a scuola o quelli che hanno abbandonato recentemente non saranno supportati in modo adeguato, potrebbero non rientrarci mai.

Gli effetti combinati del conflitto prolungato e degli ultimi attacchi all’istruzione, a causa della pandemia da COVID-19, avranno effetti devastanti e duraturi sull’istruzione e sul benessere mentale e fisico dei bambini e degli adolescenti in Yemen.

Nel rapporto, l’UNICEF chiede alle parti interessate in Yemen di sostenere il diritto dei bambini all’istruzione e di lavorare insieme per raggiungere una pace duratura e completa. Questo comprende: fermare gli attacchi sulle scuole – sono stati 231 da marzo 2015 – e assicurare che gli insegnanti ricevano uno stipendio regolare in modo che i bambini possano continuare ad apprendere e crescere. Chiede inoltre ai donatori internazionali di supportare i programmi per l’istruzione con donazioni a lungo termine.

Video/foto/rapporto: https://weshare.unicef.org/Package/2AMZIFHNJI1M

Profilo e Condizione occupazionale dei Laureati

RAPPORTO 2021 SUL PROFILO E SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI.
LA PANDEMIA NON COMPROMETTE LA FORMAZIONE ANCHE SE RALLENTA L’OCCUPAZIONE.
I LAUREATI HANNO APPREZZATO LA DAD, MA VOGLIONO TORNARE IN PRESENZA

All’Università degli Studi di Bergamo è stato presentato il XXIII Rapporto AlmaLaurea, annuale fotografia su Profilo e Condizione occupazionale dei Laureati. Le rilevazioni condotte sui 76 atenei che partecipano ad AlmaLaurea hanno coinvolto 291mila laureati del 2020, con un approfondimento sulla didattica a distanza durante la pandemia. Tra i dati emersi dal Rapporto sul Profilo dei Laureati, anche un giudizio sostanzialmente positivo sull’esperienza universitaria, valutata nel suo complesso temporale e quindi non condizionata dal particolare momento storico.

Il Rapporto sulla Condizione occupazionale restituisce, poi, un quadro composito, che evidenzia nel corso del 2020 alcune criticità nelle opportunità di occupazione, in particolare per i neo-laureati, mentre tra i laureati a cinque anni dal titolo gli effetti della pandemia, relativamente agli indicatori analizzati, paiono del tutto marginali  

[Bologna, 18 giugno 2021] Il XXIII Rapporto AlmaLaurea, sul Profilo e sulla Condizione Occupazionale dei Laureati,è statopresentato nella sede dell’Università degli Studi di Bergamo venerdì 18 giugno 2021 nell’ambito dell’iniziativa dal titolo PROFILO E CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI: PERCORSI DI TRANSIZIONE,promossainsieme all’Università degli Studi di Bergamo e con il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca.

A dare il benvenuto agli oltre 500 partecipanti connessi da remoto, Remo Morzenti Pellegrini, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Bergamo che ospita l’iniziativa, e laMinistra dell’Università e Ricerca, Maria Cristina Messa (in collegamento). La presentazione del Rapporto è stata condotta dal Direttore di AlmaLaurea, professoressa Marina Timoteo. Ai lavori ha partecipato anche il Presidente CRUI Ferruccio Resta, mentre le conclusioni sono state affidate alla Direttrice generale MUR Marcella Gargano

Il Rapporto 2021 sul Profilo dei Laureati di 76 Atenei si basa su una rilevazione che ha coinvolto 291mila laureati del 2020 e restituisce un’approfondita fotografia delle loro principali caratteristiche.

Il Rapporto 2021 sulla Condizione occupazionale dei Laureati di 76 Ateneisi basa su un’indagine che ha riguardato 655mila laureati e analizza i risultati raggiunti nel mercato del lavoro dai laureati nel 2019, 2017 e 2015, intervistati rispettivamente a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo.

Rapporto 2021 sul Profilo dei Laureati: i risultati in primo piano

Tra le novità offerte dal Rapporto 2021, il focus sulla Didattica a Distanza, con una interessante anticipazione sui dati dei laureati 2021. L’approfondimento si basa su oltre 110mila questionari compilati dai laureandi tra dicembre 2020 e maggio 2021. Seppure la didattica a distanza sia stata complessivamente apprezzata dai laureandi, ben il 78,4% preferisce la didattica in presenza, soprattutto per i rapporti con docenti e compagni di studio.

Laureati sempre più giovani. Cala ancora l’età alla laurea, per il complesso dei laureati nel 2020, pari a 25,8 anni. Età ridotta in misura apprezzabile rispetto all’ordinamento universitario precedente alla Riforma D.M. n. 509/1999, che ha continuato a decrescere fino al 2018 per poi rimanere pressoché costante (era 26,9 anni nel 2010). Anche la regolarità negli studi, che misura la capacità di concludere il corso di laurea nei tempi previsti dagli ordinamenti, ha registrato recentemente un miglioramento costante e marcato, seppure nell’ultimo anno per effetto della proroga della chiusura dell’anno accademico concessa agli studenti per l’emergenza Covid-19. Nel 2020 la percentuale raggiunge il 58,4% (era il 39,0% nel 2010).

Donne oltre la metà dei laureati. Le donne, che da tempo costituiscono oltre la metà dei laureati in Italia, rappresentano tra quelli del 2020 il 58,7% del totale. Tale quota risulta tendenzialmente stabile negli ultimi dieci anni. Si rileva una forte differenziazione nella composizione per genere dei vari ambiti disciplinari.

Contesto socio-culturale determinante. Nel Rapporto emerge che, tra i laureati, sono sovrarappresentati quanti provengono da ambienti familiari favoriti sul piano socio-culturale. Il 30,7% ha almeno un genitore con un titolo di studio universitario (nel 2010 era il 26,5%). Il contesto familiare di origine condiziona le scelte formative e professionali dei giovani. In particolare, tra chi ha almeno un genitore laureato, il 20,1% dei laureati completa gli studi nello stesso gruppo disciplinare di uno dei genitori (è il 35,5% tra i percorsi a ciclo unico, quelli che portano più spesso alla libera professione).

Studio all’estero e tirocini curriculari. Le esperienze di studio all’estero riconosciute dal corso di laurea coinvolgono complessivamente l’11,3% dei laureati nel 2020. La quota di laureati che matura un’esperienza di studio all’estero riconosciuta dal corso di laurea è leggermente cresciuta negli ultimi dieci anni (era l’8,7% nel 2010), ma è ancora oggi troppo poco diffusa. Nel 2020 il 57,6% dei laureati ha svolto esperienze di tirocinio curriculare riconosciute dal corso. Nel 2010 erano il 56,8% ma, dopo alcuni anni di sostanziale stabilità, dal 2015 si è evidenziata una costante crescita fino al 2019 (portando tale quota al 59,9%), cui è seguita la contrazione del 2020. Si tratta di esperienze che aumentano la probabilità di trovare lavoro a un anno dal titolo: +14,4% per chi ha svolto un periodo di studio all’estero, +12,2% per chi ha svolto un tirocinio.

Valutazione sull’esperienza universitaria. L’emergenza pandemica ha coinvolto solo una parte limitata dell’esperienza universitaria complessiva e, quindi, il giudizio generale non è stato sostanzialmente condizionato da questa. I neolaureati indicano una generale soddisfazione, peraltro in tendenziale aumento negli ultimi anni:l’88,6% si dichiara soddisfatto dei rapporti con il personale docente, il 90,8% è complessivamente soddisfatto del corso di laurea.

Rapporto 2021 sulla Condizione occupazionale dei Laureati: i risultati in primo piano

Il Rapporto sulla Condizione occupazionale del Laureati, in questa XXIII edizione, restituisce un quadro composito che evidenzia nel corso del 2020 alcune criticità nelle opportunità di occupazione, in particolare per i neo-laureati, mentre tra i laureati a cinque anni dal titolo gli effetti della pandemia, relativamente agli indicatori analizzati, paiono del tutto marginali. In particolare, tra i laureati intervistati a un anno dal titolo si rileva una contrazione del tasso di occupazione rispetto alla precedente rilevazione. La pandemia pare aver colpito soprattutto le opportunità di trovare lavoro, meno la qualità del tipo di occupazione trovata, anche se ciò rappresenta una media di situazioni profondamente eterogenee vissute da chi si è inserito nel mercato del lavoro prima e dopo l’emergere della pandemia. Il Rapporto, inoltre, fotografa l’aumento dello smart working e dell’home working.

Nel 2020 il tasso di occupazione è pari, a un anno dal conseguimento del titolo, al 69,2% tra i laureati di primo livello e al 68,1% tra i laureati di secondo livello del 2019. A cinque anni dal conseguimento del titolo il tasso di occupazione è pari all’88,1% per i laureati di primo livello e all’87,7% per i laureati di secondo livello.

Esiti occupazionali: effetti della pandemia più visibili nei neolaureati a un anno dalla laurea e sull’opportunità di trovare lavoro. Rispetto alla precedente rilevazione, il tasso di occupazione a un anno è diminuito di 4,9 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 3,6 punti per quelli di secondo livello.

Effetti marginali sui laureati a 5 anni dal conseguimento del titolo, che sembrano aver retto la pandemia. Il confronto con la rilevazione dello scorso anno mostra che il tasso di occupazione risulta in calo di 0,6 punti percentuali tra i laureati di primo livello e, al contrario, in aumento di 0,9 punti tra i laureati di secondo livello.

Effetto combinato. Il quadro restituito dall’indagine del 2020 risulta molto articolato. Per tener conto delle diverse condizioni del mercato del lavoro e delle opportunità offerte ai laureati, è stato svolto uno specifico approfondimento sui laureati a un anno, che ha tenuto conto del periodo di laurea e del periodo di rilevazione. Occorre sottolineare la distinzionetra quanti sono riusciti a trovare lavoro prima dello scoppio della pandemia, potendo contare su un mercato del lavoro tendenzialmente in crescita, e quanti si sono inseriti nel mercato del lavoro in piena pandemia, riscontrando un peggioramento anche rispetto alle caratteristiche del lavoro.

Confermate le differenze di genere e territoriali. Si confermano significative le tradizionali differenze di genere e territoriali mostrando, a parità di condizioni, la migliore collocazione degli uomini (17,8% di probabilità in più di essere occupati a un anno dalla laurea rispetto alle donne) e di quanti risiedono al Nord (+30,8% di probabilità di essere occupati a un anno dal titolo rispetto a quanti risiedono al Sud). È pur vero che, rispetto alla rilevazione dello scorso anno, anche se le differenze sono tutto sommato contenute, in termini di tasso di occupazione le donne, rispetto agli uomini, sembrano aver subìto maggiormente gli effetti della pandemia, soprattutto nel secondo periodo dell’anno, quello caratterizzato dalla graduale riapertura delle attività economiche. Inoltre, risultano maggiormente penalizzati i laureati residenti al Centro-Nord, rispetto a quelli del Sud.

Esploso smart working e altre forme di lavoro da remoto. Lo smart working, più diffusamente nella forma di home working, coinvolge nel 2020 il 19,8% dei laureati di primo livello e il 37,0% dei laureati di secondo livello occupati a un anno dal titolo. Tali valori appaiono decisamente più elevati di quelli osservati nella rilevazione del 2019, quando erano pari al 3,1% per i laureati di primo livello e al 4,3% per quelli di secondo a un anno dal titolo.

Retribuzione. Nel 2020 la retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è, in media, pari a 1.270 euro per i laureati di primo livello e a 1.364 euro per i laureati di secondo livello. Si rileva un aumento rispetto alla precedente rilevazione: +5,4% per i laureati di primo livello e +6,4% per quelli di secondo livello.

A cinque anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta è pari a 1.469 euro per i laureati di primo livello e a 1.556 euro per quelli di secondo livello. Anche a cinque anni dalla laurea si osserva un aumento delle retribuzioni rispetto alla rilevazione dello scorso anno: +4,3% per i laureati di primo livello e +4,0% per quelli di secondo livello. Tali incrementi si inseriscono in un contesto caratterizzato da alcuni anni di tendenziale aumento delle retribuzioni.

Dinamicità delle richieste di CV della banca dati del sistema AlmaLaurea da parte delle imprese. Il XXIII Rapporto sulla Condizione occupazionale ha descritto l’evolversi della condizione occupazionale dei laureati nel corso del 2020; per un’istantanea in tempo reale, in particolare in questi primi mesi del 2021, AlmaLaurea ha analizzato le informazioni desumibili dalla banca dati dei curricula del sistema AlmaLaurea. Il primo dato a emergere è che le richieste di CV, dopo il consistente decremento rilevato nei mesi primaverili del 2020, continuano progressivamente ad aumentare, fino a raggiungere le cifre record di quasi 117mila CV nel mese di marzo e di 115mila nel mese di maggio 2021. Si tratta peraltro di valori superiori a quelli del 2019. La pandemia ha causato una contrazione delle dinamiche di richiesta di laureati da parte delle imprese a partire dal mese di febbraio 2020, per poi acuirsi a marzo e ad aprile, mesi in cui si raggiunge il numero minimo di richieste di CV. Da maggio 2020, si inizia a registrare una ripresa delle richieste di CV che si conferma per tutto il 2020 e i primi mesi del 2021.

RAPPORTO 2021 COMPLETO AI LINK

https://www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2020
https://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione19

AlmaLaurea è un Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 che a oggi rappresenta 76 Atenei e circa il 90% di coloro che ogni anno si laureano in Italia. Il Consorzio è sostenuto dal contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca e dagli Atenei aderenti. Il suo Ufficio di Statistica è dal 2015 membro del Sistan, il Sistema Statistico Nazionale.
Il Consorzio realizza ogni anno due Indagini censuarie sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei Laureati a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo, restituendo agli Atenei aderenti, al Ministero, all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) basi documentarie attendibili per favorire i processi di programmazione, monitoraggio e valutazione delle decisioni assunte dalle Università. Il Consorzio vuole essere anche un punto di riferimento per i diplomati e per i laureati di ogni grado, ai quali AlmaLaurea offre strumenti di orientamento, servizi, informazioni e occasioni di confronto tra pari, per valorizzare il loro percorso formativo e facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro. Il Consorzio raccoglie e rende disponibili online i CV dei laureati (oggi quasi 3.300.000) e affianca gli Atenei consorziati nelle attività di job placement attraverso una piattaforma web per l’intermediazione.
Favorisce, inoltre, l’incontro tra offerta e domanda di lavoro qualificato tramite la società interamente controllata AlmaLaurea srl, Agenzia Per il Lavoro (APL) che opera principalmente nell’intermediazione e nella ricerca e selezione del personale, progettando ed erogando servizi – rivolti a imprese, enti e professionisti – concepiti e offerti nell’interesse primario dei laureati e in sinergia con gli Atenei e con le Istituzioni pubbliche competenti. Il Consorzio internazionalizza i propri servizi, le competenze, le attività di ricerca in prospettiva globale, collaborando con Paesi europei – in linea con la Strategia di Lisbona – ed extra europei.
Dall’esperienza di AlmaLaurea è nata l’associazione di scuole AlmaDiploma, per creare un collegamento tra la scuola secondaria superiore, l’università e il mondo del lavoro.

Monitoraggio ITS 2021

Monitoraggio ITS 2021, l’80% dei diplomati trova lavoro entro un anno

 Nel 92% dei casi, i giovani trovano un’occupazione in un’area coerente col percorso di studi

Il Ministro Patrizio Bianchi: “Rilancio sistema obiettivo fondamentale”

Roma, 7 giugno 2021 – È disponibile il monitoraggio nazionale 2021 dei percorsi ITS (Istituti Tecnici Superiori), realizzato da INDIRE su incarico del Ministero dell’Istruzione. Il monitoraggio analizza gli esiti occupazionali a dodici mesi dal diploma delle studentesse e degli studenti che hanno concluso i percorsi presso gli ITS fra il primo gennaio e il 31 dicembre 2019. La rilevazione si è concentrata sull’analisi dei 201 percorsi oggetto di monitoraggio perché terminati nel 2019, erogati da 83 Fondazioni ITS su 104 costituite al 31 dicembre 2019 con 5.097 studenti e 3.761 diplomati.

“A dieci anni dalla sua nascita, il sistema degli Istituti Tecnici Superiori continua a dimostrare la sua piena efficacia in termini di occupazione – dichiara il Ministro dell’IstruzionePatrizio Bianchi – Questi dati ci dicono, però, che possiamo fare di più ed è l’obiettivo della riforma alla quale stiamo lavorando e che presenteremo a breve. È il momento di uscire definitivamente dalla fase sperimentale e creare una rete nazionale in grado di valorizzare le specificità territoriali. Una rete che renda questa scelta più attrattiva per i giovani e per le loro famiglie. Gli ITS devono essere percepiti sempre di più come parte integrante del sistema nazionale di istruzione terziaria, con una loro autonomia e una loro più forte caratterizzazione nell’ambito dei cicli di studio”. “Il loro rilancio, al centro anche del nostro Pnrr, è un punto qualificante della strategia del Paese per uscire da stagnazione e bassa crescita e innalzare i livelli di studio”, ha concluso il Ministro.

“Gli ITS propongono un’offerta strettamente integrata con il mondo economico e produttivo – ha dichiarato il Presidente di INDIREGiovanni Biondi -, valorizzando tanto il capitale umano quanto il sistema produttivo nazionale e dei territori. Come evidenzia anche il monitoraggio, gli ITS confermano, nonostante la pandemia, la forza sul piano dell’occupabilità, della formazione e dal punto di vista sociale. Ciò è possibile grazie a un modello dinamico caratterizzato da una flessibilità organizzativa e didattica, da una rete di governance costruita insieme alle imprese, dalla capacità di intercettare l’innovazione, in particolare sul fronte dell’uso delle tecnologie abilitanti proprie al piano Industria 4.0, dalla coerente ricerca sulle metodologie di apprendimento e di acquisizione di competenze per i nuovi lavori”.

Cosa sono gli ITS

I percorsi in settori tecnologici d’avanguardia erogati dagli ITS hanno una durata biennale o triennale e fanno riferimento alle seguenti filiere: Mobilità sostenibile, Efficienza energetica, Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – turismo, Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nuove tecnologie della vita, Nuove tecnologie per il made in Italy: sistema agro-alimentare, sistema meccanica, sistema moda, servizi alle imprese, sistema casa.
Ciascun diploma corrisponde a figure nazionali, a piani di studio definiti con le imprese e a competenze sviluppate nei luoghi di lavoro. Si collocano al V livello EQF (European Qualification Framework). Sono progettati sulla base di piani triennali predisposti dalle programmazioni regionali e assumono come riferimento le competenze delle specifiche figure nazionali riferite alle aree tecnologiche (Decreto 7 Febbraio 2013), la ricognizione dei fabbisogni formativi dei diversi territori rispetto alle specifiche filiere produttive e considerano le esigenze di innovazione scientifica, tecnologica e organizzativa delle imprese. Rispondono ad alcuni standard minimi: stage obbligatori almeno per il 30% della durata del monte ore complessivo, presenza di non meno del 50% di docenti che provengono dal mondo del lavoro, con una specifica esperienza professionale maturata nel settore per almeno cinque anni (D.P.C.M. 25 gennaio 2008).

Le performance occupazionali dei diplomati ITS a un anno dal diploma

L’80% dei diplomati ITS ha trovato lavoro a un anno dal diploma, il 92% degli occupati in un’area coerente con il percorso di studi. Il dato risulta particolarmente significativo perché riferito al 2020, anno di esplosione della crisi pandemica. Del 20% dei non occupati o in altra condizione: l’11,1% non ha trovato lavoro, il 4,1% si è iscritto ad un percorso universitario, il 2,7% è in tirocinio extracurricolare e il 2,4% è risultato irreperibile. I dati relativi al tasso di occupati a 12 mesi, per area tecnologica, evidenziano in generale un trend in crescita per Mobilità sostenibile (83%) e Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (82%). In generale per gli ambiti delle Nuove tecnologie per il made in Italy si registra una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente, nonostante i valori rimangano alti, è il caso dell’ambito del Sistema meccanica (88%) e del Sistema moda (82%) dove si ottengono i migliori risultati.


Le tipologie di contratto

Il 42,1% degli occupati ha trovato lavoro con contratto a tempo determinato o lavoro autonomo in regime agevolato; tipologia contrattuale più utilizzata in tutte le aree tecnologiche. Unica eccezione per le Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, area nella quale prevale l’apprendistato.

Gli studenti

Sono giovani in prevalenza maschi (il 72,6%) tra i 20 e 24 anni (il 42,4%) e 18-19 anni (il 38,0%), in possesso di un diploma di istruzione secondaria di secondo grado ad indirizzo tecnico (il 59%). Costante e progressivo è anche l’incremento degli iscritti con diploma liceale (21%). Il 10,5 % degli iscritti risiede in una regione diversa rispetto alla sede del percorso. La percentuale degli iscritti fuori sede più significativa è per l’area tecnologica della Mobilità sostenibile (17,5%).

Una rete di governance agìta con le imprese

Il 44,6% dei 2.462 soggetti partner degli ITS con percorsi monitorati sono imprese e associazioni di imprese. Il 91% delle 4.043 sedi di stage sono imprese dove gli studenti sperimentano la digitalizzazione dei processi produttivi delle aziende. Nonostante la maggior parte delle imprese sedi di stage sia di piccole dimensioni (il 37,8% per la classe di addetti 1-9 e il 34,3% per la classe di addetti 10-49), i dati per area tecnologica evidenziano la prevalenza della classe di addetti 500 e oltre per le aree: Mobilità sostenibile (25,6%), Sistema meccanica (17,8%).

Flessibilità organizzativa e didattica

La rete dei docenti è rappresentata per il 71% da professionisti provenienti dal mondo del lavoro che svolgono il 71% delle ore di lezione previste nei percorsi. Il 41,3% delle ore del percorso è realizzato in stage mentre il 27% delle ore di teoria è realizzato in laboratori di impresa e di ricerca. La presenza di esperti provenienti dal mondo delle imprese garantisce il livello di “aggiornamento” delle attività che vengono proposte, degli stage e delle attività di laboratorio integrati nei percorsi formativi. In particolare, i laboratori (di proprietà dell’ITS 24,4% e in convenzione d’uso 75,6%) diventano il luogo dell’apprendimento, il cuore dell’attività formativa centrata sullo sviluppo di competenze.

La capacità di intercettare l’innovazione

Il 55% dei percorsi monitorati ha utilizzato le Tecnologie abilitanti 4.0, di questi l’84% ne utilizza più di una. Le tecnologie abilitanti maggiormente utilizzate sono la simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi (Simulation 47,3%) e la gestione elevata di quantità di dati su sistemi aperti (Cloud 46,4%). Le Tecnologie abilitanti 4.0 si accreditano per la formazione di tecnici della conoscenza (knowledge worker). La progettazione degli ITS si rinnova creando contesti esperienziali nei quali gli studenti utilizzano le tecnologie esercitando anche le soft skills come la propria capacità di risolvere problemi.

PREMIALITÀ

I percorsi che accedono alla premialità sono 89 (il 44,3% del totale dei percorsi monitorati).

Il rapporto più alto tra percorsi premiati e percorsi monitorati spetta alle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione con il 53,8% e alle Nuove tecnologie per il made in Italy con il 51,7% dei percorsi premiati sul totale dei percorsi monitorati (in particolare il Sistema meccanica con una percentuale di 78,9% di percorsi premiati).

Le regioni con percorsi che accedono alla premialità sono Veneto (18), Lombardia (17), Emilia-Romagna (10), Piemonte (9), Puglia (9), Liguria (3), Lazio (5), Friuli-Venezia Giulia (6), Umbria (3), Toscana (4), Campania (2), Sicilia (2) e Abruzzo (1). Nessun percorso accede alla premialità per Calabria, Marche, Molise, e Sardegna.

 I primi classificati per area tecnologica nel monitoraggio 2021

·  Nuove tecnologie per il Made in Italy, Sistema MeccanicaITS per la Mobilità sostenibile – Aerospazio/Meccatronica, Torino, Piemonte.

·  Tecnologie dell’informazione e della comunicazioneITS Nuove Tecnologie per il Made in Italy – JobsAcademy, Bergamo, Lombardia.

·  Nuove tecnologie per il made in Italy, Sistema ModaITS per le Nuove tecnologie per il Made in Italy: Sistema moda – Tessile, Abbigliamento e Moda, Biella, Piemonte.

·  Mobilità SostenibileITS per la Mobilità sostenibile – Fondazione G. Caboto, Latina, Lazio.

·  Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – TurismoITS per il Turismo Veneto, Venezia, Veneto.

·  Nuove tecnologie per il made in Italy, Servizi alle impreseITS Nuove tecnologie per il Made in Italy JobsAcademy, Bergamo, Lombardia.

·  Nuove tecnologie per il Made in Italy, Sistema Agro-alimentareITS per la Mobilità sostenibile nei settori del trasporto marittimo e della pesca – Accademia Italiana della Marina Mercantile, Genova, Liguria.

·  Nuove tecnologie per il made in Italy, Sistema casaITS Umbria Made in Italy – Innovazione, tecnologia e sviluppo, Perugia, Umbria.

·  Efficienza energeticaITS per lo sviluppo dei sistemi energetici ecosostenibili, Torino, Piemonte.

·  Nuove tecnologie della vitaITS Nuove tecnologie della vita, Modena, Emilia-Romagna

Roma, 7 giugno 2021

Piccole scuole in Italia

È stato pubblicato il Rapporto “Piccole scuole in Italia: identificazione, mappatura e analisi dei territori”, frutto del lavoro svolto dal gruppo di ricerca INDIRE sulla “Innovazione metodologica e organizzativa nelle scuole piccole”, nell’ambito del Programma Operativo Nazionale per la Scuola.

Il rapporto fornisce per la prima volta un quadro completo sul fenomeno delle piccole scuole nel nostro Paese, definendo in modo approfondito il loro numero, la distribuzione sul territorio e i contesti nei quali operano. Inoltre, sono stati individuati cluster omogenei per caratteristiche geografiche, demografiche e socioeconomiche.

Le piccole scuole rappresentano una parte importante dell’intera popolazione scolastica del nostro Paese. In Italia, sono 8.848, di cui 7.204 primarie e 1.644 secondarie di primo grado. Rappresentano oltre il 45% delle scuole primarie italiane e oltre il 21% delle scuole secondarie di primo grado.

Le regioni dove si registrano un maggior numero delle piccole scuole sono: Campania, Lombardia, Piemonte e Calabria. Le piccole scuole non sono soltanto quelle delle isole minori, dei luoghi remoti e isolati, ma si trovano anche nei centri urbani, nei comuni di cintura e nelle zone marginali fra città e campagna molto diffuse sul nostro territorio nazionale. Sono luoghi con storia, identità culturali e contesti socioeconomici diversificati. Per questo, il rapporto fra istituzioni, scuola e cittadinanza può variare molto in base alle loro realtà specifiche.

La ricerca ha individuato quattro raggruppamenti di contesti territoriali con caratteristiche omogenee. Il primo cluster rappresenta i territori più isolati, periferici e marginali, situati prevalentemente al Sud. Sono presenti soprattutto comuni situati in montagna, con una densità abitativa molto bassa, che registrano difficoltà nei trasporti e nelle connessioni di rete. Questo cluster vede il minor numero di comuni (21,7%) e di alunni in piccole scuole (14,4%).

Il secondo rappresenta territori piuttosto isolati, localizzati nelle aree interne del Paese, ma con la presenza di un certo tessuto socioeconomico. I comuni sono prevalentemente collinari e montani, con un grado di urbanizzazione medio/basso. Sono presenti prevalentemente in Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. Presenta il maggior numero di comuni (32,1%) fra i cluster, il 28,6% delle piccole scuole e il 25,9% degli alunni.

Il terzo raggruppamento è formato da territori con le migliori condizioni socioeconomiche, collocati soprattutto nel Nord Italia. È formato in prevalenza da comuni di cintura e in misura minore da comuni polo, con un grado di urbanizzazione media, collocati in pianura e collina. In questa sezione sono collocate la maggior parte sia di piccole scuole (33,9%) sia di alunni (42,9%) che le frequentano (pertanto vi sono concentrate molte delle “grandi piccole scuole”).

Infine, il quarto raggruppamento rappresenta territori fortemente connessi con il tessuto economico e sociale, con buoni indici socioeconomici, collocati soprattutto nelle zone pianeggianti e collinari del Nord Italia, Piemonte in particolare. Sono prevalentemente comuni di cintura, ma scarsamente popolati e rurali che talvolta presentano criticità nei trasporti e nelle connessioni a banda larga. Fra i cluster è quello con il minor numero di piccole scuole (16,6%) e di alunni (16,8%) dopo il primo cluster, e il 22% dei comuni.

La mappatura svolta dai ricercatori INDIRE per i contesti territoriali delle piccole scuole si pone sia come punto di partenza per ulteriori lavori di ricerca in questo ambito e sul sistema scolastico italiano in generale sia come strumento a supporto di una governance educativa attenta a pianificare azioni mirate sui diversi contesti territoriali e scolastici. Infine, il Rapporto può fornire utili informazioni a coloro che si occupano di rilancio dei territori, in quanto le piccole scuole rappresentano a tutti gli effetti presidi culturale fondamentali per ogni comunità.

Il progetto “Piccole Scuole” è finanziato nell’ambito della Programmazione dei Fondi Strutturali Europei 2014-2020 – Programma Operativo Nazionale plurifondo “Per la scuola competenze e ambienti per l’apprendimento” FSE/FESR-2014IT05M2OP001 – Asse I “Istruzione” – OS/RA 10.1
Piccole Scuole – Annualità 3 – Codice Unico di Progetto CUP: B59B17000010006
Codice Progetto: 10.1.8.A1-FSEPON-INDIRE-2017-1 – Azione 10.1.8 – “Rafforzamento delle analisi sulla popolazione scolastica e i fattori determinanti dell’abbandono, con riferimento alle componenti di genere, ai contesti socio-culturali, economici e locali anche con declinazioni a livello territoriale”.

Di seguito il link al report: https://piccolescuole.indire.it/wp-content/uploads/2021/03/Piccolescuole_mappatura-e-cluster-dei-contesti_Report.pdf

Teachers in Europe

Gli insegnanti svolgono un ruolo essenziale nel processo di apprendimento di ogni studente e il loro contributo è ancor più evidente in seguito alla pandemia da Covid-19. Milioni di docenti europei si sono adattati alle chiusure delle scuole e sono in prima linea per garantire che l’apprendimento degli studenti in lockdown continui, anche se a distanza. Tuttavia, la professione docente attraversa da alcuni anni una crisi professionale, con sistemi scolastici sempre più in difficoltà nel reclutare insegnanti motivati e competenti. In tale scenario, quali sono le soluzioni sviluppate dai decisori politici nazionali ed europei per superare queste sfide? Il rapporto della rete Eurydice che esce oggi, Teachers in Europe: Careers, Development and Well-being hacome focus gli insegnanti della scuola secondaria inferiore e si inserisce in questo dibattito.

Lo studio offre evidenze per comprendere l’impatto delle politiche nazionali sui comportamenti degli insegnanti, fornendo una base di dati per l’implementazione di future riforme. Il rapporto copre i 27 gli Stati membri dell’UE, oltre a Regno Unito, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia e Turchia.Le aree chiave dallo studio comprendono la crisi vocazionale e le politiche legate all’attrattività della professione, la formazione iniziale, lo sviluppo professionale continuo, le condizioni di servizio, le prospettive di carriera e il benessere degli insegnanti.

Attrattività della professione docente

La carenza di insegnanti è peggiorata negli ultimi anni e riguarda 35 sistemi educativi in Europa (otto di questi, tra cui anche l’Italia, soffrono sia di carenze che di eccesso di offerta). Le carenze sono più acute in materie come le STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e le lingue straniere.L’invecchiamento degli insegnanti interessa più della metà dei sistemi educativi. Alla luce della pandemia da Covid-19, l’età avanzata degli insegnanti aggiunge un ulteriore elemento di vulnerabilità ai sistemi educativi nel loro insieme, sia per la maggiore fragilità degli stessi, sia per la diffusa difficoltà tra gli insegnanti più anziani di gestire la didattica a distanza attraverso le nuove tecnologie. Inoltre, in alcuni paesi, tra cui l’Italia, più della metà dei docenti andrà in pensione nei prossimi 15 anni e solo il 6,4% di insegnanti ha meno di 35 anni; solola Grecia eil Portogallo fanno peggio con il 4,6% e 3,4% rispettivamente.

Condizioni di lavoro

In Europa, un insegnante su cinque lavora con contratti temporanei. Tra gli insegnanti con meno di 35 anni, più di un terzo lavora con contratti a tempo determinato, e in Italia (78%), come in Spagna, Austria e Portogallo, sono addirittura più di due terzi, con contratti brevi e spesso non superiori a un anno (quest’ultimo è il caso dell’Italia). In alcuni paesi rimane alta anche la percentuale di insegnanti nella fascia di età 35-49 che lavora con un contratto a tempo determinato (in Portogallo il 41%, in Spagna il 39% e in Italia il 32%). In Italia le discontinuità nel processo di reclutamento di docenti a tempo indeterminato, anche in seguito alle limitazioni della spesa pubblica degli anni passati, hanno spinto le scuole ad assumere insegnanti con contratti a tempo determinato (al massimo di un anno).

Sugli stipendi si registra una generale insoddisfazione tra gli insegnanti europei. Solo in Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Finlandia e Inghilterra, la percentuale di insegnanti soddisfatti, o molto soddisfatti, del loro stipendio è superiore al valore medio UE del 38%. In Francia, Italia, Portogallo, Romania e Slovenia, pochi insegnanti sono soddisfatti. In Italia gli insegnanti devono lavorare 35 anni prima di raggiungere lo stipendio massimo, che è circa il 50% in più dello stipendio iniziale. In Francia, Italia, Portogallo e Slovenia, inoltre, negli ultimi dieci anni gli stipendi degli insegnanti hanno avuto aumenti molto limitati.

Carriera

La carriera dei docenti in Europa è organizzata per step formali con specifici ruoli, responsabilità e relativi aumenti di stipendio, oppure concepita solo in termini di aumenti salariali, come nel caso dell’Italia.

Formazione iniziale e fase di avvio alla professione

La maggioranza dei sistemi educativi europei, compreso il sistema italiano, richiede una qualifica minima equivalente alla laurea magistrale per l’accesso alla professione, una formazione professionale e, spesso, anche un periodo di pratica in classe. La percentuale di formazione professionale, tuttavia, varia da un 50% della durata totale della formazione iniziale nel Belgio francese, Irlanda e Malta a un 8% in Italia e Montenegro. In base ai risultati dell’indagine internazionale TALIS 2018, in Europa, quasi il 70% di tutti gli insegnanti riferisce di essere stato formato in tutti e tre i principali aspetti della formazione (contenuti disciplinari, pedagogia generale e relativa alla specifica disciplina e pratica in classe). La percentuale scende sotto il 60% in Spagna, Francia e Italia. Per quanto riguarda la fase di avvio alla professione per i nuovi insegnanti (per noi anno di prova), in media, in Europa, meno del 50% degli insegnanti ha preso parte a una qualche forma di programma di sostegno all’inizio della carriera. In Italia l’anno di prova è obbligatorio per la conferma in ruolo dei docenti, ma è rivolto solo agli insegnanti assunti a tempo indeterminato.

Valutazione

Nella maggioranza dei paesi europei, la valutazione dei docenti è centralizzata mentre in una minoranza di sistemi le scuole o le autorità locali hanno autonomia in materia (per esempio in Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, ecc..). La valutazione degli insegnanti viene effettuata più spesso nei tre paesi baltici, in diversi paesi dell’Europa dell’Est, in Inghilterra e in Svezia.  Al contrario, in diversi paesi dell’Europa del Sud e dell’Ovest, così come in Finlandia, gli insegnanti vengono valutati con minor frequenza (Belgio fiammingo, Italia, Spagna, Francia, Cipro, Austria, Paesi Bassi, Portogallo). In Italia, la valutazione degli insegnanti ha iniziato ad essere regolamentata pochi anni prima dell’ultima indagine TALIS. Infatti, nel 2015, con la Legge di riforma dell’istruzione (107/2015), è stato introdotto, per tutti gli insegnanti a tempo indeterminato, un bonus premiale basato sulla valutazione. L’attuazione di questa politica ha avuto un riflesso nella diminuzione (-33,7 punti percentuali) tra il TALIS 2013 e il TALIS 2018 della percentuale di insegnanti che lavorano in scuole dove non sono mai stati valutati. Il motivo più comune in Europa per la valutazione è quello di offrire un feedback sul loro lavoro agli insegnanti, allo scopo di migliorarsi. Fatta eccezione per l’Italia, tutti i paesi che hanno un sistema di valutazione lo prevedono come uno dei principali obiettivi del processo di valutazione.

Mobilità

Solo una minoranza di insegnanti in Europa è stato all’estero per motivi professionali. Nel 2018, solo il 40,9% degli insegnanti europei è stato “mobile” almeno una volta come studente, insegnante o entrambi. I programmi UE sono i principali finanziamenti della mobilità transnazionale dei docenti.  Solo in una minoranza di paesi, esistono programmi nazionali che finanziano la mobilità degli insegnanti all’estero per motivi di sviluppo professionale.  La mobilità transnazionale degli insegnanti in servizio è inferiore alla media europea in Belgio, Bulgaria, Croazia, Italia, Malta, Slovacchia, Inghilterra e Turchia.

Il rapporto completo è disponibile a questa pagina: https://eurydice.indire.it/pubblicazioni/teachers-in-europe-careers-development-and-well-being/

Scuole chiuse quasi un anno per 168 milioni di studenti

UNICEF/COVID-19: scuole chiuse quasi un anno per 168 milioni di studenti

  • Circa 214 milioni di bambini a livello globale – ovvero 1 su 7- hanno perso più di tre quarti di scuola in presenza.
  • UNICEF svela – presso la sede delle Nazioni Unite di New York – l’installazione ‘Pandemic Classroom’, in cui viene rappresentata una classe composta da 168 banchi vuoti; ogni banco rappresenta 1 milione di bambini che vive in paesi in cui le scuole sono state quasi interamente chiuse.
  • Più di 888 milioni di bambini nel mondo continuano ad affrontare l’interruzione dell’istruzione a causa della chiusura completa o parziale delle scuole.

3 marzo 2021 – Secondo nuovi dati UNICEF, lanciati oggi, per 168 milioni di bambini in tutto il mondo le scuole sono state completamente chiuse per quasi un anno intero a causa dei lockdown per il COVID-19. Inoltre, circa 214 milioni di bambini a livello globale – ovvero 1 su 7- hanno perso più di tre quarti di scuola in presenza.

L’analisi sulla chiusura delle scuole mostra che, tra marzo 2020 e febbraio 2021, le scuole sono rimaste in gran parte chiuse in 14 paesi nel mondo. Due terzi di questi paesi sono in America Latina e nei Caraibi, colpendo circa 98 milioni di studenti. Di questi 14 paesi, Panama ha tenuto le scuole chiuse più a lungo, seguita da El Salvador, Bangladesh e Bolivia. “Avvicinandoci al 1° anno di pandemia da COVID-19, ci viene nuovamente ricordata la catastrofica emergenza dell’istruzione che le chiusure a livello mondiale hanno creato. Ogni giorno che passa, i bambini che non possono accedere all’istruzione in presenza rimangono sempre più indietro, e i più emarginati pagano il prezzo più alto”, ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell’UNICEF. “Non possiamo permetterci di passare a un secondo anno di apprendimento limitato o addirittura assente per questi bambini. Non si dovrebbe risparmiare alcuno sforzo per tenere aperte le scuole, o dare loro la priorità nei piani di riapertura”.

Tavola 1: Numero di paesi/bambini in cui le scuole sono rimaste chiuse da marzo* 

 Scuole rimaste chiuse per circa un anno intero (# di paesi) Bambini in età scolare colpiti
Numero (in milioni) e percentuale
Asia dell’Est e Pacifico  25 15% 
Medio Oriente e Nord Africa 5% 
Africa Orientale e Meridionale n.d. n.d. 
Africa Occidentale e Centrale n.d. n.d. 
Europa e Asia Centrale n.d. n.d. 
America Latina e Caraibi 98 58% 
Asia del Sud 37 22% 
TOTALE 14 168 100% 
*Note: I paesi sono stati identificati in base al numero di giorni di lezione dall’11 marzo 2020, la data di riferimento di quando le scuole sono state completamente chiuse, fino a febbraio 2021. I dati riflettono lo stato di chiusura delle scuole negli ultimi 11 mesi. Nei casi in cui i paesi hanno avuto meno di 10 giorni di scuola completamente aperta e meno di 12 giorni di scuola parzialmente aperta, sono stati considerati come rimasti chiusi per quasi un anno di istruzione. L’analisi copre dall’istruzione pre-primaria all’istruzione secondaria superiore.

La chiusura delle scuole ha conseguenze devastanti sull’apprendimento e il benessere dei bambini. I più vulnerabili e coloro che non possono accedere all’apprendimento da remoto sono esposti a maggiori rischi di non tornare mai a scuola, o anche di essere costretti a matrimoni precoci o sfruttamento del lavoro minorile. Secondo gli ultimi dati UNESCO più di 888 milioni di bambini nel mondo continuano ad affrontare l’interruzione  dell’istruzione a causa della chiusura completa o parziale delle scuole. 

La maggior parte degli studenti nel mondo considera le scuole come luoghi in cui poter interagire con i propri coetanei, cercare supporto, accedere a servizi sanitari, di vaccinazione e per ricevere pasti nutrienti.  

Più a lungo le scuole rimarranno chiuse, tanto più i bambini non riceveranno questi servizi essenziali dell’infanzia. 

Per richiamare l’attenzione sull’emergenza dell’istruzione e sensibilizzare sulla necessità dei governi di tenere le scuole aperte, o darvi priorità nei piani di riapertura, l’UNICEF oggi svela l’installazione “Pandemic Classroom”, una classe composta da 168 banchi vuoti.Ogni banco rappresenta 1 milione di bambini che vive in paesi in cui le scuole sono state quasi interamente chiuse – un solenne ricordo delle classi in ogni angolo del mondo che rimangono vuote. 

“Questa classe rappresenta i milioni di centri per l’apprendimento che sono rimasti vuoti, molti per quasi tutto l’anno. Dietro ogni sedia vuota c’è uno zaino vuoto, un simbolo del potenziale sospeso di un bambino”, ha dichiarato Fore. “Non vogliamo che porte ed edifici chiusi nascondano il fatto che il futuro dei nostri bambini sia stato messo in pausa a tempo indeterminato. Questa installazione è un messaggio ai governi: dobbiamo dare la priorità alla riapertura delle scuole e dobbiamo dare la priorità per riaprirle migliori rispetto a come erano prima”. 

Quando gli studenti torneranno in classe, avranno bisogno di supporto per riadattarsi e recuperare lo studio. I piani di riapertura delle scuole devono comprendere azioni per recuperare l’istruzione persa dei bambini. L’UNICEF chiede ai governi di dare priorità ai bisogni individuali di ogni studente, con servizi completi che coprano il recupero di apprendimento, salute e nutrizione, salute mentale e misure di protezione nelle scuole per lo sviluppo e il benessere dei bambini e degli adolescenti. Il Framework for Reopening Schools dell’UNICEF, realizzato congiuntamente da UNESCO, UNHCR, WFP e Banca Mondiale, offre consigli pratici alle autorità nazionali e locali. 

SCARICA RAPPORTO/DATI: https://data.unicef.org/resources/one-year-of-covid-19-and-school-closures/

La nostra Europa. I nostri diritti. Il nostro futuro

Rapporto UNICEF/Save the Children: 1 bambino su 5 ansioso per futuro e cresciuto infelice

ChildFund Alliance, Eurochild, Save the Children, UNICEF e World Vision lanciano il rapporto “La nostra Europa. I nostri diritti. Il nostro futuro“.  

Coinvolti più di 10.000 bambini e giovani tra gli 11 e i 17 anni all’interno e fuori dall’Europa. 

  • Un bambino su cinque nell’UE che ha risposto alla consultazione riferisce di essere cresciuto infelice e di essere ansioso per il futuro. 
  • Circa 1 bambino su 10, consultato per il rapporto, riferisce di vivere con problemi di salute mentale o sintomi come depressione o ansia.  
  • Un terzo dei bambini intervistati ha vissuto discriminazione o esclusione.  

    23 febbraio 2021 – Le opinioni di bambini, bambine e giovani potrebbero presto avere un peso maggiore nel processo decisionale a livello europeo. Un gruppo di cinque organizzazioni impegnate per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – ChildFund Alliance, Eurochild, Save the Children, UNICEF e World Vision – ha lanciato un sondaggio online e una consultazione con i bambini, realizzarndo poi un rapporto. Le voci dei bambini contribuiranno a orientare la Strategia dell’UE sui diritti dei bambini e la Child Guarantee. I contributi dei bambini contribuiranno quindi direttamente a determinare e definire le priorità di entrambe le iniziative. Questo sondaggio è stato avviato dalla Commissione europea, che ci ha lavorato in stretta collaborazione con le cinque organizzazioni per i diritti dei bambini. 

    La pandemia da COVID-19 ha spinto bambini e giovani in Europa e oltre, verso stress e incertezza. Come rivela il nuovo rapporto di ChildFund Alliance, Eurochild, Save The Children, UNICEF e World Vision, un bambino su cinque nell’UE che ha risposto al sondaggio riferisce di essere cresciuto infelice e di essere ansioso per il futuro. 

    Per il rapporto, “La nostra Europa. I nostri diritti. Il nostro futuro”, sono stati coinvolti più di 10.000 bambini e giovani tra gli 11 e i 17 anni all’interno e fuori dall’Europa. 

    Il rapporto ha rivelato altri risultati importanti:  
  • Circa 1 bambino su 10, consultato per il rapporto, riferisce di vivere con problemi di salute mentale o sintomi come depressione o ansia. Le ragazze coinvolte sono risultate molto più a rischio dei ragazzi, e i bambini più grandi hanno riportato maggiori problemi rispetto ai bambini più piccoli;  
  • Un terzo dei bambini coinvolti nella consultazione ha vissuto discriminazione o esclusione; 
  • Questa percentuale è salita al 50% quando sono stati consultati bambini con disabilità, bambini migranti, di minoranze etniche o ragazzi/e che si identificano come LGBTQ+;  
  • Tre quarti dei bambini consultati si sentono felici a scuola, ma l’80% dei 17enni intervistati ritiene che la formazione ricevuta non li prepari bene per il loro futuro; 
  • La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze coinvolte vorrebbe fare dei cambiamenti nella propria vita scolastica: il 62% degli intervistati vorrebbe avere meno compiti a casa e il 57% vorrebbe avere lezioni più interessanti. Quasi un terzo degli intervistati vorrebbe influenzare il contenuto dei programmi scolastici, con più attività sportive (33%), approfondimenti sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (31%) e più materie artistiche (31%). Ad ogni modo, quasi tutti gli intervistati hanno sentito parlare dei diritti dei bambini;  
  • L’88% dei bambini e dei giovani consultati erano consapevoli del cambiamento climatico e del suo impatto sulla loro comunità, l’8% più o meno consapevoli e il 4% non erano sicuri.  

    “Questa consultazione con i bambini è una svolta per noi della Commissione europea e un passo importante verso una maggiore partecipazione dei bambini. I bambini sono esperti sulle questioni che li riguardano e questa consultazione dimostra ancora una volta che i bambini sono già attori importanti qui ed ora. Il nostro ruolo è quello di permettere e dare a tutti loro la possibilità di continuare a percorrere la strada che li porterà a diventare i leader di domani. Pertanto, la partecipazione, l’uguaglianza e l’inclusione sono i principi guida sia per la Strategia dell’UE sui diritti dei bambini che per la Child Guarantee nel 2021. Dobbiamo e vogliamo garantire che tutti i bambini abbiano un uguale inizio di vita e prosperino in questo mondo, liberi dalla paura e dal bisogno”, ha dichiarato la Vicepresidente della Commissione europea, Dubravka Šuica. 

    “Questo è di per sé un rapporto storico, poiché è la prima volta che così tanti bambini e giovani possono influenzare e determinare direttamente la politica dell’UE. Non potrebbe arrivare in un momento più importante, dato che i bambini stanno affrontando gli impatti psicologici e pratici della pandemia da COVID-19, dovendo adattarsi a una nuova realtà per gli anni a venire. Poiché si tratta del loro futuro, le loro opinioni devono emergere nelle decisioni prese dall’UE”, hanno dichiarato i rappresentanti di ChildFund Alliance, Eurochild, Save the Children, UNICEF e World Vision.  

    Nicolas Schmit, Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, ha dichiarato: “Mentre affrontiamo le conseguenze socio-economiche della pandemia da COVID-19, non vogliamo semplicemente proteggere i nostri bambini, ma anche investire su di loro, in modo che abbiano il miglior inizio di vita possibile e possano crescere bene. E chi meglio dei bambini stessi può parlarci delle difficoltà che stanno affrontando? Accolgo calorosamente lo spirito di questa consultazione e sono grato alle migliaia di bambini che ci hanno dato il loro contributo. Le vostre voci vengono ascoltate”. 

    “Come responsabili politici, dobbiamo assicurarci che le nostre strategie possano basarsi sull’esperienza personale di tutti i cittadini. La costruzione di una strategia globale per i diritti dei bambini deve includere tutte le aree rilevanti, dalla salute (compresa la salute mentale), all’inclusione sociale, all’istruzione, alla giustizia a misura di bambino, ai bambini coinvolti nelle migrazioni e alla partecipazione al processo democratico.  È estremamente importante ascoltare i bambini, sentire le loro voci su questi argomenti – ecco perché questa consultazione è così preziosa e contribuirà a sostenere la strategia dell’UE sui diritti dei bambini”, ha dichiarato Didier Reynders, Commissario europeo per la Giustizia.  

    “I bambini sono cittadini a pieno titolo e titolari di diritti. È di fondamentale importanza dare ai bambini una voce e riconoscere che possono dire la loro riguardo alla definizione del futuro dell’Europa. Sono estremamente lieto che l’imminente prima strategia globale dell’UE sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza li metta al centro e questa consultazione è un passo importante nella giusta direzione. Come politici, è nostra responsabilità dare a tutti i bambini una reale possibilità di raggiungere il loro pieno potenziale e crescere bene in tutti i contesti, senza lasciare nessuno indietro”, ha dichiarato David Lega, membro del Parlamento Europeo e co-presidente dell’intergruppo del Parlamento europeo sui diritti dell’infanzia.   

LINK

Scarica il rapporto completo: https://www.unicef.org/eu/reports/report-our-europe-our-rights-our-future

Scarica il summary report: https://www.unicef.org/eu/media/1271/file/Summary_Report_-_%22Our_Europe%2C_Our_Rights%2C_Our_Future%22_.pdf

Esiti a distanza e Profilo dei diplomati nell’anno della pandemia

XVIII Convegno AlmaDiploma
Esiti a distanza e Profilo dei diplomati nell’anno della pandemia

Percorsi di orientamento e scelte nella scuola secondaria di I e II grado

Circa 37mila diplomati contattati per il focus su Profilo dei diplomati AlmaDiploma 2020 che fanno registrare un maggiore gradimento complessivo nella valutazione della scuola, più fiducia ai docenti, poche luci e molte ombre della DaD e, in uno sguardo al futuro, la preoccupazione come stato d’animo prevalente.

Sono oltre 93mila, invece, i diplomati contattati a uno e a tre anni dal conseguimento del titolo (rispettivamente nel 2019 e nel 2017) che si sono espressi sul giudizio dell’esperienza scolastica, sugli esiti occupazionali e formativi post-diploma, sul ruolo dell’orientamento e sulle caratteristiche del lavoro svolto

Il XVIII Convegno di AlmaDiploma, organizzato per presentare gli Esiti a distanza e il Profilo dei diplomati nell’anno della pandemia, percorsi di orientamento e scelte nella scuola secondaria di I e II grado, si è svolto venerdì 19 febbraio in modalità webinar.

I lavori, che hanno registrato quasi 200 partecipanti, sono stati introdotti da Silvia Ghiselli, Ufficio Indagini e Statistiche AlmaLaurea, e coordinati dal Direttore di AlmaDiploma, Renato Salsone. In rappresentanza delle Istituzioni era collegata da remoto l’on. Francesca Puglisi.

Davide Cristofori, Ufficio Indagini e Statistiche AlmaLaurea, ha illustrato il Profilo dei Diplomati 2020: presentazione della XVIII Indagine AlmaDiploma. La rilevazione analizza l’origine sociale, la riuscita scolastica, le valutazioni e le prospettive post-diploma degli studenti appena usciti dalla scuola secondaria di secondo grado. Restituisce una misura sintetica dell’efficacia interna del sistema scolastico, un insieme di indicatori utili come strumenti di autovalutazione per le scuole e per tutto il sistema scolastico.

Gli Esiti a Distanza dei Diplomati a uno e tre anni dal conseguimento del titolo: presentazione della XV Indagine AlmaDiploma sono stati, invece, presentati da Claudia Girotti, Ufficio Indagini e Statistiche AlmaLaurea. La rilevazione analizza gli esiti dei diplomati nei primi anni successivi al conseguimento del titolo e permette di valutare anche la qualità della formazione acquisita. Oltre alla valutazione dell’esperienza scolastica, l’indagine analizza le scelte post-diploma e relative motivazioni, le caratteristiche del percorso universitario scelto, i ripensamenti dei diplomati, nonché le caratteristiche del lavoro svolto.

Con Greta Mazzetti, Dipartimento di Scienze dell’Educazione – Università di Bologna, si è parlato anche del Percorso almamedie: supporto alla scelta della scuola secondaria di secondo grado. Un importante contributo è stato, poi, offerto dagli interventi di Anna Maria Ajello, Presidente INVALSI, e GianlucaArgentin, Sociologo presso l’università di Milano Bicocca.

Il Presidente AlmaDiploma, Mauro Borsarini, infine,haconcluso l’incontro precisando: «È interessante rilevare come il generale e complessivo apprezzamento da parte dei nostri ragazzi, per gli sforzi profusi dalle Istituzioni Scolastiche nel reinventarsi con la Didattica Digitale, si scontri con la preoccupazione che hanno gli stessi studenti di perdere un’occasione per prepararsi al futuro. In modo semplice e diretto, dunque, ci confermano che la scuola è per loro un importante riferimento di formazione e di crescita. Lo è anche e soprattutto se diventa un’opportunità significativa e concreta; se rende possibile una esperienza di relazione diretta e non mediata dalla tecnologia, o perlomeno non in modo esclusivo».

Profilo dei diplomati 2020 – XVIII Indagine AlmaDiploma

Popolazione di riferimento[1]: 36.457 diplomati AlmaDiploma 2020 coinvolti (Licei 57,2%|Tecnici 34,6%|Professionali 8,3%) – 213 Istituti coinvolti – Regioni più rappresentate Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige – 79,3% tasso di risposta

  • VALUTAZIONE DELLA SCUOLA: AUMENTA IL GRADIMENTO Tra il 2018 e il 2020, a parità di istituti nelle tre indagini (2018 – 2019 – 2020) che hanno riguardato 181 Istituti per un totale di 91.594 diplomati, aumenta il gradimento degli studenti per molti aspetti dell’esperienza scolastica (ad esempio, +3,4 punti percentuali per l’esperienza complessiva). L’aumento è particolarmente evidente proprio nell’ultimo anno, quando i ragazzi si ritrovano a valutare l’intera esperienza scolastica in pieno lockdown e didattica a distanza. Cresce in modo consistente il gradimento per i docenti (+4,1 punti percentuali soddisfatti per disponibilità al dialogo; +3,3 soddisfatti per chiarezza nell’esposizione), la quota di chi rifarebbe lo stesso percorso nella stessa scuola (+6,6), ma anche il gradimento per alcuni aspetti organizzativi messi in campo dalla scuola quali la comunicazione (+11,5) e le attività di recupero (+7,9). La sensazione è che i ragazzi esprimano le loro opinioni sulla scuola con “nuovi occhi”, rivalutandola su diversi aspetti. Tutto questo, in un contesto in cui aumenta il tempo dedicato allo studio individuale (+4,1 punti tra chi dedica allo studio almeno 15 ore alla settimana) e la partecipazione a corsi di lingua extra-scolastici (+13,7) in una dimensione sempre più “social” (+3,8 punti tra chi utilizza in modo attivo più volte al giorno i social network).
  • ORIENTAMENTO: PIÙ FIDUCIA AI DOCENTI Tra il 2018 e il 2020, a parità di istituti, aumenta la quota di chi ha svolto attività di orientamento post-diploma organizzate dalla scuola (+3,6 punti) e nell’ultimo anno aumenta anche il livello di adeguatezza delle informazioni ricevute sia sul mondo del lavoro (+3,6 soddisfatti) sia sui percorsi formativi successivi (+4,3). Contemporaneamente, cala la rilevanza attribuita dagli studenti ai consigli dei genitori (-8,8) nella scelta post-diploma mentre cresce quella relativa ai consigli dei docenti (+4,4), come se in questo momento storico i ragazzi si affidino di più ai loro docenti rispetto a prima.
  • DAD, POCHE LUCI E MOLTE OMBRE L’opinione degli studenti sulla didattica a distanza presenta alcune luci e molte ombre: se è vero che la grande maggioranza ha apprezzato l’efficienza organizzativa (il 77,9% degli studenti) e la continuità delle lezioni garantita dagli insegnanti (il 90,3% degli intervistati), il 74,3% pensa che la preparazione raggiunta con la didattica a distanza sia inferiore a quella che si sarebbe ottenuta andando a scuola. Da non sottovalutare il fatto che l’adozione della didattica a distanza ha accentuato le difficoltà di alcune fasce di studenti più fragili: quelli che non hanno avuto l’accesso esclusivo ai dispositivi, chi ha dovuto chiedere il supporto alla scuola, generalmente più presenti tra i professionali e tra chi ha un background familiare meno favorito.
  • LA PREOCCUPAZIONE LO STATO D’ANIMO PREVALENTE I diplomati hanno vissuto questo momento di didattica a distanza con emozioni contrastanti, ma lo stato d’animo prevalente è la preoccupazione. Si sentono più preoccupati i diplomati dei percorsi professionali (il 40,9%), quelli che temono maggiormente la ripercussione della crisi sulle opportunità occupazionali e le ragazze (il 41,3%) rispetto ai compagni (come emerge anche dal percorso AlmaOriéntati, rispecchia più che altro le differenze di genere nell’autopercezione della realtà).

Esiti occupazionali e formativi A DISTANZA DEI DIPLOMATI A UNO E TRE ANNI DAL CONSEGUIMENTO DEL TITOLO – XV Indagine 2020

Popolazione di riferimento: Oltre 93.000 diplomati AlmaDiploma coinvolti di cui per il 2019: 46.066 di 289 Istituti e per il 2017: 47.642 di 312 Istituti – Rilevazione CAWI 2020 2 settembre / 27 ottobre – Interviste: n. 13.500 (Dati riproporzionati)

  • Giudizio dell’esperienza scolastica La scelta del percorso di scuola secondaria di secondo grado avviene notoriamente in un momento molto delicato, nel quale il ragazzo ha raramente raggiunto la maturità necessaria per compiere una scelta consapevole, così che famiglia e insegnanti della scuola secondaria di primo grado esercitano un ruolo di primaria importanza nella scelta del percorso da compiere. È probabilmente per tali ragioni che alla vigilia della conclusione degli studi secondari di secondo grado poco più della metà dei diplomati del 2019 dichiara che, potendo tornare indietro, sceglierebbe lo stesso indirizzo/corso nella stessa scuola (57,5%), mentre la restante parte compierebbe una scelta diversa (ripetendo il medesimo indirizzo/corso ma in un’altra scuola o scegliendo un diverso indirizzo nella stessa scuola; a questi, si aggiungono quanti farebbero una scelta totalmente diversa, cambiando sia scuola sia indirizzo).

A un anno dal diploma il quadro si modifica. La quota di contattati che replicherebbe esattamente il percorso scolastico aumenta (61,1%) e, conseguentemente, diminuisce la percentuale di chi varierebbe, anche solo parzialmente, la propria scelta. I diplomati liceali e i tecnici risultano essere tendenzialmente i più appagati dalla scelta compiuta, con un aumento, rispetto a quanto dichiarato al momento del diploma, della quota di chi, a un anno dal titolo, confermerebbe la scelta fatta. I diplomati meno convinti della scelta compiuta a 14 anni, stando alle dichiarazioni rese alla vigilia dell’Esame di Stato, invece, sono soprattutto quelli degli istituti professionali (47,9%); tra questi, inoltre, nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo di studio, si acuisce il malcontento rispetto alla scelta compiuta, in particolare con riferimento a quanti cambierebbero sia scuola sia indirizzo (34,7%). È vero, tuttavia, che, contemporaneamente, si osserva un aumento (50,7%), dopo un anno dal titolo, anche della quota di chi ripeterebbe la medesima esperienza scolastica.

  • Esiti occupazionali e formativi post-diploma I dati del 2020 confermano che, a un anno dal diploma, un’elevata quota di diplomati (70,3%) risulta iscritta all’università, dedicandosi esclusivamente agli studi o conciliando studio e lavoro. Mentre a tre anni dal diploma la percentuale iscritta all’università è del 66,5%. L’analisi temporale (effettuata sui 249 istituti che hanno partecipato a tutte e tre le ultimi indagini: 2018, 2019 e 2020) mostra un aumento, soprattutto nell’ultimo anno, della quota di diplomati iscritti all’università (+5,3 punti percentuali) (considerando le principali motivazioni alla base della scelta di iscriversi all’università, nel triennio in esame si osserva un aumento di diplomati si iscrivono per migliorare la propria formazione culturale e una diminuzione di quanti ritengono che la laurea sia necessaria per trovare lavoro) e una diminuzione della quota di occupati
    (-5,4 punti percentuali)
    , nelle due componenti: diplomati che lavorano solamente e diplomati che lavorano e contemporaneamente studiano all’università.
  • Ripensamenti e ruolo dell’orientamento Per una parte di diplomati la scelta di proseguire la propria formazione iscrivendosi all’università non è risultata vincente, portandoli a interrompere gli studi universitari (il 5,6% a un anno e l’8,0% a tre anni) o a cambiare il proprio percorso di studio (l’8,9% a un anno e l’11,8% a tre anni). Tra le principali motivazioni alla base di tali ripensamenti emergono quelle legate ad una insoddisfazione rispetto alle aspettative iniziali, in termini di discipline insegnate, difficoltà del corso e insoddisfazione per l’ateneo (organizzazione, strutture, ecc.). A questo si lega il tema dell’orientamento e dell’importanza di operare una scelta consapevole. I dati di AlmaDiploma permettono di analizzare le diverse performance universitarie distintamente per i diplomati che durante la scuola secondaria di secondo grado hanno svolto o meno il percorso AlmaOrièntati evidenziando tra i primi una minore quota di ripensamenti (14,2% rispetto al 15,3%) e un maggior numero di crediti universitari maturati nel primo anno post-diploma (39,3 CFU rispetto ai 36,1 CFU maturati da chi non ha compilato il percorso AlmaOrièntati).
  • Caratteristiche del lavoro svolto L’analisi temporale (effettuata sui 249 istituti che hanno partecipato a tutte e tre le ultimi indagini: 2018, 2019 e 2020) mostra, fino ai primi mesi del 2020, un tendenziale miglioramento delle caratteristiche del lavoro svolto a un anno dal diploma, in particolare in termini di retribuzione (+5,5%) e coerenza tra studi compiuti e lavoro svolto (+4,6 punti percentuali). Con lo scoppiar dell’epidemia da Covid-19 il quadro si è modificato profondamente, tanto che tutti gli indicatori sopra menzionati risultano in forte peggioramento.

INDAGINE COMPLETA AI SEGUENTI LINK:
http://www.almadiploma.it/indagini/profilo/profilo2020/
https://www.almadiploma.it/indagini/occupazione/occupazione2020/


[1] Gli istituti aderenti nel 2020 ad AlmaDiploma sono 245. 213 sono quelli inclusi nel Profilo 2020, ovvero quelli in cui almeno il 50% dei diplomati ha compilato il questionario. 181 sono infine gli Istituti che hanno partecipato ininterrottamente alle ultime 3 rilevazioni (2018, 2019, 2020).

LAUREATI NELLE PROFESSIONI SANITARIE: FOCUS SULLE RETRIBUZIONI

RETRIBUZIONE DEI LAUREATINELLE PROFESSIONI SANITARIEIL NUOVO FOCUS DI ALMALAUREA

La Giornata Mondiale del malato (11 febbraio) offre ad AlmaLaurea lo spunto per presentare la nuova indagine statistica che ha visto intervistati – nel 2019 a un anno dal conseguimento del titolo – 18.249 laureati di primo livello del 2018, afferenti ai corsi di laurea delle 22 professioni sanitarie.
Retribuzione dei laureati, differenze retributive di genere e per ripartizione geografica di lavoro, mobilità dei laureati e principali fattori che incidono sulla retribuzione mensile sono i focus oggetto dell’indagine.


[Bologna, 09 febbraio 2021] – Indagare gli esiti occupazionali in termini di retribuzioni mensili nette dei laureati nelle professioni sanitarie, inseriti nel mercato del lavoro, è l’obiettivo che AlmaLaurea si è posta con il nuovo approfondimento sulla condizione occupazionale dei laureati triennali in professioni sanitarie. Oggetto dell’analisi sono i 18.249 laureati di primo livello del 2018, afferenti ai corsi di laurea delle 22 professioni sanitarie, contattati nel 2019 a un anno dal conseguimento del titolo. L’indagine ha rilevato che, a differenza degli altri percorsi di laurea triennali, caratterizzati da una quota elevata di quanti proseguono con la formazione universitaria, per le professioni sanitarie il proseguimento naturale è il mercato del lavoro.

Come evidenziato anche nel più recente rapporto di AlmaLaurea presentato a giugno dello scorso anno, si tratta di lauree altamente professionalizzanti che si differenziano dal complesso dei laureati triennali per la spendibilità del titolo e la posizione privilegiata che assumono nell’immediato inserimento nel mercato del lavoro. L’87,8% decide, al termine del percorso triennale, di non iscriversi ad un altro corso di laurea (è solo il 34,9% per il complesso dei laureati di primo livello): tale quota supera il 90% per i laureati del corso in Infermieristica, per quelli in Tecniche Audioprotesiche e per quelli in Igiene Dentale.

Il tema del nuovo focus di AlmaLaurea, presentato in occasione della Giornata mondiale del malato celebrata ogni anno l’11 febbraio, è quanto mai attuale vista la situazione emergenziale, dovuta alla crisi pandemica, che ha avuto un impatto rilevante in primis sul settore della sanità. I risultati sono analizzati per genere, per ripartizione geografica di lavoro, distintamente per le 22 professioni sanitarie. Un ulteriore approfondimento, attraverso un modello di regressione lineare, evidenzia, infine, i principali fattori che incidono sulla retribuzione dei laureati nelle professioni sanitarie.

Il focus mostra che nel 2019, a un anno dal conseguimento del titolo, la retribuzione mensile netta dei laureati nelle professioni sanitarie del 2018 è pari, in media, a 1.313 euro. Valore che segna un + 3,7% rispetto alla rilevazione dello scorso anno. Tuttavia, i segnali di miglioramento evidenziati negli anni più recenti non sono ancora in grado di colmare la perdita retributiva registrata nel periodo più buio della crisi economica. La maggiore retribuzione media mensile del 2019 si osserva nel corso in Igiene Dentale (1.608 euro). A incidere sulle differenze retributive è, tra i vari fattori, anche la diffusione di attività a tempo parziale. A livello complessivo, a un anno dalla laurea, il 27,1% dei laureati nelle professioni sanitarie del 2018 lavora part-time (26,6% per il complesso dei laureati di primo livello).

Quanto alle differenze retributive di genere, la componente femminile prevale a livello complessivo tra le professioni sanitarie. I corsi a vocazione femminile nelle professioni sanitarie sono quelli in Ostetricia, Infermieristica Pediatrica, Logopedia e Terapia della Neuropsicomotricità dell’Età evolutiva. Ma nonostante tale prevalenza femminile, si evidenziano differenziali retributivi quasi sempre a favore degli uomini. A livello complessivo, infatti, la retribuzione mensile netta è pari, in media, a 1.387 euro per gli uomini e 1.283 euro per le donne (+8,1% a favore dei primi). Tale differenziale è però nettamente inferiore rispetto a quanto rilevato sul complesso dei laureati di primo livello: gli uomini percepiscono il 18,0% in più delle donne (1.334 e 1.131 euro, rispettivamente). Anche a livello di genere incide, almeno in parte, la diffusione del lavoro part-time che coinvolge, complessivamente, il 28,6% delle donne rispetto al 23,6% degli uomini dei corsi nelle professioni sanitarie (rispettivamente 32,0% e 18,3% per il complesso dei laureati triennali).

Per la differenza retributiva rispetto alla ripartizione geografica del lavoro l’approfondimento dimostra alcune differenze territoriali. La retribuzione mensile netta nelle professioni sanitarie – nel 2019 a un anno dalla laurea – è più elevata per coloro che lavorano al Nord: percepiscono infatti, in media, 1.387 euro rispetto ai 1.154 euro di quelli del Sud (+20,1%). Coloro che lavorano all’estero percepiscono, invece, una retribuzione nettamente superiore, pari a 1.763 euro.

A parità delle altre condizioni osservate, infine, ecco alcuni effetti sui differenziali retributivi dei laureati nelle professioni sanitarie. Un effetto determinante sui differenziali retributivi dei laureati è dato, innanzitutto, dai diversi corsi di laurea afferenti alle professioni sanitarie. Inoltre si confermano significative le differenze di genere: il modello stima, infatti, che, a parità di condizioni, gli uomini percepiscono in media, a un anno dalla laurea, 76 euro netti in più al mese. In termini territoriali, rispetto a chi è occupato al Sud, chi lavora al Nord percepisce, in media, 172 euro mensili netti in più, mentre chi lavora al Centro 67 euro in più.

Passando ad analizzare le caratteristiche specifiche del lavoro, è interessante osservare, sempre a parità di altre condizioni, le differenze retributive in funzione della diffusione di attività a tempo pieno e parziale: il modello stima che gli occupati che lavorano a tempo pieno percepiscono quasi 200 euro mensili netti in più rispetto a quanti lavorano part-time. Anche il settore di attività economica incide in maniera significativa sulle retribuzioni dei laureati. Infatti, a parità di ogni altra condizione, rispetto al settore privato, al pubblico impiego corrisponde un vantaggio retributivo stimato pari a 92 euro. Infine chi ritiene di utilizzare nel proprio lavoro le competenze acquisite “in misura elevata” percepisce 174 euro in più rispetto a chi ritiene di non utilizzare per niente tali competenze.

COVID e DAD

1 famiglia italiana su 3 non è stata in grado di sostenere adeguatamente l’apprendimento a distanza dei bambini durante il lockdown – studio UNICEF e Università Cattolica 

La mancanza di una connessione internet stabile, di dispositivi digitali di buona qualità e di disponibilità di tempo da parte dei genitori sono gli ostacoli principali  

  • 27% delle famiglie non ha tecnologie adeguate  
  • 30% dei genitori non ha tempo sufficiente per seguire la didattica a distanza dei figli 
  • 6% dei ragazzi intervistati con accesso ad internet non ha connessione adeguata per l’apprendimento a distanza 
  • 4-5 ore al giorno in più spese dai ragazzi di fronte allo schermo 
  • 70% dei genitori riconosce nei propri figli più autonomia nell’uso della tecnologia digitale per la scuola 

8 febbraio 2021 – Secondo un nuovo studio basato sulla somministrazione di questionari a 1.028 famiglie in tutta Italia, circa il 27% di queste ha riferito di non aver posseduto tecnologie adeguate durante il lockdown, mentre il 30% dei genitori ha riportato di non avere avuto tempo a sufficienza per sostenere i propri figli con la didattica a distanza. Il 6% dei bambini dello stesso campione non ha potuto partecipare alla didattica a distanza organizzata dalle scuole a causa di problemi di connettività o per la mancanza di dispositivi.  

Il nuovo studio La didattica a distanza durante l’emergenza COVID-19: l’esperienza italianarealizzato dall’Ufficio di Ricerca UNICEF – Innocenti e Università Cattolica del Sacro Cuore, indaga le esperienze di bambini e genitori con la didattica a distanza durante il lockdown causato dalla crisi COVID-19 in Italia. Lo studio sottolinea l’importanza di avere accesso a una connessione Internet stabile e a buon mercato, così come a dispositivi digitali di alta qualità che supportino le videochiamate e le piattaforme educative digitali, affinché tutti i bambini possano beneficiare della didattica a distanza.  

«L’accesso a Internet e a dispositivi di qualità è stato necessario per la partecipazione dei bambini [e dei ragazzi] alla didattica a distanza, ma nonostante l’Italia sia un Paese con una connessione a internet diffusa, molte famiglie hanno incontrato difficoltà», afferma Daniel Kardefelt – Winther, responsabile della ricerca su bambini e Internet di UNICEF Innocenti. «Le famiglie più numerose hanno incontrato difficoltà a tenere il passo con la crescente domanda di dispositivi per ognuno dei loro bambini che frequenta la scuola. Queste famiglie dovrebbero beneficiare di un ulteriore sostegno finanziario se la didattica a distanza dovesse rimanere una strategia a lungo termine». 

L’indagine è stata condotta nel giugno 2020 nell’ambito di un progetto realizzato in 11 paesi europei e coordinato dal Joint Research Center della Commissione Europea. La raccolta dei dati in Italia è stata sostenuta da UNICEF, in collaborazione con OssCom, Centro di Ricerca su Media e Comunicazione, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. 

Il Governo italiano ha immesso una quantità sostanziale di risorse per sostenere la didattica a distanza durante il lockdown; il 46% delle famiglie intervistate ha ricevuto nuovi dispositivi digitali dagli istituti scolastici frequentati dai loro bambini e una famiglia su quattro ha ricevuto un abbonamento a internet per accedere alla didattica a distanza.  

«I nostri dati sono incoraggianti perché mostrano che la maggior parte dei bambini erano motivati a partecipare alla didattica a distanza. Inoltre, i genitori hanno notato risultati positivi della didattica a distanza sui loro figli, come una maggiore autonomia nell’uso delle tecnologie digitali per i compiti a casa e una maggiore indipendenza nella gestione delle attività scolastiche. Tuttavia, non possiamo sottovalutare le disuguaglianze che esistono anche tra le famiglie con connessione a internet, né possiamo ignorare i bambini, anche se pochi, che hanno abbandonato la scuola con il passaggio alla didattica a distanza» ha aggiunto Giovanna Mascheroni, Professore Associato di Sociologia dei Media all’Università Cattolica, ricercatrice nel campo di bambini e internet dal 2007. 

La condizione di lockdown, insieme alle attività di apprendimento online, hanno fatto sì che i bambini utilizzassero le tecnologie digitali con maggior frequenza rispetto a prima, ossia con un considerevole aumento di 4-5 ore di connessione al giorno rispetto al periodo precedente al lockdown. Questo aumento può essere direttamente attribuito alla didattica online, mentre il tempo dedicato ad attività non scolastiche è stato ridotto a sole 2,3 ore rispetto agli anni precedenti, forse a causa di un affaticamento causato dall’uso dello schermo durante il lockdown e dalle attività di didattica a distanza.  

Sebbene i genitori possano essere preoccupati per il maggiore tempo passato davanti ad uno schermo da parte dei loro figli, il rapporto sottolinea che le ore trascorse online in attività extra scolastiche possono essere state l’unica opportunità per loro di mantenere un senso di normalità  attraverso il contatto con gli amici, rilassandosi o addirittura facendo esercizio fisico. 

Rispetto ai bambini e ai ragazzi, i genitori tendono ad esprimere maggiore preoccupazione per l’impatto del lockdown sul loro apprendimento. Nel complesso, molti studenti hanno dichiarato di essere entusiasti e ottimisti riguardo alla didattica a distanza e hanno avuto fiducia nella loro capacità di adattamento. Tuttavia, i ragazzi più giovani (di età compresa tra i 10 e gli 11 anni) hanno mostrato una maggiore tendenza a preoccuparsi delle proprie capacità di riuscire a farlo,  un dato questo che segnala la necessità di fornire un supporto aggiuntivo agli studenti più giovani, che potrebbero avere competenze digitali più deboli e meno esperienza con un ambiente di apprendimento formale. 

I genitori intervistati hanno anche auspicato un maggiore sostegno da parte delle scuole frequentate dai loro figli. L’82% degli intervistati desidera che le scuole integrino più attività educative che favoriscono una maggiore interazione tra gli studenti, così come maggiori linee guida su come sostenere l’apprendimento a distanza e il benessere psicologico dei bambini. 

Sebbene questi risultati indichino diverse aree di miglioramento necessarie, i genitori hanno anche notato spazi di crescita nella vita scolastica dei loro figli durante il periodo di lockdown. Il 61% dei genitori ritiene che i loro figli siano diventati più bravi a organizzare le loro attività scolastiche rispetto al periodo pre-chiusura. Inoltre, più del 70% dei genitori ha riferito che i loro figli hanno acquisito autonomia nell’uso delle tecnologie digitali per la scuola. 

Considerati nel loro insieme, questi risultati evidenziano che, oltre all’apprendimento, i bambini potrebbero beneficiare di sforzi più concertati volti ad accrescere il loro benessere e la salute mentale, migliorando quindi l’esperienza complessiva di apprendimento a distanza per entrambi bambini e genitori. 

RACCOMANDAZIONI 

L’Italia è stato il primo paese in Europa a implementare un lockdown a livello nazionale. Le seguenti raccomandazioni, che emergono dalle esperienze di bambini e genitori con la didattica a distanza in Italia, possono fornire importanti messaggi ai paesi che affrontano sfide simili. 

1.    Fornire alle famiglie di tutta Italia risorse aggiuntive e una migliore connettività per garantire che l’apprendimento digitale a distanza sia accessibile a tutti i bambini, specialmente quelli provenienti da famiglie povere ed emarginate.  

2.    Garantire l’accesso ai dispositivi digitali, in particolare per le famiglie più numerose che tendono ad avere meno dispositivi digitali per ogni bambino.  

3.    Il governo italiano dovrebbe valutare il livello di apprendimento raggiunto dagli studenti, identificando le aree di maggiore perdita, per adattare il supporto agli studenti e alle materie più colpite, e per migliorare l’erogazione della didattica a distanza in futuro.  

4.    Incoraggiare gli insegnanti e gli assistenti a fornire ai bambini più piccoli, che tendono ad avere competenze digitali meno sviluppate, un maggiore sostegno per beneficiare pienamente dell’apprendimento digitale a distanza.  

5.    Fornire ai genitori gli strumenti e il tempo per sostenere l’apprendimento a distanza dei loro figli. Gli strumenti includono risorse fornite dalla scuola e linee guida per supportare al meglio l’apprendimento dei bambini, oltre alla disponibilità offerta dai datori di lavoro a stabilire accordi di lavoro flessibili e giornate lavorative più brevi, se necessario. 

6.    Sviluppare strategie per migliorare le componenti di socialità ed extrascolastiche della didattica a distanza.  

La ricerca è stata finanziata con i contributi donati a UNICEF dal Governo italiano 

Note per i redattori 

Ufficio di ricerca UNICEF-Innocenti 

L’Ufficio di Ricerca – Innocenti è il centro di ricerca dedicato dell’UNICEF. Svolge ricerche su questioni attuali per contribuire alla ricerca e le politiche per tutti bambini su scala globale. Per ulteriori informazioni, visitare: www.unicef-irc.org 

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=odYFX4XA5ME&feature=youtu.be

https://www.youtube.com/watch?v=Dcx6L3a7Ks0&feature=youtu.be

Rapporto politiche educative UE

Rapporto Eurydice su politiche educative UE
Analisi su dati e riforme in Europa dal 2015 ad oggi

Firenze, 4 dicembre 2020 – Quali politiche servono per prevenire l’abbandono precoce dell’istruzione e della formazione? Come si misura l’occupabilità dei diplomati? Quali misure favoriscono l’offerta di un’educazione e cura della prima infanzia di alta qualità? In Europa, l’apprendimento informale è riconosciuto ovunque ai fini dell’ingresso nell’istruzione superiore? Come vengono monitorati nei vari paesi i risultati degli studenti nelle competenze di base? A queste e ad altre domande dà risposta l’ultimo rapporto Eurydice, attraverso 35 indicatori strutturali aggiornati in sei ambiti della politica dell’istruzione: educazione e cura della prima infanzia (ECEC), risultati nelle competenze di baseabbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione (ELET), istruzione superiore, occupabilità dei laureati e mobilità per l’apprendimento. Parte delle informazioni contenute sono state pubblicate nell’Education and Training Monitor 2020, il rapporto di monitoraggio dell’istruzione e della formazione pubblicato dalla Commissione europea lo scorso 12 novembre, il quale analizza i risultati dell’UE e degli Stati membri in relazione agli obiettivi fissati dal quadro strategico per la cooperazione europea in materia di istruzione e formazione (ET 2020).

Il rapporto, che prende in esame gli Stati membri dell’UE, oltre al Regno Unito, la Bosnia-Erzegovina, l’Islanda, il Liechtenstein, il Montenegro, la Macedonia del Nord, la Norvegia, la Serbia e la Turchia, offre anche informazioni sulle riforme e sui principali sviluppi politici che, a partire dal 2015, sono stati messi in campo nei sistemi di istruzione e formazione in tutta Europa per permettere di raggiungere gli obiettivi europei entro il 2020.

Ma qual è, quindi, l’andamento in Europa e, soprattutto, a che punto è il nostro paese nello sviluppo di misure e politiche idonee a soddisfare le aspettative?

Per quanto riguarda l’ECEC, che vede ormai quasi raggiunto a livello medio europeo l’obiettivo della partecipazione del 95% dei bambini, gli indicatori strutturali presenti nel rapporto evidenziano che in Italia, come anche in Spagna, Portogallo e Croazia persistono disparità di accesso a seconda delle zone geografiche. Analizzando le riforme introdotte dal 2015, risulta ad esempio che in cinque paesi è stato introdotto un anno di frequenza obbligatoria di questo livello educativo prima dell’istruzione primaria, mentre, in Francia, l’inizio della dell’obbligo è stato abbassato addirittura a 3 anni di età e in Grecia si sta gradualmente arrivando dai 5 ai 4 anni di età. L’Italia viene invece menzionata per aver introdotto riforme sostanziali volte a migliorare la qualità e la governance in tutto il paese, dato che sta attuando un’importante ristrutturazione del sistema ECEC con l’introduzione del sistema integrato da 0 a 6 anni. Inoltre, l’Italia, insieme all’Irlanda, la Lettonia, Malta e la Finlandia è fra quei paesi che hanno introdotto riforme sulla qualificazione del personale o sullo sviluppo professionale continuo.

Fra i paesi che dal 2015 hanno introdotto riforme per raggiungere l’obiettivo di abbassare il tasso di abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione (ELET) al di sotto del 10%, ormai quasi raggiunto a livello medio europeo, emerge l’Ungheria che ha sviluppato un sistema di allerta rapido per segnalare casi di assenteismo nelle scuole primarie e secondarie attraverso una raccolta dati nazionale basata sul registro degli studenti. Strumento, quest’ultimo, che risulta essere utilizzato dalla maggioranza dei paesi europei, fra cui anche l’Italia, per raccogliere dati a livello nazionale sull’abbandono precoce. Uno degli indicatori cruciali per la lotta all’abbandono scolastico risulta essere anche il supporto linguistico agli studenti di lingua materna diversa da quella dell’istruzione, tanto che la maggior parte dei paesi europei già dal 2015 aveva messo in atto misure per favorirlo. Da allora, gli sforzi in tal senso sono stati intensificati e nel nostro paese sono state introdotte, dal 2015/16, riforme per assicurare il supporto linguistico ai minori stranieri non accompagnati e ai bambini di richiedenti asilo.

L’obiettivo fissato dall’Europa sull’istruzione superiore richiede che, entro il 2020, la percentuale di diplomati di questo livello educativo sia almeno del 40%. Alcuni paesi, come Grecia, Austria e Croazia, che avevano un tasso di laureati molto basso, hanno addirittura superato l’obiettivo. Altri paesi, invece, come Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Lituania superano l’obiettivo europeo, raggiungendo percentuali comprese fra il 55% e il 58%. L’Italia, purtroppo, con un misero 27,6%, è uno dei paesi con il livello di istruzione superiore più basso d’Europa, insieme a Bulgaria, Romania e Ungheria. Fra i vari indicatori strutturali selezionati per il raggiungimento dell’obiettivo per il 2020, il monitoraggio delle caratteristiche socio-economiche degli studenti è quello che è stato più ampiamente implementato in Europa (28 sistemi educativi); inoltre, circa la metà dei paesi, fra cui l’Italia, ha messo in atto il riconoscimento dell’apprendimento informale e non formale e considera il tasso di completamento degli studi come requisito per l’assicurazione esterna della qualità.

L’occupabilità ha un ruolo centrale nella strategia Europa 2020 e, nel 2019 il relativo obiettivo di raggiungere un tasso di occupabilità dei diplomati dell’istruzione secondaria e terziaria dell’82% è stato mancato per un solo punto percentuale in meno. Anche se negli ultimi anni i progressi sono stati lenti, i risultati del 2019 si dimostrano come i più brillanti dopo la crisi finanziaria del 2008. Alcuni Stati membri come la Lettonia, la Grecia e la Polonia hanno avviato o stanno pianificando importanti riforme dell’istruzione superiore. Di recente sono state introdotte misure come il rafforzamento dei meccanismi di assicurazione della qualità in Slovacchia, Paesi Bassi e Grecia, l’introduzione di modelli di finanziamento basati sui risultati in Grecia e in Lettonia, l’ampliamento dei sistemi di sostegno per gli studenti in Italia e in Ungheria, l’aumento della partecipazione degli studenti disabili in Lussemburgo, la promozione dell’internazionalizzazione e il richiamo di studenti stranieri in Grecia, Slovacchia, Polonia e Francia. Molti paesi si sono inoltre adoperati per migliorare la qualità e la pertinenza dei sistemi di istruzione e formazione professionale rispetto al mercato del lavoro, cosa che ha fatto ad esempio anche l’Italia aggiornando il repertorio dei profili professionali.

Infine, per quanto riguarda l’ambito della mobilità per l’apprendimento nell’istruzione superiore, in Europa il percorso verso la libera circolazione degli studenti risulta essere ancora ostacolato da questioni come la portabilità delle borse di studio e dei prestiti, il riconoscimento delle qualifiche e dei crediti, l’accessibilità e la pertinenza delle informazioni e dell’orientamento, o le competenze linguistiche. L’Europa esorta quindi gli Stati membri ad attuare riforme strutturali a sostegno della mobilità per l’apprendimento.

LINK UTILI:

ETM 2020: https://ec.europa.eu/education/policy/strategic-framework/et-monitor_en

ET 2020: https://ec.europa.eu/education/policies/european-policy-cooperation/et2020-framework_en

Europa 2020: http://publications.europa.eu/resource/cellar/6a915e39-0aab-491c-8881-147ec91fe88a.0008.02/DOC_1

La Scuola del Futuro

IL 75% DEGLI STUDENTI ITALIANI BOCCIA LA DIDATTICA A DISTANZA, MA LA SCUOLA DEL FUTURO NON RINUNCIA ALLA TECNOLOGIA

Fatta di persone, tecnologica, evoluta, interconnessa e sostenibile: EOLO raccoglie l’opinione di 20.000 studenti per delineare lo Statuto della Scuola del Futuro

Varese, 1 dicembre 2020 – Si avvicina la fine dell’anno e, con essa, il momento di fare un bilancio di questo particolare e complesso 2020. L’emergenza Covid-19 ha cambiato radicalmente le abitudini degli italiani di tutte le età e ha puntato i riflettori anche sullo stato della scuola in Italia, un settore che negli ultimi mesi ha dovuto fronteggiare un improvviso processo di digitalizzazione, a volte impervio.

EOLO, operatore leader in Italia nella fornitura di connettività tramite tecnologia FWA– (fixed wireless access), ha coinvolto gli studenti in un brainstorming nazionale attraverso radio e social media. Alla survey in cui veniva loro chiesto di raccontare come sarà “La Scuola del Futuro” hanno risposto circa 20mila studenti di età compresa tra i 5 e i 19 anni, chiamati a immaginare possibili materie, classi, compagni e insegnanti.

Un dato emerge chiaramente: la netta maggioranza degli intervistati, circa il 75%, boccia la c.d. DAD, Didattica a Distanza, mostrando una chiara preferenza per la Didattica in Presenza. Ma l’innovazione rimane centrale nella scuola del futuro: alla scuola in presenza non potrà mancare il supporto unico che la tecnologia può offrire e una buona connessione a Internet e l’accesso a piattaforme e strumenti tecnologici per fare lezione sono indentificati come essenziali dal 65% degli studenti. Su quali siano le tecnologie essenziali invece la popolazione studentesca è più divisa: il 36% individua come scelta prima l’Internet of Things, il 32% la realtà aumentata e il 24% l’Intelligenza artificiale.

Dalle risposte emerge anche la forte richiesta degli studenti di essere dotati di strumenti nuovi per comprendere al meglio l’attualità e quanto accade nella società contemporanea. Oltre il 32% degli intervistati infatti vorrebbe che venissero inserite nel programma didattico ore su attualità e scienze sociali, il 23% vorrebbe essere maggiormente preparato su come smascherare le fake news, circa il 18% chiede più formazione sui temi di ambiente e sostenibilità e circa il 15% sulle nuove frontiere che le scoperte tecnologiche stanno aprendo, per poter avere gli strumenti per ipotizzare al meglio il proprio futuro.

Da quanto emerso nella survey, EOLO ha quindi estratto 5 pillar su come dovrebbe essere la scuola del domani, per strutturare lo “Statuto della Scuola del Futuro”:

  • Fatta di persone: la connessione umana, il rapporto diretto con i propri insegnanti, le relazioni con i propri compagni di classe sono aspetti che non potranno mai realmente essere sostituti. Da questo presupposto dovrà partire ogni ragionamento per la scuola del futuro.
  • Tecnologica: la didattica del futuro verrà supportata dalle tecnologie più all’avanguardia, per fare in modo che le generazioni del futuro siano messe nelle condizioni di formarsi al meglio. Studenti e insegnanti avranno a loro disposizione lavagne e banchi interconnessi, si utilizzerà la realtà aumentata e Intelligenza Artificiale e Internet of Things saranno all’ordine del giorno.
  • Evoluta: insieme alle materie fondanti della nostra cultura, si affiancheranno nuove materie, utili per la comprensione della contemporaneità a tutto tondo. Dalle materie più tecniche, come insegnare le basi della programmazione fin dalla scuola elementare, a quelle più umanistiche, come la comprensione del funzionamento dei Social Network e la capacità di riconoscere le fake news e sapersi informare correttamente.
  • Interconnessa: ovvero aperta. Tutte le scuole, non solo in Italia, ma in Europa e in tutto il mondo, potranno connettersi tra di loro per favorire ogni scambio didattico, permettendo agli studenti di entrare in contatto con culture e lingue diverse
  • Sostenibile: la sostenibilità a 360° non solo verrà insegnata a scuola, ma sarà un valore realmente messo in pratica già negli istituti.  

“Siamo orgogliosi di farci portavoce di una idea di scuola nuova, umana ma interconnessa, proiettata verso il futuro ma attenta a interpretare il presente. I ragazzi ci chiedono a gran voce una scuola ibrida, dove la Didattica a Distanza non sostituisce quella in Presenza, ma diventa strumento di apertura verso nuove materie e potenzialità oggi ancora inimmaginate” – commenta Luca Spada, Presidente e Fondatore di EOLO “Per rispondere a questo appello, però, è necessario investire sul futuro del nostro Paese, garantendo l’accesso democratico alla rete e alla tecnologia, risolvendo in maniera definitiva le problematiche di connettività che ancora oggi affliggono diverse aree. Come EOLO siamo impegnati da 15 anni in questa direzione, implementando la nostra rete in tutte le aree del Paese che ancora ne sono sprovviste e supportando i piccoli comuni nel loro percorso di digitalizzazione con il nostro progetto triennale EOLO Missione Comune”.

L’azienda a maggio 2020 ha infatti annunciato un piano di potenziamento infrastrutturale da 150 milioni di euro per portare, entro il 2021, la connessione ultra veloce in tutte le aree del Paese che ancora ne sono prive.

EOLO Missione Comune è il progetto lanciato da EOLO nel 2019 che prevede la donazione di 1 milione di euro all’anno per tre anni, in premi tech per supportare la digitalizzazione dei piccoli comuni sotto i 5.000 abitanti. Per il secondo anno del progetto, l’azienda ha confermato il proprio impegno verso i comuni in cui opera, con un forte focus sulle necessità della scuola: un milione di euro in soluzioni tecnologiche ideate per la digitalizzazione della scuola, come i tablet e i percorsi di formazione individuali o di gruppo per avvicinare i più giovani ai temi della tecnologia, sostenibilità e problematiche ambientali. Ad oggi EOLO Missione Comune ha raccolto oltre 1.8 milioni di voti e ha selezionato 190 comuni che avranno diritto ai premi tech.

Per maggiori informazioni e dettagli sul progetto visitare il sito https://missionecomune.eolo.it/