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Profilo e condizione occupazionale di dottori di ricerca e diplomati di master

di AlmaLaurea

I risultati dei Report 2020 di AlmaLaurea sul profilo e sulla condizione occupazionale di dottori di ricerca e diplomati di master fotografano alti tassi di occupazione (89,0% per i dottori di ricerca, 88,6% per i diplomati di master), maggiore retribuzione mensile netta (rispettivamente 1.703€ e 1.717€), più efficacia del titolo per trovare lavoro o migliorare la propria condizione occupazionale rispetto ai laureati.


Perché scegliere un corso post laurea.
Valore aggiunto e tutela contro la disoccupazione

[Bologna, 06 luglio 2020] Aggiornamento continuo e crescita professionale. Connubio garantito. Percorsi post laurea di alta specializzazione disciplinare e interdisciplinare consentono, infatti, di rafforzare e ampliare conoscenze e competenze, per rispondere con successo alle esigenze del mercato del lavoro.

Le indagini del Consorzio AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei dottori di ricerca e diplomati di master lo confermanoanalizzando sia le performance formative di circa 4.000 dottori di ricerca del 2019 di 24 atenei[1] aderenti al Consorzio e quelle lavorative di oltre 5.500 dottori di ricerca del 2018 di 36 atenei[2], contattati ad un anno dal conseguimento del titolo di studio; sia le performance formative di circa 8.500 diplomati del 2019, di primo e secondo livello, che hanno conseguito il titolo di studio in uno dei 17 atenei[3] aderenti al Consorzio e quelle lavorative di oltre 12.000 diplomati di master del 2018 di 23 atenei[4], contattati a un anno dal conseguimento del titolo di studio.

Perché scegliere un corso post laurea? Le analisi di AlmaLaurea aiutano a spiegare i motivi del lifelong learning o dell’apprendimento continuo, occasione vincente per trovare più facilmente un’occupazione, anche meglio retribuita, o per valorizzare il proprio ruolo professionale al passo con i cambiamenti e le esigenze del mercato.

Molteplici le voci prese in esame per fotografare il profilo di chi sceglie percorsi di alta specializzazione, tra le altre le differenze di genere, il contesto socio culturale, la mobilità geografica, le motivazioni che spingono a una scelta per la quale alcuni fruiscono di finanziamenti oltre che le valutazioni date da chi ha frequentato tali percorsi. Un’analisi questa di AlmaLaurea dalla quale emergono anche dati relativi a efficacia e performance occupazionali e retributive di chi sceglie master o dottorati di ricerca.


*AlmaLaurea è un Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 che a oggi rappresenta 76 Atenei e circa il 90% di coloro che ogni anno si laureano in Italia. Il Consorzio è sostenuto dal contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca e dagli Atenei aderenti. Il suo Ufficio di Statistica è dal 2015 membro del Sistan, il Sistema Statistico Nazionale.
Il Consorzio realizza ogni anno due Indagini censuarie sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo, restituendo agli Atenei aderenti, al Ministero, all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) basi documentarie attendibili per favorire i processi di programmazione, monitoraggio e valutazione delle decisioni assunte dalle Università. Il Consorzio vuole essere anche un punto di riferimento per i diplomati e per i laureati di ogni grado, ai quali AlmaLaurea offre servizi, informazioni e occasioni di confronto tra pari, per valorizzare il loro percorso formativo e facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro.
Il Consorzio raccoglie e rende disponibili online i CV dei laureati (oggi quasi 3.100.000) e affianca gli Atenei consorziati nelle attività di job placement attraverso una piattaforma web per l’intermediazione.
Favorisce, inoltre, l’incontro tra offerta e domanda di lavoro qualificato tramite la società interamente controllata AlmaLaurea srl, Agenzia Per il Lavoro (APL) che opera principalmente nell’intermediazione e nella ricerca e selezione del personale, progettando ed erogando servizi – rivolti a imprese, enti e professionisti – concepiti e offerti nell’interesse primario dei laureati e in sinergia con gli Atenei e con le Istituzioni pubbliche competenti.
Il Consorzio internazionalizza i propri servizi, le competenze, le attività di ricerca in prospettiva globale, collaborando con Paesi europei – in linea con la Strategia di Lisbona – ed extra europei.
Dall’esperienza di AlmaLaurea è nata l’associazione di scuole AlmaDiploma, per creare un collegamento tra la scuola secondaria superiore, l’università e il mondo del lavoro.


[1] Bergamo, Bolzano, Cagliari, Campania Luigi Vanvitelli, Cassino e Lazio Meridionale, Ferrara, Firenze, Genova, Insubria, Milano Bicocca, Milano IULM, Padova, Parma, Pavia, Pisa, Roma Foro Italico, Roma Sapienza, Roma Tor Vergata, Salerno, Trento, Trieste, Venezia Ca’ Foscari, Venezia IUAV, Verona.

[2] Bergamo, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campania Luigi Vanvitelli, Cassino e Lazio Meridionale, Ferrara, Firenze, Genova, Insubria, Milano, Milano Bicocca, Milano IULM, Modena e Reggio Emilia, Napoli L’Orientale, Padova, Palermo, Parma, Pavia, Pavia IUSS, Piemonte Orientale, Pisa, Pisa Normale, Pisa Sant’Anna, Roma Foro Italico, Roma Sapienza, Roma Tor Vergata, Salerno, Torino, Trento, Trieste, Udine, Urbino Carlo Bo, Venezia Ca’ Foscari, Venezia IUAV, Verona.

[3]  Bergamo, Bologna, Bolzano, Cagliari, Ferrara, Milano Bicocca, Milano IULM, Napoli L’Orientale, Padova, Piemonte Orientale, Roma Sapienza, Roma Tre, Salerno, Siena, Torino Politecnico, Venezia Ca’ Foscari, Venezia IUAV.

[4] Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Ferrara, Genova, Milano, Milano Bicocca, Milano IULM, Modena e Reggio Emilia, Napoli L’Orientale, Padova, Palermo, Piemonte Orientale, Roma Sapienza, Roma Tre, Salerno, Pisa Sant’Anna, Siena, Torino, Torino Politecnico, Venezia Ca’ Foscari, Venezia IUAV.

Gli alunni con cittadinanza non italiana – Anno scolastico 2018/2019

Ministero dell’Istruzione – Ufficio Gestione Patrimonio Informativo e Statistica


Nell’anno scolastico 2018/2019 le scuole hanno accolto complessivamente 8.580.000 studenti di cui 857.729 di cittadinanza non italiana (10% del totale). Rispetto all’anno precedente, il 2017/2018, la popolazione scolastica è calata complessivamente di quasi 85 mila unità, pari all’1%. Gli studenti con cittadinanza italiana hanno registrato una flessione di oltre 100 mila unità (-1,3%) a fronte, invece, di una crescita di 16 mila studenti con cittadinanza non italiana (+1,9%), per cui la loro incidenza sul totale passa dal 9,7% al 10%. Al contempo, i dati di trendmostrano comunque che la presenza di questi ultimi tende a stabilizzarsi. Nel decennio 2009/2010 – 2018/2019 gli studenti con cittadinanza non italiana sono complessivamente aumentati del 27,3% (+184 mila unità), un ritmo di crescita assai lontano da quello verificatosi nel decennio 1999/2000 – 2008/2009, durante il quale l’incremento è stato del 425,9%, corrispondente a 510 mila unità. Si tratta per lo più di studentesse e studenti di seconda generazione, nati cioè in Italia da genitori non italiani. In particolare, la quota dei nati in Italia sul totale degli studenti di origine migratoria è salita al 64,5%, oltre un punto percentuale in più rispetto al 2017/2018 (63,1%).

I dati confermano che la maggior parte degli studenti con cittadinanza non italiana si concentra nelle regioni del Nord (65%), seguite dal Centro (22%). La presenza nel Mezzogiorno è di poco superiore al 13%. In Emilia-Romagna, gli studenti con cittadinanza non italiana sono, in rapporto alla popolazione scolastica regionale, il 16,4%, valore più elevato a livello nazionale. Seguono Lombardia (15,5%)Toscana (14,1%)Umbria (13,8%)Veneto (13,6%) e Piemonte (13,5%). Al Sud l’incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana è ovunque inferiore alla media nazionale del 10%. L’indice varia tra il 7,5% dell’Abruzzo e il 2,6% della Sardegna.

Il 46,3% degli studenti con cittadinanza non italiana proviene da un Paese europeo. A seguire, ci sono gli studenti di provenienza o origine africana (25,7%) e asiatica (20,1%). Assai più contenuta la percentuale degli studenti provenienti dall’America e dall’Oceania (7,9% e 0,03%).

Profilo e Condizione Occupazionale dei Laureati

RAPPORTO 2020 SUL PROFILO E SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI.
UN TREND POSITIVO ALLA PROVA DELLA PANDEMIA

Giovedì 11 giugno 2020 ore 11:00 – 12:00
Ministero dell’Università e della Ricerca
Viale Trastevere 76/A – 00153 ROMAXXII

Maggiore regolarità degli studi, abbassamento dell’età alla laurea, più tirocini curriculari:
così migliora il profilo dei laureati. Nel 2019 tendenziale incremento anche per il tasso di occupazione, rispetto al 2014: a un anno dal titolo +8,4 punti percentuali
per laureati di primo livello e +6,5 punti percentuali per quelli di secondo livello, L’indagine parziale marzo-giugno 2020 registra, però, rispetto alla rilevazione del 2019, un calo di entrambe
le quote: rispettivamente -9,0 e -1,6 punti percentuali. In crescita l’efficacia
della laurea con un aumento, rispetto all’indagine del 2014, di 11 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 8,0 punti percentuali per quelli di secondo livello.
Ma la pandemia fa registrare oscillazioni anche per i livelli di efficacia della laurea
[Bologna, 11 giugno 2020] La condizione occupazionale dei laureati di 76 atenei e le caratteristiche del capitale umano uscito dal sistema universitario italiano nel 2019 sono state al centro della presentazione presso il MUR del Rapporto annuale di AlmaLaurea sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati (XXII indagine).
La presentazione del Rapporto 2020 si è tenuta per la prima volta nella sede del MUR con il Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi. Presenti per AlmaLaurea, il presidente professor Ivano Dionigi, il direttore professoressa Marina Timoteo e, in collegamento, Remo Morzenti Pellegrini, rettore dell’Università di Bergamo dove il 4 giugno si sarebbe dovuto svolgere il Convegno annuale alla presenza delle Istituzioni e dei rappresentanti degli Atenei consorziati – in primis i Rettori – che, comunque, hanno partecipato da remoto.
Il Rapporto sulla Condizione occupazionale dei Laureati si basa su un’indagine che riguarda 650mila laureati di 76 Atenei e analizza i risultati raggiunti nei mercati del lavoro dai laureati nel 2018, 2016 e 2014, intervistati rispettivamente a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo. I laureati nel 2019 coinvolti nel Rapporto 2020 sul Profilo dei Laureati sono oltre 290mila: si tratta di 166mila laureati di primo livello (57,3%), 87mila magistrali biennali (29,7%) e 36mila magistrali a ciclo unico (12,5%); i restanti sono laureati pre-riforma (compresi quelli di Scienze della Formazione Primaria).
Il rapporto sul Profilo dei laureati conferma i dati positivi sulla regolarità degli studi (nel 2019 hanno concluso gli studi in corso il 55,7% dei laureati) e l’abbassamento dell’età alla laurea (in media, inferiori ai 25 anni per i triennali e a 27 circa per i magistrali a ciclo unico e biennali). Crescono anche i tirocini curriculari e, seppur in maniera più contenuta, le esperienze di studio all’estero (rispetto al 2009).
Per quanto riguarda la Condizione occupazionale, il Rapporto ha messo in luce che nel 2019 il tasso di occupazione è pari, a un anno dal conseguimento del titolo, al 74,1% tra i laureati di

primo livello e al 71,7% tra i laureati di secondo livello del 2018. Il confronto con le precedenti rilevazioni evidenzia un tendenziale miglioramento del tasso di occupazione che, rispetto al 2014, risulta aumentato di 8,4 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 6,5 punti per i laureati di secondo livello. Si tratta di segnali positivi che, tuttavia, non sono ancora in grado di colmare la significativa contrazione del tasso di occupazione osservabile tra il 2008 e il 2014 e che devono comunque essere contestualizzati anche rispetto all’attualità.
A proposito della correlazione tra percorso di studi e tasso occupazionale, è interessante notare come tra i laureati magistrali biennali del 2014, intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo, si registrino rilevanti differenze tra i vari gruppi disciplinari. I laureati in ingegneria, nelle professioni sanitarie e in architettura mostrano le migliori performance occupazionali (tasso di occupazione superiore al 90,0%). Sono, invece, nettamente al di sotto della media i tassi di occupazione dei laureati dei gruppi insegnamento, letterario, psicologico e geo-biologico (il tasso di occupazione è inferiore all’83,0%).
Anche tra i laureati magistrali a ciclo unico, intervistati a cinque anni, si evidenziano importanti differenze tra i gruppi disciplinari: i laureati del gruppo medico hanno le più elevate performance occupazionali (tasso di occupazione pari al 93,8%); al di sotto della media, invece, i laureati del gruppo giuridico, dove il tasso di occupazione si ferma al 78,2%.
A cinque anni dal titolo, i valori più elevati di efficacia sono raggiunti tra i laureati magistrali biennali dei gruppi educazione fisica (74,2%), geo-biologico (69,3%), e dei gruppi architettura, scientifico, psicologico e chimico-farmaceutico (superiore al 65,0%).
Nel Rapporto 2020 emerge anche una forte differenziazione nella composizione per genere dei vari ambiti disciplinari: nei corsi di primo livello le donne costituiscono la forte maggioranza nei gruppi insegnamento (93,8%), linguistico (84,2%), psicologico (79,9%) e professioni sanitarie (71,0%). Al contrario, esse risultano una minoranza nei gruppi ingegneria (26,4%), scientifico (26,7%) ed educazione fisica (34,0%). Tale distribuzione è confermata anche all’interno dei percorsi magistrali biennali. Nei corsi magistrali a ciclo unico le donne prevalgono nettamente in tutti i gruppi disciplinari: dal 95,4% nel gruppo insegnamento al 54,7% nel gruppo medicina e odontoiatria.
Il Rapporto 2020 conferma la presenza di elementi di disuguaglianza a livello territoriale, sociale e di genere.
In particolare per quanto riguarda il profilo, si osserva che coloro che provengono da famiglie più svantaggiate, non solo in termini economici ma anche livello di istruzione dei genitori, studia per meno anni e anche quando arriva a iscriversi all’Università sceglie corsi di laurea più brevi. Nel 2019 prosegue gli studi universitari, iscrivendosi a un percorso di secondo livello, il 73,1% dei laureati di primo livello con alle spalle una famiglia in cui almeno un genitore è laureato, rispetto al 54,3% rilevato tra quanti provengono da famiglie con un modesto background formativo.
Le ombre evidenziate nel Profilo dei laureati si confermano anche nella condizione occupazionale per la quale il Rapporto 2020 comprova le tradizionali differenze di genere e, soprattutto, territoriali, mostrando, ceteris paribus, la migliore collocazione degli uomini (+19,2% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne) e di quanti risiedono o hanno studiato al Nord (per quanto riguarda la residenza, +40,0% di probabilità di essere occupati rispetto a quanti risiedono al Sud; per quanto riguarda la ripartizione geografica di studio, +63,7% di probabilità di essere occupati rispetto a quanti hanno studiato al Sud).

Luci e ombre, dunque, dal Rapporto 2020 che si colloca in un contesto temporale così speciale quale è quello dell’emergenza pandemica che, inevitabilmente, avrà delle ripercussioni sul profilo dei laureati protagonisti del Rapporto 2021 e sulla loro condizione occupazionale.
Al fine, quindi, di prepararsi al meglio al prossimo appuntamento, AlmaLaurea, per la prima volta contestualmente alla presentazione del Rapporto, ha analizzato i dati parziali (da marzo a giugno 2020) raccolti sulla condizione occupazionale dei laureati per fotografare la situazione contingente, con particolare riferimento al periodo di lockdown causato dall’emergenza Covid-19, approfondito con un’indagine ad hoc (vedi Approfondimenti in allegato).
L’indagine parziale (marzo-giugno 2020) sulla condizione occupazionale dei laureati ha raccolto le risposte di 46mila laureati del periodo gennaio-giugno 2019, di primo e di secondo livello, a un anno dal titolo, e circa 19mila laureati del periodo gennaio-giugno 2015, di secondo livello, contattati a cinque anni dal titolo. Dai dati emerge che nei primi mesi del 2020 il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo è pari al 65,0% tra i laureati di primo livello e al 70,1% tra i laureati di secondo livello. Rispetto alla rilevazione del 2019, entrambe le quote sono in calo: rispettivamente di -9,0 e di -1,6 punti percentuali.
Altro parametro da monitorare è quello sull’efficacia della laurea nell’attività lavorativa: qui si conferma la corrispondenza tra studi compiuti e lavoro svolto.
È interessante rilevare, anche in questo caso, come i primi dati dell’indagine condotta da AlmaLaurea da marzo a giugno 2020 mostrano che per il 50,5% dei laureati di primo livello e per il 61,9% dei laureati di secondo livello, occupati a un anno, il titolo accademico risulta ancora “molto efficace o efficace” ma, rispetto alla rilevazione del 2019, i livelli di efficacia risultano in calo tra i laureati di primo livello (-7,8 punti) e leggermente in aumento per quelli di secondo livello (+0,4 punti).

IN ALLEGATO

RAPPORTO 2020 COMPLETO AI LINK:

Profilo dei laureati (XXII Indagine 2020)
Condizione occupazionale dei laureati (XXII Indagine 2020)

COVID19: 1,2 miliardi di bambini colpiti dalla chiusura delle scuole

UNICEF/COVID19: 1,2 miliardi di bambini colpiti dalla chiusura delle scuole.

5 giugno 2020 – L’UNICEF ricorda che le disuguaglianze intrinseche nell’accesso agli strumenti e alla tecnologia minacciano di ampliare la crisi globale dell’apprendimento: circa 1,2 miliardi di bambini in età scolare sono colpiti dalla chiusura delle scuole a causa della pandemia di COVID-19 e devono confrontarsi con la realtà dell’apprendimento da remoto.

“L’accesso alle tecnologie e ai materiali necessari per continuare ad apprendere mentre le scuole sono chiuse è ampiamente diseguale. Allo stesso modo, i bambini con un sostegno limitato all’apprendimento a casa non hanno quasi nessun mezzo per sostenere la loro istruzione. Fornire una serie di strumenti di apprendimento e accelerare l’accesso a internet per ogni scuola e per ogni bambino è fondamentale”, ha dichiarato il responsabile UNICEF per l’Istruzione Robert Jenkins. “La crisi dell’apprendimento esisteva già prima che il COVID-19 colpisse. Adesso ci troviamo di fronte a una crisi dell’istruzione ancora più grave e profonda”.

Ultimi dati sull’accesso all’apprendimento da remoto:

Internet

  • In 71 paesi del mondo, meno della metà della popolazione ha accesso ad internet. Nonostante questa disparità, il 73% dei governi su 127 paesi presi in esame utilizza piattaforme online per consentire l’istruzione mentre le scuole sono chiuse. Nei paesi della regione dell’America Latina e dei Caraibi il 90% delle risposte del governo in materia di apprendimento continuo comprendono piattaforme online.
  • Nella maggior parte dei paesi dell’Africa meno di un quarto della popolazione ha accesso ad internet[1].
  • I dati dell’UNICEF su 14 paesi hanno rilevato che i bambini in età scolare con accesso a internet a casa hanno capacità di lettura di base più alte rispetto ai bambini che non hanno accesso ad internet.

Televisione

  • Nonostante disparità di possesso, la televisione è il principale canale utilizzato dai governi per consentire l’istruzione a casa, con 3 governi su 4 su 127 paesi analizzati che utilizzano la televisione come risorsa per l’istruzione dei bambini. Più del 90% dei paesi in Europa e Asia Centrale utilizza la televisione come strumento per l’istruzione da remoto, nei paesi dell’Asia del Sud il 100%. In America Latina e nei Caraibi, il 77% dei paesi stanno utilizzando canali Tv nazionali per programmi di istruzione.
  • In 40 degli 88 paesi con dati, i bambini che vivono in aree urbane hanno almeno il doppio delle probabilità di avere una TV rispetto ai bambini in aree rurali. Le più ampie disparità si riscontrano in Africa Sub Sahariana[2]. Nel Ciad rurale, solo 1 famiglia su 100 ha una televisione, rispetto a 1 su 3 nelle aree urbane. Nella Guinea e Mauritania rurali, l’8% e il 7% delle famiglie ha una televisione, rispetto al 76% delle famiglie in aree urbane in entrambi i paesi[3]

Radio

  • La radio è la terza piattaforma più utilizzata dai governi per consentire l’istruzione mentre le scuole sono chiuse, con il 60% dei 127 paesi analizzati che la utilizzano[4]. Possedere una radio varia ampiamente nei diversi paesi. Solo 1 famiglia su 5 in Asia del Sud ha una radio, rispetto a 3 su 4 in America Latina e nei Caraibi[5].

SMS/Telefono Cellulare/Social Media

  • Oltre la metà dei paesi utilizzano SMS, telefoni cellulari o social media come sistema alternativo per l’istruzione con il 74% dei paesi analizzati in Europa e Asia Centrale che utilizzano questo metodo[6]. Circa la metà dei 127 paesi analizzati offre risorse stampate per studiare a casa; solo l’11% offre lezioni a domicilio[7].

Elettricità

  • Ci sono ampie diseguaglianze tra le famiglie più ricche e più povere. Quasi tutte le tecnologie utilizzate per consentire l’istruzione mentre le scuole sono chiuse richiedono elettricità. Dei 28 paesi con dati disponibili, solo il 65% delle famiglie del 20% più povero ha elettricità, rispetto al 98% delle famiglie del 20% più ricco.
  • In 7 paesi che comprendono Costa d’Avorio, Lesotho, Kiribati, Sudan, Gambia, Guinea Bissau e Mauritania meno del 10% delle famiglie più povere ha elettricità[8].

ITALIA –Una recente indagine ISTAT ha messo in luce come il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non ha un computer o un tablet a casa, la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (470 mila ragazzi). Solo il 6,1% vive in famiglie dove è disponibile almeno un computer per ogni componente. Inoltre, oltre un quarto delle persone vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, la quota sale al 41,9% tra i minori.

“Si sta chiudendo l’anno scolastico in Italia, un anno segnato dall’emergenza COVID-19: che ha messo in luce una serie di disparità e diseguaglianze a livello nazionale per i bambini e le loro famiglie nell’accesso a internet e conseguentemente alla didattica online. Nonostante gli sforzi messi in campo dalle Istituzioni per garantire la didattica a distanza, questo tipo di modalità di apprendimento rischia di lasciare indietro i bambini e gli adolescenti più vulnerabili”, ha dichiarato Francesco Samengo, Presidente dell’UNICEF Italia.

“In previsione della riapertura delle scuole a settembre prossimo, è necessaria una risposta coordinata per garantire a tutti i bambini – in particolare a quelli con disabilità o in condizione di grave disagio familiare – di continuare il percorso di studi.  E’ importante mettere a punto entro l’estate un piano che preveda il rientro in sicurezza dei bambini nelle aule scolastiche, garantendo omogeneità sul territorio nazionale, senza gravare troppo sui singoli Istituti scolastici”, ha concluso Francesco Samengo, Presidente dell’UNICEF Italia. 


[1] https://www.unicef-irc.org/publications/pdf/IRB%202020-10.pdf P2

[2] https://www.unicef-irc.org/publications/pdf/IRB%202020-10.pdf P3

[3] https://www.unicef-irc.org/publications/pdf/IRB%202020-10.pdf P3

[4] UNICEF Global Tracker on the Education Response, May 2020

[5] https://www.unicef-irc.org/publications/pdf/IRB%202020-10.pdf P4

[6] UNICEF Global Tracker on the Education Response, May 2020

[7] UNICEF Global Tracker on the Education Response, May 2020

[8] https://www.unicef-irc.org/publications/pdf/IRB%202020-10.pdf P4

Abitudini e scuola ai tempi del Covid-19

EMERGENZA CORONAVIRUS, INDAGINE TELEFONO AZZURRO E DOXA:

PER I GENITORI CON ALMENO 2 FIGLII L’IMPEGNO NELLE ATTIVITA’ SCOLASTICHE ÈAUMENTATO NEL 70% DEI CASI 

E OLTRE IL 30% DEI GENITORI HA RISCONTRATO NEI FIGLI LA PAURA DI NON RIVEDERE I PROPRI AMICI E UN UTILIZZO ECCESSIVO DEI SOCIAL E DEI GIOCHI ONLINE

Secondo l’indagine “Abitudini e scuola ai tempi del Covid-19”, elaborata daTelefono Azzurro e Doxa, le reazioni più riscontrate nei figli, rispetto all’attuale situazione di emergenza, sono individuabili nell’uso eccessivo del social network, nell’isolamento dal mondo esterno e in importanti variazioni nel ritmo del sonno. Anche la didattica a distanza ha rivoluzionato gli spazi e ridefinito le modalità dell’insegnamento con un coinvolgimento rilevante dei genitori nelle attività scolastiche.

Abbiamo ascoltato i bambini e gli adolescenti – sottolinea Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro – e sulla base di questi dati abbiamo pensato di trovare delle risposte per il mondo della scuola, per i disagi di bambini e adolescenti, per la società civile al fine di creare un confronto permanente con incontri e riflessioni aperti per dare risposte concrete. Per questo in partnership con Vita, abbiamo deciso di inaugurare uno spazio di riflessione e confronto che abbia al centro il futuro delle ragazze e dei ragazzi di questo Paese. Abbiamo il compito di interrogarci su come bambini e adolescenti abbiano vissuto e stiano vivendo l’emergenza Coronavirus e quali siano stati gli effetti della quarantena sulle dinamiche familiari“.

Le problematiche riscontrate cambiano in base all’età e al numero dei figli: per il 35% dei genitori che hanno più di un figlio e in particolare quelli di bambini fra i 3 e i 5 anni e di ragazzi fra 14 e 18 anni, la preoccupazione maggiore dei figli è di non poter più vedere gli amici.

Il 36% dei genitori con figli fra i 6 e i 10 anni riscontrano un eccessivo uso dei social networke nei giochi online, soprattutto se si ha più di un figlio, e la percentuale sale al 40% per la fascia che va dagli 11 ai 13 anni.

Il 25% dei genitori con figli fra gli 11 e i 13 anni riscontra nei figli il problema dell’isolamento, percentuale che sale al 35% nei genitori che hanno più di un figliomentre il 36% dei bambini fra i 3 e i 5 anni hanno importanti variazioni del ritmo del sonno.

Anche la didattica a scuola sta vivendo un frangente inedito e inaspettato che ha cambiato di colpo spazi e modi dell’insegnamento.Il 71% dei genitori dichiara che i figli seguono le lezioni scolastiche online, uno su 2 tutti i giorni; mentre nel caso di figli più grandi, dagli 11 anni in su, la percentuale si alza arrivando al 91% per i ragazzi fra gli 11 e i 13 anni. 

La ridefinizione dei modi di insegnamento ha modificato il coinvolgimento dei genitori nelle attività scolastiche dei figli: l’impegnoè aumentato per il 68% dei genitori, soprattutto per chi ha figli fra i 6 e i 10 anni (78%) e nella fascia di età dagli 11 ai 13 anni (74%). Dalla ricerca emerge inoltre come il 64%dei genitori abbia dovuto seguire i bambini nei compiti più di prima, mentre il 54% abbia dovuto aiutare nel collegamento per le lezioni online. Il 56%è intervenuto anche nella parte di didattica o si è confrontato maggiormente con gli insegnanti (46%) e con gli altri genitori (25%).I genitori che hanno più di un figlio hanno riscontrato con più frequenza difficoltà nella gestione della didattica online.

L’80% dei genitori si ritiene comunque soddisfattodegli insegnanti nel rapporto con gli studenti; il 74% soddisfatto della gestione delle lezioni da parte dei docenti e il 61% è soddisfatto degli strumenti che la scuola ha messo a disposizione. Ad essere soddisfatti della didattica sono soprattutto i genitori degli adolescenti.

Il 70% dei genitori è favorevole a riaprire le scuole a settembre, ove possibile, per garantire il rientro dei figli in sicurezza, dal 23%dei genitori sono stati riscontrati momenti di difficoltà nel nucleo familiare durante la quarantena, per il 18% è stato difficile trovare spazi adeguati all’interno della casa,il17%riferisce che è stato complesso coordinarsi con gli strumenti tecnologici presenti in casa e per il20%èfaticosocoordinarsi tra lavoro e scuola,inoltre dal 37% abbiamo un riscontro positivo per la possibilità di condividere del tempo insieme alla famiglia.

La preoccupazione di un possibile contagio, dovuto alla riapertura, risulta ancora molto elevata e cresce con l’aumentare dell’età: per il 51% la preoccupazione è molto/abbastanza alta per i bambini fino ai 5 anni; per gli adolescenti dai 14 ai 18 la percentuale sale al 64% e per gli adulti con oltre 50 anni arriva all’83%.

Esiti degli scrutini del secondo ciclo di istruzione – A.S. 2018/2019

Approfondimento statistico sugli scrutini di giugno 2019, dal primo al quarto anno delle Secondarie di II grado

MI – Ufficio Gestione Patrimonio Informativo e Statistica


È disponibile l’approfondimento statistico relativo agli esiti degli scrutini finali delle Scuole secondarie di secondo grado statali e paritarie, dal primo al quarto anno di corso, per l’anno scolastico 2018/2019.

Lo scorso anno scolastico ha confermato un aumento degli studenti ammessi alla classe successiva. Nello scrutinio di giugno 2019 il 73% è stato promosso (rispetto al 71,2% del 2017/2018), il 7% non è stato promosso(7,4% l’anno precedente), il 20% ha riportato la sospensione del giudizio in una o più discipline (nel 2017/2018 il 21,5%). A settembre 2019, il 93,3% di questi ultimi è stato promosso. La percentuale finale degli ammessi alla classe successiva è stata pari al 91,7% (nel 2017/2018 era stata il 91,2%).

Il primo anno si è confermato il più selettivo, con il totale di ammissioni più basso: 88,2%(nel 2017/2018 era l’86,9%). Secondo e terzo anno hanno registrato la stessa percentuale: 92,3% (rispetto al 91,9% e 92,1% di un anno prima). Al quarto anno le promozioni sono state il 94,6%, confermando il dato del 2017/2018.

Differenze nei tassi di ammissione tra Licei, Tecnici, Professionali
Licei hanno avuto il maggior numero di ammessi alla classe successiva (94,8%), seguiti dagli Istituti tecnici (88,5%) e dagli Istituti professionali (88,1%). Rispetto al 2017/2018 i risultati complessivi sono migliorati per questi ultimi (dall’86,1% all’88,1%), mentre sono rimasti sostanzialmente invariati per i percorsi liceali (dal 94,7% al 94,8%) e tecnici (dall’88,4% all’88,5%). Per gli studenti dei Tecnici si è evidenziato un leggero miglioramento dei risultati conseguiti per tutti gli anni di corso, a eccezione del quarto anno.

Tra i Licei, l’Europeo/internazionale (97,3%) e il Classico (97,2%) hanno riportato la quota di promossi più elevata, mentre la percentuale minore è stata nell’Artistico (91,2%). Tra i Tecnici, l’indirizzo più selettivo è stato il Tecnologico, con l’88% di ammissioni, rispetto all’89,3% dell’Economico.

Dopo il primo anno, sempre il più difficile da superare, indipendentemente dall’indirizzo di studio, per gli anni successivi le percentuali di ammissione sono migliorate per tutte e tre le tipologie. Tale miglioramento risulta più evidente per gli indirizzi tecnici e professionali, per i quali la quota di ammessi è cresciuta in modo significativo fino ad arrivare, nel quarto anno, rispettivamente al 92,7% per i Tecnici e al 90,8% per i Professionali.

Differenze a livello territoriale
Nei percorsi liceali delle scuole del Sud e tecnici delle scuole del Centro, lo scorso anno la percentuale di ammissione è stata più alta rispetto alle altre aree geografiche: rispettivamente il 96,2% e l’89,5% degli studenti scrutinati, confermando sostanzialmente l’andamento dell’anno scolastico precedente. Nel Nord-Est e nel Nord-Ovest i Professionali hanno ottenuto risultati migliori delle altre aree d’Italia: sono stati ammessi il 90,8% nel Nord-Est e l’89,3%nel Nord-Ovest. Nelle Isole, invece, è stata rilevata la percentuale più bassa di ammissione nei Professionali (84,8%), anche se gli esiti sono migliorati rispetto al 2017/2018 (81,8%).

Matematica lo scoglio principale
L’analisi delle valutazioni conseguite dagli studenti nello scrutinio dello scorso giugno, per le principali discipline presenti in tutti gli indirizzi di studio (Italiano, Matematica, Lingue straniere), ha confermato che la Matematica è la disciplina più difficile per tutti gli studenti delle Secondarie di II grado. In generale, dal primo al quarto anno, le insufficienze in Matematica sono risultate in percentuale (15,5%) più elevate rispetto a quelle in Italiano (6,4%) e nelle Lingue straniere (10,1%).

Le studentesse si confermano le migliori
Negli scrutini finali del 2019 le studentesse hanno registrato, nelle discipline Matematica e Italiano, risultati migliori rispetto ai colleghi maschi. Il totale di studenti con voti in Matematica tra 8 e 10 è stato costituito dalle ragazze al 59,5% nel primo biennio e al 60,3%nel secondo. Inoltre, le studentesse hanno conseguito il 65,5% dei voti tra 8 e 10 in Italiano.

Rapporto 2020 sulla Condizione occupazionale e formativa dei diplomati

ORIENTAMENTO 2020: DA UN CIRCOLO VIZIOSO A UN CICLO VIRTUOSO
Contesto socio – economico e titolo di studio dei genitori influenzano le scelte formative dei giovani. Come riconoscere il corso di laurea giusto, prevenire gli abbandoni e rendere le carriere universitarie più brillanti. 

[Bologna, 27 aprile 2020] Chi prosegue gli studi, chi li abbandona e perché. L’identikit dello studente italiano ambizioso, desideroso di formarsi al meglio, pronto al sacrificio e con lo sguardo rivolto al mondo del lavoro, è tracciato dal Rapporto 2020 sulla Condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria di secondo grado, realizzato da AlmaDiploma e dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea.

L’indagine studia un circolo vizioso per capire come trasformarlo in un ciclo virtuoso. Fotografa le scelte formative e lavorative compiute dai diplomati a un anno e a tre anni dal conseguimento del titolo: oltre 88 mila studenti (circa 47 mila del 2018 e 41 mila del 2016) sono stati contattati per una valutazione dell’esperienza scolastica e delle scelte maturate dopo il diploma.

Si iscrivono all’università soprattutto i liceali. Questo è il primo dato che emerge in modo palese dal rapporto. Gli studenti del 2018 iscritti all’università, dopo un anno dal diploma, sono il 66,9%:il 51,4% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,5% frequenta l’università lavorando.

La quota di diplomati dediti esclusivamente allo studio universitario è nettamente più elevata tra i liceali (66,4%) rispetto ai diplomati del tecnico (38,6%) e del professionale (19,2%).

Erano già convinti tra i banchi della scuola secondaria di secondo grado di voler fare l’università? Sì. Infatti, l’87,0% dei diplomati del 2018 che avevano dichiarato, alla vigilia dell’Esame di Stato, di volersi iscrivere all’università ha successivamente confermato le proprie intenzioni. È però vero che l’8,3% degli studenti ha poi cambiato idea.

La quota di chi ha rivisto le proprie scelte è più consistente tra i diplomati professionali (24,4%) e tecnici (13,3%) rispetto ai liceali dove la quota dei ripensamenti è praticamente irrilevante (5,2%); i primi due profili, infatti, subito dopo il conseguimento del titolo possono contare su maggiori chance lavorative.

Altro aspetto molto importante è il contesto socio-economico e culturale della famiglia che influenza la scelta di proseguire gli studi. Fra i diplomati del 2018 appartenenti a contesti socio-economici più favoriti, infatti, è nettamente più frequente l’iscrizione all’università (75,1% rispetto al 56,7% dei giovani provenienti da famiglie meno favorite). Anche il titolo di studio dei genitori influenza le scelte formative dei giovani: l’82,2% dei diplomati provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato ha deciso di iscriversi all’università, rispetto al 66,5% tra i giovani i cui genitori sono in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado e al 51,1% di chi proviene da famiglie dove i genitori non sono diplomati.

Ma a un anno dal titolo per il 15,3% dei diplomati la scelta universitaria non si è dimostrata vincente. Fra i diplomati del 2018 che hanno deciso di continuare gli studi (71,7%), infatti, il 6,6% ha deciso di abbandonare l’università fin dal primo anno. Mentre un ulteriore 8,7% è attualmente iscritto all’università ma ha già cambiato ateneo o corso di laurea. Gli abbandoni coinvolgono il 4,6% dei liceali, il 10,5% dei tecnici e il 13,1% dei diplomati professionali. I cambi di ateneo o corso di laurea riguardano il 9,4% dei liceali, l’8,9% dei professionali e il 7,1% dei tecnici.

Il motivo prevalente del cambiamento di corso o ateneo è legato soprattutto a un’insoddisfazione, rispetto alle aspettative iniziali, per le discipline insegnate: infatti, tra i diplomati del 2018, il 44,0% dichiara che quelle impartite fino a quel momento non sono risultate interessanti, mentre un ulteriore 4,4% ha trovato il corso troppo difficile. L’8,1%, invece, si dichiara insoddisfatto dell’ateneo scelto.

Da leggere in chiave positiva, invece, il dato del 33,5% per il quale il cambiamento di corso o ateneo è legato alla nuova possibilità di accedere al corso di laurea a cui non era riuscito ad accedere in precedenza. Infine, la restante parte ha scelto di cambiare per motivi personali (4,8%) o per altri motivi (4,3%). Per prevenire gli abbandoni e rendere le carriere universitarie più brillanti è, dunque, evidente il ruolo giocato dalle attività di orientamento, soprattutto se ben strutturate. Il percorso AlmaOrièntati (https://www.almalaurea.it/lau/orientamento) è stato ideato da AlmaLaurea proprio con l’obiettivo di rendere disponibile ai giovani uno strumento di ausilio alla scelta universitaria. Le quattro sezioni che compongono il percorso sono state immaginate con l’obiettivo di stimolare una riflessione su molteplici aspetti, quali la conoscenza di sé, il possesso di informazioni sull’università e sul mercato del lavoro, l’offerta formativa universitaria (analizzata a partire dalle materie preferite), le proprie aspirazioni e aspettative sul lavoro ideale. Un approfondimento realizzato sui diplomati del 2017 a un anno dal diploma ha dimostrato che coloroche sono iscritti all’università e hanno seguito il percorso AlmaOrièntati conseguono, a parità di condizioni, un maggior numero di crediti formativi universitari (+1,1) rispetto a coloro che non lo hanno seguito. Tale risultato è significativo in termini statistici e va contestualizzato rispetto al tipo di strumento, che si presta anche per l’auto-compilazione e impegna lo studente per un tempo decisamente limitato.

L’attività di Orientamento è fondamentale già per la scelta del percorso di scuola secondaria di secondo grado, che avviene in un momento molto delicato della vita dello studente. È a questa età che si rischia il circolo vizioso da trasformare in ciclo virtuoso. Molto raramente, infatti, lo studente ha raggiunto a quella età la maturità necessaria per una valutazione pienamente consapevole. La famiglia e gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado esercitano dunque un ruolo di fondamentale importanza nella scelta del percorso da compiere.

È, probabilmente, per tali ragioni che alla vigilia del diploma il 55,5% dei diplomati del 2018 dichiara che, potendo tornare indietro, sceglierebbe lo stesso indirizzo/corso nella stessa scuola, mentre il restante 44,3% compierebbe una scelta diversa: il 24,5% dei diplomati cambierebbe sia scuola sia indirizzo, l’11,7% sceglierebbe lo stesso indirizzo ma in un’altra scuola, l’8,1% sceglierebbe un diverso indirizzo nella stessa scuola.

Dopo un anno dal diploma il quadro si modifica leggermente: la quota di intervistati che replicherebbe esattamente il percorso scolastico compiuto sale al 59,8% degli intervistati. Scende pertanto al 39,9% la percentuale di chi varierebbe la propria scelta: in particolare, il 24,8% dei diplomati cambierebbe sia scuola sia indirizzo, il 7,9% sceglierebbe lo stesso indirizzo ma in un’altra scuola, mentre il 7,2% sceglierebbe un diverso indirizzo nella stessa scuola.

I diplomati meno convinti della scelta compiuta a 14 anni risultano quelli degli istituti professionali; tra questi, inoltre, nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo si acuisce il malcontento rispetto alla scelta compiuta. I diplomati tecnici, e ancora di più i liceali, risultano invece essere tendenzialmente i più appagati dalla scelta compiuta: questo è vero al momento del conseguimento del diploma ma, soprattutto, dopo un anno.

A un anno dal diploma il 15,5% dei diplomati del 2018 frequenta l’università lavorando, il 20,3% lavora senza proseguire gli studi. A questi si aggiunge il 51,4% che, come già visto all’inizio, ha optato esclusivamente per lo studio. La restante quota, infine, si divide tra chi è alla ricerca attiva di un impiego (7,2%) e chi invece, per motivi vari (tra cui formazione non universitaria, motivi personali o l’attesa di chiamata per un lavoro già trovato), non cerca un lavoro (5,6%). A un anno, la percentuale di occupati è più elevata per i diplomati professionali (55,4%) e tecnici (44,3%), mentre tocca il minimo tra i liceali (26,3%).

A tre anni dal diploma, lavora, senza contemporaneamente studiare, il 25,7% dei diplomati del 2016, il 20,3% studia e lavora; resta elevata, e pari al 46,5%, la quota di diplomati che risulta iscritto a un corso di laurea. È alla ricerca attiva di un lavoro il 4,9% mentre non cerca lavoro il 2,7%. Anche a tre anni, la quota di occupati è più elevata della media per i diplomati professionali (66,5%) e tecnici (58,3%), mentre tocca il minimo tra i liceali (34,3%).

L’indagine rileva, infine, un altro dato molto interessante per gli “Studenti 4.0”. A un anno dal titolo, tra i diplomati del 2018, il 18,9% di quanti hanno svolto l’alternanza scuola-lavoro (ora percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) è stato successivamente richiamato dall’azienda in cui ha svolto tale attività. Sono soprattutto i diplomati tecnici (27,4%) e professionali (32,6%) ad aver ricevuto una successiva proposta di collaborazione dall’azienda.

Inoltre, tra quanti hanno svolto attività di alternanza scuola-lavoro durante gli studi e risultano occupati a un anno dal diploma, il 32,5% dichiara di lavorare nell’azienda presso cui ha svolto tale esperienza (è il 32,9% tra i tecnici e il 32,0% tra i professionali).A un anno dal diploma è più diffuso il lavoro non standard (prevalentemente a tempo determinato), mentre a tre anni è più diffuso il contratto a tempo indeterminato. Tra i diplomati del 2018 che, a un anno dal diploma, risultano impegnati esclusivamente in un’attività lavorativa, la tipologia di attività più diffusa risulta essere il lavoro non standard, che coinvolge il 38,6% degli occupati (in particolare si

tratta di contratti alle dipendenze a tempo determinato, che interessano il 29,0% degli occupati).

La quota di assunti con contratti formativi è del 30,0%, mentre i contratti a tempo indeterminato riguardano il 15,9%. Degna di nota è la quota, pari al 6,7%, di chi non ha un contratto regolare.

A tre anni dal diploma, tra i diplomati del 2016 dediti solamente al lavoro, i contratti a tempo indeterminato sono la tipologia di lavoro più diffusa e riguardano il 31,7% dei diplomati occupati. Elevata anche la quota di contratti non standard (28,0%) e quella relativa ai contratti formativi (26,8%); la quota di coloro che lavorano senza alcun contratto è pari al 3,0%.

Il lavoro a tempo pieno coinvolge il 46,0% degli occupati a un anno: tale quota sale al 62,6% tra i tecnici e al 63,3% tra i professionali, mentre cala considerevolmente fino al 20,3% tra i liceali (fortemente impegnati negli studi universitari). A tre anni dal diploma il lavoro a tempo pieno è pari al 50,0%; ancora una volta più diffuso fra tecnici (69,8%) e i professionali (67,8%), rispetto ai liceali (22,1%).

A un anno dal diploma la retribuzione media è superiore a 1.100 euro; sale a oltre 1.250 euro a tre anni. I diplomati del 2018 che lavorano a tempo pieno (senza essere contemporaneamente impegnati nello studio universitario) guadagnano in media, a un anno dal diploma, 1.125 euro mensili netti. A tre anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta, dei diplomati del 2016, è pari in media a 1.262 euro.

I diplomati sono generalmente soddisfatti del lavoro svolto. La soddisfazione registrata per il lavoro è in generale abbastanza elevata (media pari a 8,7, su una scala 1-10, per i diplomati del 2018 a un anno e a 7,3 per quelli del 2016 a tre anni).

I DIPLOMATI E LO STUDIO

A un anno dal diploma, il 66,9% dei diplomati del 2018 prosegue la propria formazione ed è iscritto a un corso di laurea (il 51,4% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,5% frequenta l’università lavorando); il 20,3% lavora senza proseguire gli studi. La restante quota, infine, si divide tra chi è alla ricerca attiva di un impiego (7,2%) e chi invece, per motivi vari (tra cui formazione non universitaria, motivi personali o l’attesa di chiamata per un lavoro già trovato), non cerca un lavoro (5,6%).

A tre anni dal diploma resta elevata, e pari al 66,8%, la quota di diplomati del 2016 che risulta iscritto a un corso di laurea: si dedica esclusivamente agli studi il 46,5% degli intervistati, mentre è impegnato contemporaneamente nello studio e nel lavoro il 20,3%. È dedito esclusivamente al lavoro il 25,7%; limitata dunque la restante parte, composta dal 4,9% di chi è alla ricerca attiva di un impiego e dal 2,7% di chi non cerca lavoro.

Studio o lavoro: le motivazioni della scelta

Tra chi prosegue gli studi con l’iscrizione all’università, la principale motivazione alla base di tale scelta è legata a componenti di natura lavorativa (62,9%): il 44,6% dei diplomati del 2018 intende infatti migliorare le opportunità di trovare lavoro, il 17,6% ritiene che la laurea sia necessaria per trovare lavoro (solo lo 0,7% dichiara di essersi iscritto non avendo trovato alcun impiego). Il 35,9% è spinto invece dal desiderio di potenziare la propria formazione culturale.

La tendenza è confermata all’interno di tutti i tipi di diploma. In particolare, il 49,7% dei diplomati tecnicidichiara di essersi iscritto per migliorare le possibilità di trovare lavoro; è il 43,0% per i liceali e 36,7% per i professionali. Per i liceali, più di altri, l’iscrizione all’università viene vissuta come una necessità per accedere al mercato del lavoro (21,7%; è pari all’8,2% per i tecnici e al 13,0% per i professionali). Infine, la prosecuzione degli studi è dettata dal desiderio di migliorare la propria formazione per il 43,6% dei professionali, rispetto al 38,8% dei tecnici e al 34,2% dei liceali.

Fra i diplomati del 2018 che hanno invece terminato con il diploma la propria formazione, il 27,3% indica, come motivo principale della non prosecuzione, la difficoltà di conciliare studio e lavoro. Un ulteriore 27,3% dichiara invece di non essere interessato a proseguire la formazione, mentre il 14,0% è interessato a un altro tipo di formazione. Infine, il 10,3% lamenta motivi economici. Questa tendenza è confermata fra i diplomati tecnici e professionali, anche se con diversa incidenza, mentre tra i liceali si rileva anche una difficoltà all’ingresso all’università: più nel dettaglio, il 16,7% non ha proseguito gli studi perché il corso era a numero chiuso e non è rientrato fra gli ammessi (tale quota scende al 6,1% tra i tecnici e al 5,0% tra i professionali).

Chi ha un voto di diploma più alto prosegue gli studi L’analisi della condizione lavorativa per voto di diploma conferma che i diplomati che conseguono il titolo con una votazione più modesta tendono a presentarsi direttamente sul mercato del lavoro, senza proseguire ulteriormente la formazione. A un anno dal titolo, infatti, risulta esclusivamente impegnato in attività lavorative il 14,8% dei diplomati del 2018 con voto alto e il 26,4% di quelli con voto basso (differenziale pari a 11,6 punti percentuali). Tra i diplomati del 2016, a tre anni dal diploma le quote di quanti lavorano solamente sono rispettivamente 19,5% e 32,3% (differenziale di 12,8 punti percentuali). Se l’impegno in un’attività lavorativa pare essere caratteristica peculiare dei diplomati con voto più modesto, la prosecuzione degli studi è, all’opposto, una scelta che coinvolge soprattutto i diplomati più brillanti: indipendentemente dalla condizione lavorativa, infatti, risultano iscritti

all’università nella misura del 75,9% (rispetto al 57,1% di quelli con voto basso).

Analogamente, a tre anni la decisione di dedicarsi allo studio è più diffusa tra chi ha conseguito una votazione maggiore: è pari al 74,8% rispetto al 58,2% dei colleghi meno “bravi”. È naturale che entrino in gioco, nelle scelte maturate dai diplomati, diverse propensioni, inclinazioni e opportunità formative legate, tra l’altro, ai risultati scolastici raggiunti. 

I DIPLOMATI E IL LAVORO

A un anno lavora il 35,8%, a tre anni il 46,0%

A un anno dal conseguimento del titolo risulta occupato il 35,8% dei diplomati del 2018: il 20,3% ha preferito inserirsi direttamente nel mercato del lavoro e il 15,5% ha scelto di frequentare l’università lavorando. Come era naturale attendersi, la percentuale di occupati è più elevata per i diplomati professionali (55,4%) e tecnici (44,3%), mentre tocca il minimo tra i liceali (26,3%).

A tre anni dal titolo sono occupati il 46,0% dei diplomati del 2016: il 25,7% è dedito esclusivamente al lavoro, mentre il 20,3% è impegnato sia nello studio che nel lavoro. Tra i diplomati del 2016, la quota di occupati è più elevata della media per i diplomati professionali (66,5%) e tecnici (58,3%), mentre tocca il minimo tra i liceali (34,3%).

A un anno dal diploma, il tasso di disoccupazione è pari, complessivamente, al 16,0% e non varia sensibilmente per tipo di diploma. Nel dettaglio, è pari al 15,2% tra i diplomati tecnici, al 16,4% tra i diplomati professionali, al 16,7% tra i liceali.

Il tasso di disoccupazione, a tre anni dal titolo, è pari, complessivamente, al 12,7%, oscillando tra l’11,4% dei diplomati tecnici e il 14,1% dei liceali.

La maggioranza dei diplomati lavora nel settore privato, in particolare nei servizi. L’attività nel settore pubblico è poco diffusa tra i diplomati di scuola secondaria di secondo grado: complessivamente, a un anno dal diploma dichiara infatti di lavorarvi il 10,2% degli occupati. La stragrande maggioranza (84,3%) dei diplomati è invece assorbita dal settore privato; residuale la quota (4,3%) di chi lavora nel non profit.

Il 74,4% degli occupati, a un anno dal diploma, è inserito in un’azienda che opera nel settore dei servizi (in particolare del commercio, 35,6%); il 19,2% lavora invece nell’industria (in particolare quella metalmeccanica, 7,5%), mentre è decisamente contenuta la quota di chi lavora nell’agricoltura (2,8%). Il quadro qui delineato risulta confermato anche a tre anni dal diploma.

Le competenze apprese durante la scuola non sempre sono utilizzate al massimo nel lavoro. A un anno dal termine degli studi, il 20,7% degli occupati dichiara di utilizzare le competenze acquisite durante il percorso di studi in misura elevata, mentre per il 41,5% l’utilizzo è ridotto; ne deriva che il 37,1% ritiene di non sfruttare per nulla le conoscenze apprese nel corso della scuola secondaria di secondo grado. In particolare, sono i diplomati liceali a non utilizzare ciò che hanno appreso a scuola (44,4%, rispetto al 33,9% dei diplomati tecnici e al 28,2% dei professionali); coloro che decidono infatti di inserirsi nel mercato del lavoro hanno condizioni occupazionali molto particolari e nella maggioranza dei casi intraprendono questa strada solo come forma di sostegno al percorso di studi che stanno portando avanti.

Esiti Esami di Stato A.S. 2018-2019

Ministero Istruzione
Ufficio Gestione Patrimonio Informativo e Statistica


#Maturità2019, gli esiti dell’Esame di Stato del 2019

Anche con l’Esame del 2019, il primo sostenuto con la nuova normativa, si conferma un lieve aumento degli studenti ammessi alle prove (il 96,1% degli scrutinati, rispetto al 96% del 2017/2018) e dei diplomati totali, il 99,7% rispetto al 99,6% dell’anno scolastico precedente.

Le Regioni con più studenti ammessi: Valle d’Aosta, Molise, Basilicata
In tutte le Regioni la percentuale di diplomati è stata superiore al 99%. Per quanto riguarda gli ammessi all’Esame, le Regioni con la percentuale più alta sono state Valle d’Aosta (99,9%), Molise (98%), Basilicata (97,6%), a fronte del 96,1% nazionale. In coda, Toscana (95,2%), Liguria (94,4%), Sardegna (91%).

Confermato l’aumento dei diplomati con lode, diminuiscono i 60
Continua ad aumentare la percentuale di ragazze e ragazzi che conseguono il diploma con lode e diminuiscono i voti più bassi. I 100 e lode sono stati nel 2019 l’1,5% (erano l’1,3% l’anno precedente). I 100 sono stati il 5,6% (nel 2017/2018 erano il 5,7%). I voti fra 91 e 99 sono saliti dal 9 al 9,7%. Gli 81-90 sono scesi al 16% (erano il 19,6%). I voti 71-80 sono, secondo i dati pubblicati, il 28,7% (erano il 28,9% nel 2017/2018). I 61-70 salgono dal 27,7% al 31,4%. I diplomati con il minimo dei voti, 60, sono diminuiti dal 7,8% al 7%. In media gli studenti si sono diplomati con un voto finale pari a 73,3.

Oltre il 10% dei diplomati nei Licei consegue il massimo dei voti (il 2,5% raggiunge la lode). Tra i vari indirizzi liceali, il 18% dei diplomati del Classico   ottiene un voto tra 100 e 100 e lode, ma i più “bravi” sono i diplomati nelle tre articolazioni del Liceo scientifico (le lodi sono il 6%).

In aumento i voti alti anche nei Tecnici, mentre risulta piuttosto stabile la quota dei più bravi tra i diplomati degli indirizzi Professionali, che vedono tuttavia diminuire le votazioni minime (9,6% dei diplomati totali negli indirizzi Professionali).

Gli esiti del Primo ciclo dell’anno 2018/2019

L’Esame di Stato
Per la Secondaria di I grado, il tasso di ammissione all’Esame è stato, l’anno scorso, del 98,2% (erano stati il 98,3% gli ammessi dell’anno precedente). Degli ammessi alle prove, il 99,8% ha superato con successo l’Esame (confermando il dato degli ultimi quattro anni).

Mediamente, i risultati regionali sono in linea con i valori nazionali. La variabilità maggiore è sui tassi d’ammissione. in Sardegna, Valle d’Aosta e Sicilia è stata ammessa una percentuale di studenti inferiore rispetto al dato nazionale (rispettivamente -1,1%, -1% e -0,9%). Un tasso d’ammissione più alto si riscontra in Basilicata (+0,9%) e in Trentino-Alto Adige (+0,8%).

Tra i promossi, oltre uno studente su due (52%) ha conseguito un voto tra 7 e 8. I 10 e lode sono stati il 4,2%, i 10 il 5,6%; i 9 il 17,1%; gli 8 il 24,1%; i 7 il 27,9%; i 6 il 21,1%. Le studentesse si confermano le più brave. Il tasso di promozione tra le ragazze è stato del 99,9% (99,8% tra gli studenti maschi) e la percentuale di studentesse è superiore nei voti al di sopra del 7.

Gli scrutini intermedi
Gli scrutini del I e II anno confermano, mediamente, i dati degli anni precedenti: sono stati ammessi alla classe successiva, rispettivamente, il 97,8% e il 98% degli studenti scrutinati. Nel complesso, la percentuale di promossi è scesa dello 0,2%

Inserimento nel mondo del lavoro dei diplomati

Ministero dell’Istruzione
Direzione Generale per i contratti, gli acquisti e per i sistemi informativi e la statistica
Ufficio Gestione Patrimonio Informativo e Statistica

Gennaio 2020


Scuola, inserimento dei diplomati nel mondo del lavoro: Istituti professionali in testa.

Circa il 60% degli studenti provenienti dagli Istituti professionali italiani risulta occupato nei due anni successivi al conseguimento del titolo di studio. È quanto emerge dalle anticipazioni dei dati sull’inserimento dei diplomati nel mondo del lavoro, relativamente agli anni scolastici 2013/2014, 2014/2015 e 2015/2016. Anticipazioni che riguardano 1.317.700 diplomati negli anni in questione.

Occupabilità dei diplomati
Sul totale dei diplomati per ogni anno scolastico, circa il 37% ha attivato almeno un contratto di lavoro nei due anni successivi al conseguimento del diploma. Osservando i diplomati per percorso di studi, circa il 60% degli studenti di indirizzi Professionali ha attivato un contratto, a fronte di circa il 50% dei diplomati degli indirizzi Tecnici e di circa il 22% dei diplomati nei Licei.
Il tipo di contratto maggiormente utilizzato è quello a tempo determinato: 48,9% nel 2013/2014; 49,6% nel 2014/2015; 49,4% nel 2015/2016. Prevale largamente il settore occupazionale dei Servizi (75,4% nel 2013/2014; 76,2% nel 2014/2015; 76% nel 2015/2016), seguito da Industria (19,3%; 18,6%; 19,2%) e Agricoltura (5,3%; 5,2%; 4,8%).

Primo contratto
Il 28,8% dei diplomati nei tre anni scolastici ha ottenuto il primo contratto entro una fascia di tempo da tre a sei mesi dal conseguimento del titolo di studio; il 12,4% ha trovato un posto in meno di un mese; il 14,5% ha atteso più di un anno. Tra i primi contratti si conferma la prevalenza di quelli a tempo determinato: 41,2% nel 2013/2014; 41% nel 2014/2015; 42,7% nel 2015/2016.

I piani BEI per l’edilizia scolastica

Presentati al MIUR i progetti-pilota per scuole più sicure e nuovi istituti

Scuole sicure. Ma anche scuole nuove e all’avanguardia. Sono stati presentati questa mattina al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca i progetti-pilota del primo piano per l’edilizia scolastica realizzati dal MIUR grazie al contributo della BEI (la Banca Europea per gli Investimenti) e di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) che stipula i mutui con le regioni.  Una sinergia di eccellenza e modello anche per altri Paesi. Alla presentazione sono intervenuti il Ministro Lorenzo Fioramonti e la Vice Ministra all’Istruzione Anna Ascani.

Quasi 9.000 gli interventi in tutta Italia, per un investimento complessivo di circa 5,4 miliardiCinquemila circa i cantieri già chiusi o in via di chiusura. I progetti presentati riguardano l’adeguamento sismico, la messa in sicurezza e la manutenzione degli edifici. Ma anche scuole nuove su tutto il territorio nazionale con aule all’avanguardia, laboratori innovativi, istituti ad efficientamento energetico.

Ad oggi, oltre il 70% dei progetti risulta concluso per il primo piano avviato dal MIUR. La BEI, con l’ausilio di un team tecnicoappositamente nominato, ha proceduto ad effettuare sopralluoghi su un campione di 32 interventi. Quasi 2,5 i miliardi finanziati per un totale di oltre 5.570 interventi. In corso di attuazione il secondo piano che prevede quasi uno stanziamento di 2.979 milioni e più di 3.000 interventi.

Il sistema di monitoraggio nazionale realizzato dal MIUR, grazie a un investimento con i fondi PON “Per la Scuola “ 2014-2020 – Asse Governance –, si basa su un piano informativo che segue costantemente l’andamento dei cantieri per erogare così le risorse. È stato possibile, in questo modo, velocizzare i controlli e rendere possibili i pagamenti, ma anche fotografare per tempo le necessità, intervenendo anche con l’ausilio delle task force territoriali alla risoluzione delle criticità individuate.

Rapporto Censis 2019

Il 6 dicembre viene presentato il 53° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2019


Giunto alla 53ª edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale trasformazione che stiamo vivendo da un decennio. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto descrivendo le piastre di sostegno, i soggetti e i processi per arginare la deriva verso il basso. Nella seconda parte, La società italiana al 2019, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno in una società ansiosa macerata dalla sfiducia: la solitaria difesa di se stessi degli italiani ‒ esito del furore di vivere e di stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro ‒, le responsabilità collettive eluse, ma anche i grumi di nuovo sviluppo. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.


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IL SISTEMA AFAM A.A. 2018-2019

MIUR, DGCASIS
Ufficio VI Gestione patrimonio informativo e statistica


Conservatori e accademie di danza, boom di iscritti All’AFAM +7%, in 8 anni quasi raddoppiate le matricole
Uno spot per promuovere l’Alta Formazione Musicale e Coreutica

Non conosce crisi l’Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica (AFAM), di cui fanno parte Conservatori e Istituti musicali statali, Accademie di danza, di Belle arti, di Arte drammatica e Istituti superiori per le industrie artistiche statali, considerati un’eccellenza italiana nel mondo. Da anni si sta verificando una crescita costante di iscritti, di diplomati, e quindi anche di insegnanti e di corsi. Dall’anno accademico 2010/2011 gli iscritti sono aumentati mediamente ogni anno del 7%. Nell’anno 2018/19 gli studenti sono stati 76.072. Nello stesso arco di otto anni, a conferma dell’interesse che nel mondo esercitano le scuole dell’AFAM, la presenza di studenti con cittadinanza non italiana è più che triplicata. Nell’ultimo anno l’aumento è stato del 3,4% su numeri già importanti che rappresentano il 16,5% delle iscrizioni complessive (oltre 12.500). È cresciuta anche la proposta formativa: dal 2010/11 i corsi di studio sono aumentati complessivamente del 30%.

È questa la fotografia che emerge dai dati dell’approfondimento statistico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca dedicato al sistema AFAM per l’anno accademico 2018/19, appena pubblicato sul portale del MIUR.

Il settore AFAM conta oltre 5.000 corsi attivi, la maggior parte dei quali attiene al settore musicale e coreutico, circa l’87%, e il restante 13% al settore artistico e teatrale. Nel 2018 sono stati 16 mila i diplomati, un aumento del 60% rispetto ai numeri del 2011. La quota di diplomati con cittadinanza non italiana è il 18,9%. Nel 2018/19 operano a vario titolo nel sistema AFAM oltre 18.500 persone, di cui 15.402 docenti e 3.134 non docenti.

Il MIUR, con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha promosso una campagna istituzionale per far conoscere l’offerta formativa AFAM e l’opportunità che offre nei vari campi dell’arte, dello spettacolo, della musica e del teatro. La campagna vuole incentivare i giovani a intraprendere un percorso per formare e preparare figure professionali con competenze tecnico specialistiche e capace di creare un valore aggiunto non solo in ambito artistico ma anche in altri ambiti produttivi. Destinatari della campagna sono in particolare i giovani italiani e stranieri. Testimonial d’eccezione è l’attore Michele Placido che, formatosi anche lui in Accademia, presenta la multiforme bellezza dell’arte e dei luoghi dove l’arte si impara. Lo spot è in onda in questi giorni sui canali radio e televisivi Rai.

Report Insegnamento Storia


INDAGINE GILDA-SWG: STORIA IMPORTANTE PER STUDENTI E DOCENTI

Utile, interessante e importante: nonostante il ruolo sempre più marginale in cui si trova relegata, è così che la Storia viene considerata dai docenti e dagli studenti italiani. È quanto emerge dall’indagine sull’insegnamento della Storia, realizzata dalla Swg per la Gilda degli Insegnanti e presentata oggi nell’ambito del convegno nazionale “Quale futuro senza la storia?” promosso per la Giornata Mondiale dell’Insegnante.

La ricerca è stata condotta su due distinti campioni composti da 300 insegnanti di tutti i gradi di istruzione e 100 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, intervistati online e face-to-face.

L’utilità della Storia

Per il 64% degli insegnanti, la Storia è utile ad acquisire gli strumenti per interpretare meglio il presente, per il 18% a non ripetere gli errori del passato e per il 16% ad ampliare lo sguardo verso il futuro e a prevederlo meglio. 

Sul fronte degli studenti, invece, il 38% ritiene che la Storia serva a non ripetere gli errori del passatomentre per il 30%è utile a interpretare meglio il presente e per il 29% ad ampliare lo sguardo sul futuro e a prevederlo meglio.

La Storia a scuola

Per il 55% dei docenti lo scopo dell’insegnamento della Storia a scuola è formare le nuove generazioni mentre per il 42% consiste nell’educare i giovani alla cittadinanza.

Interpellati sullo stesso tema, gli studenti hanno risposto nel 45% dei casi che insegnare la Storia a scuola ha l’obiettivo di formare le nuove generazioni e il 40% a educare i giovani alla cittadinanza. Il 15% ritiene che insegnare Storia non abbia alcuno scopo: secondo il 9% perché riguarda il passato e il 6% perché non serve a trovare un lavoro.

Imparare le date a memoria

Sull’importanza di imparare le date a memoria nello studio della Storia, la grande maggioranza dei docenti intervistati, pari all’87%, ritiene che sia utile per collocare gli eventi nel tempo e nel contesto sociale. Per il rimanente campione è indispensabile (5%) e non serve (8%).

La questione vista dagli studenti: conoscere a memoria le date degli eventi storici è utile per collocarli nel tempo e nel contesto sociale secondo il 63%, è indispensabile per il 17% e il 20% lo considera inutile.

L’opportunità della Storia locale

I docenti che giudicano opportuna l’introduzione nei programmi scolastici dell’insegnamento della Storia locale rappresentano l’89%, di cui l’85% ritiene che deve essere comunque collocata nel contesto della Storia nazionale e mondiale e il 4% secondo cui, invece, deve avere un ruolo preponderante. Lo schieramento del “no” costituisce l’11%: “perché distoglie dallo studio dei contesti nazionali ed internazionali” secondo il 5% e “perché le ore sono insufficienti” per il 6%.

A dichiararsi favorevoli all’introduzione della Storia locale è l’80% degli studenti: per il 63% la risposta è “sì, ma collocandola nel contesto della Storia nazionale e mondiale”, mentre il 17% ritiene che debba rivestire un ruolo preponderante. Il 20% secondo cui, invece, non è opportuno introdurre la Storia locale si compone di un 14% per il quale distoglie dallo studio dei contesti nazionali e internazionali e di un 6% che motiva la propria contrarietà con l’insufficienza delle ore a disposizione.

Bastano 2 ore la settimana?

Uno scarto di 7 punti percentuali separa il 52% dei docenti secondo i quali per imparare la Storia servono più delle due ore settimanali previste attualmente dai programmi scolastici dal 45% di quelli che ritengono siano sufficienti.

Tra gli studenti prevale l’opinione per cui due ore di Storia a settimana sono sufficienti: 58%; per il 31% ne servono di più, l’8% sostiene che sono troppe e che basterebbe una sola ora e il residuale 3% è del parere che bisognerebbe abolire del tutto la materia.

La trasversalità della disciplina

Secondo l’88% degli insegnanti lo studio della Storia è trasversale alle altre discipline scolastiche e a pensarla così sono per il 92% i docenti con oltre 20 anni di anzianità. Il 12% del campione intervistato, invece, ritiene che la dimensione storica non sia comune a tutte le discipline.

Per quanto riguarda gli studenti, il 71% considera lo studio della Storia trasversale alle altre materie (88% nel Nord Italia e 80% tra chi ha voti alti in Storia) contro il

29% secondo cui la dimensione storica non è comune a tutte le discipline (50% nel Mezzogiorno e 47% tra chi nutre uno scarso interesse per la materia).

“L’esito del sondaggio  commenta Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti – è molto confortante perché esprime a chiare lettere l’apprezzamento non solo dei docenti, ma anche degli studenti, verso la disciplina. Un dato che va in direzione diametralmente opposta rispetto a quella della politica, che ha ridotto e marginalizzato l’insegnamento della Storia”