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Emergenza sanitaria e Scuola

17 NOVEMBRE | GIORNATA INTERNAZIONALE DEGLI STUDENTI
EMERGENZA SANITARIA E SCUOLA: LA FOTOGRAFIA DI ALMADIPLOMA SULL’EFFICACIA DELLA DIDATTICA A DISTANZA, NELL’ANTICIPAZIONE SUL PROFILO DEI DIPLOMATI 2021

Il 63,9% dei diplomati del 2021 ha utilizzato, in modo esclusivo, lo smartphone per seguire la didattica a distanza. Il 76,3% dei diplomati ritiene DAD dispersiva perché distoglie l’attenzione. Per il 76,3% non è migliorata l’efficacia dell’apprendimento dei nuovi argomenti.Per il 66,5% degli studenti, la scuola ha organizzato in modo efficiente la didattica a distanza. Sono solo alcuni degli indicatori fotografati dall’indagine condotta su un campione di 31.019 studenti che hanno compilato il questionario, su 37.051 diplomati, con un tasso di compilazione dell’83,7%.

[Bologna, 16 novembre 2021] AlmaDiploma, in occasione della Giornata internazionale degli studenti, celebrata ogni anno il 17 novembre, offre un’anticipazione sul profilo dei diplomati 2021.

La Giornata dello Studente, istituita per celebrare il diritto inalienabile allo studio, è dunque l’occasione per AlmaDiploma, associazione a servizio delle scuole nata nel 2000, per restituire un’anteprima sulla fotografia scattata tra i diplomati del 2021, dove sono tracciati sentimenti, debolezze e punti di forza emersi o esplosi durante lo speciale periodo emergenziale, tuttora in corso, in cui la Didattica a Distanza è stata protagonista in quanto soluzione per far fronte alle oggettive difficoltà della tradizionale didattica in presenza.

Di seguito, dunque, alcuni degli indicatori fotografati dall’indagine condotta su un campione di 31.019 studenti che hanno compilato il questionario, su 37.051 diplomati, con un tasso di compilazione dell’83,7%.

Il 63,9% dei diplomati del 2021 ha utilizzato, in modo esclusivo, lo smartphone per seguire la didattica a distanza, strumento certamente non adatto e ottimale a svolgere la didattica a distanza che prevede lo svolgimento di una serie di attività oltre a quella di essere spettatore passivo delle performance del docente. Il 76,3% dei diplomati ritiene la DaD dispersiva, distoglie l’attenzione. Per il 76,3% non è migliorata l’efficacia dell’apprendimento dei nuovi argomenti. Anzi a questo dato fa eco il 68,9% dei diplomati per i quali gli argomenti trattati hanno richiesto maggiore tempo per lo studio, a seguito della minor efficacia e della mancata attenzione. A questo si aggancia, inoltre, l’aumento del carico di studio assegnato con la DDI – per l’84,2% dei diplomati – per compensare la minore efficacia dello strumento usato per erogare la didattica. Tutto sommato, all’esito complessivo, scuola promossa: per il 66,5% degli studenti ha organizzato in modo efficiente la DDI. E sui sentimenti si registra una maggiore tranquillità per gli studenti dei professionali (28,2%) e più apatia per quelli dei licei (28,1%). Guardando al futuro sono sfiduciati sulle opportunità occupazionali post pandemia (63% dei diplomati) a causa del peggioramento della crisi economica (per 77,9% dei diplomati).

Il Presidente dell’associazione AlmaDiploma, il dirigente scolastico prof. Osvaldo Di Cuffa, commenta: “La ricerca di AlmaDiploma evidenzia una serie di criticità che devono indurci a riflettere e a progettare le azioni che le scuole devono attuare per affrontare le esigenze emerse. Sicuramente due sono le direzioni principali su cui è necessario lavorare: supportare l’innovazione tecnologica e la formazione dei docenti da un lato, un approccio didattico più attento alle esigenze degli studenti e al necessario dialogo con gli stessi studenti dall’altro“.

Rapporto eTwinning Italia 2014 – 2020

Rapporto eTwinning Italia 2014 – 2020
Una panoramica sulle attività dell’Unità nazionale nei 7 anni del Programma Erasmus

Il primo Rapporto di attività dell’Unità nazionale eTwinning Indire 2014 – 2020 è stato pubblicato ed è disponibile online: un resoconto completo su obiettivi, attività e risultati di gestione di eTwinning in Italia, un documento che descrive il lavoro svolto nel ciclo di vita all’ultimo settennato del Programma Erasmus+.

Il testo rappresenta un utile strumento a disposizione di stakeholder, media, rappresentanti istituzionali e di tutti gli utenti interessati a conoscere eTwinning, per comprenderne l’impatto nel nostro Paese. Oltre a fornire una panoramica generale su eTwinning, il volume si concentra sul livello nazionale, presentando una sezione supportata da statistiche, focus tematici, approfondimenti, immagini e testimonianze dirette dello staff per descrivere l’operato dell’Unità nazionale eTwinning INDIRE sulla base di cinque asset strategici tra loro interconnessi:

• diffusione di eTwinning nel territorio;

• innovazione e internazionalizzazione della didattica;

• formazione e sviluppo professionale dei docenti;

• informazione, promozione e disseminazione;

• supporto, orientamento e sicurezza della community;

Tra i principali risultati emersi nei sette anni di attività dell’Unità nazionale INDIRE, eTwinning conta oltre 91.600 docenti iscritti e 32.000 progetti attivati.

A questi dati si aggiungono i riconoscimenti, con circa 5.000 certificati di qualità assegnati ai progetti di scuole italiane e più di 80.000 docenti formati in oltre 1.500 eventi organizzati in presenza e online. Il sito web nazionale eTwinning ha superato le 800.000 visite. Sono oltre 40.000 i follower sui social e più di 1.600 notizie pubblicate sui media nazionali; mentre, sul versante della sicurezza e dell’orientamento agli iscritti, l’Unità nazionale ha saputo gestire un totale di oltre 16.000 richieste di assistenza, in aggiunta alle verifiche di tutti gli utenti registrati.

“I dati emersi in questo Rapporto – ha detto Flaminio Galli, Direttore Generale di INDIRE – dimostrano come la collaborazione a distanza tra scuole offerta da eTwinning rappresenti uno strumento ideale per mettere in rete esperienze innovative di didattica, rete che come Agenzia nazionale Erasmus+ INDIRE siamo impegnati a diffondere e valorizzare in direzione di una scuola fondata sulla collaborazione, lo scambio e la formazione continua in un contesto multiculturale, anche oltre i confini dell’Unione europea”.

Il Rapporto è disponibile in versione online sul sito eTwinning.it e sarà diffuso in forma cartacea nel corso dei prossimi eventi e iniziative.

Scarica il Rapporto di attività eTwinning Italia 2014 – 2020 http://www.erasmusplus.it/wp-content/uploads/2021/11/Rapporto-eTwinning-Italia-2014-2020.pdf

Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe 2019/20

Scuola: nuovo rapporto Eurydice su stipendi di insegnanti e dirigenti europei

Firenze, 21 ottobre 2021 – La rete Eurydice pubblica oggi il nuovo rapporto su stipendi e indennità di insegnanti e capi di istituto in Europa.  La remunerazione e le prospettive di carriera degli insegnanti rientrano nelle politiche che mirano ad attrarre i laureati più qualificati e a trattenere i migliori insegnanti. A questo proposito, l’ultimo rapporto di Eurydice “Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe 2019/20” mostra la composizione e le differenze nelle retribuzioni degli insegnanti e dei capi di istituto di 38 sistemi educativi europei.

Il rapporto prende in esame gli stipendi di base degli insegnanti a inizio carriera e le loro prospettive di progressione di stipendio. Vengono analizzate anche le differenze di stipendio tra i livelli di istruzione. Gli insegnanti della scuola dell’infanzia guadagnano mediamente meno mentre gli insegnanti della scuola secondaria superiore solitamente guadagnano di più, sebbene in alcuni paesi europei tutti gli insegnanti dei livelli scolastici percepiscano gli stessi stipendi. I dati sono stati raccolti congiuntamente dalle reti Eurydice e OCSE/NESLI.

Analizzando i principali risultati del rapporto, emergono significative differenze tra i Paesi europei negli stipendi annuali di base degli insegnanti all’inizio della loro carriera, che possono variare, a seconda del paese, da 5.000 a 80.000 euro lordi. Il livello salariale è correlato allo standard di vita misurato in termini di prodotto interno lordo (PIL) pro capite di un Paese: più alto è il PIL pro capite, maggiore è lo stipendio medio annuo. Gli stipendi iniziali degli insegnanti italiani si collocano – insieme a quelli dei colleghi francesi, portoghesi e maltesi – nel range tra 22.000 e 29.000 euro lordi annui. Ancora più alti, tra 30.000 e 49.000 euro, sono quelli degli insegnanti in Belgio, Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Svezia, Islanda e Norvegia. Infine, stipendi superiori a 50.000 euro si registrano in Danimarca, Germania, Lussemburgo, Svizzera e Liechtenstein, tutti paesi con un alto PIL pro capite.

Per quanto riguarda l’importo e il tempo necessario per gli aumenti di stipendio legati alla progressione di carriera, si registrano sostanziali differenze tra i paesi europei. Ci sono Paesi come l’Italia in cui gli insegnanti anche con una significativa anzianità di servizio raggiungono modesti aumenti di stipendio. Nel paese gli stipendi iniziali degli insegnanti possono aumentare di circa il 50% solo dopo 35 anni di servizio.

Per quanto riguarda i cambiamenti negli stipendi tabellari durante gli ultimi anni, dal rapporto risulta che nel 2018/19 e 2019/20, gli insegnanti hanno visto aumentare i propri stipendi nella maggior parte dei sistemi educativi, anche se gli aumenti sono stati generalmente modesti o indicizzati all’inflazione.  Tra il 2014/15 e il 2019/20, in un quarto dei sistemi educativi analizzati, gli stipendi iniziali degli insegnanti adeguati all’inflazione sono rimasti invariati o sono risultati addirittura inferiori. In Italia, così come in Francia, il potere di acquisto degli insegnanti è rimasto più o meno lo stesso negli ultimi cinque anni.

 Per quanto riguarda i capi di istituto, i loro stipendi spesso aumentano in base alle dimensioni della scuola. Inoltre, le responsabilità e l’esperienza dei capi di istituto determinano differenze significative nei loro stipendi nella maggior parte dei sistemi educativi. In alcuni casi lo stipendio minimo di base dei capi di istituto è inferiore allo stipendio degli insegnanti con 15 anni di esperienza. In molti altri, invece, è superiore in tutti i livelli di istruzione. La differenza è più marcata in Francia (per il livello secondario), Italia, Romania, Finlandia e Islanda (livello secondario superiore) e Svezia. In Italia, lo stipendio minimo di base per i capi di istituto è, infatti, il doppio dello stipendio di un insegnante con 15 anni di servizio. 

Per consultare e scaricare il rapporto in formato pdf:  https://eurydice.indire.it/pubblicazioni/teachers-and-school-heads-salaries-and-allowances-in-europe-2019-20/

ON MY MIND. The State of the World’s Children 2021

UNICEF/Rapporto salute mentale in Europa: 9 milioni di adolescenti (tra i 10 e i 19 anni) convivono con un disturbo legato alla salute mentale. Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani (15-19 anni). 

Lanciata l’Analisi europea tratta dal rapporto “La condizione dell’infanzia nel mondo: Nella mia mente”. 

  • Circa 1.200 bambini e adolescenti fra i 10 e i 19 anni pongono fine alle loro vite ogni anno, ovvero 3 vite al giorno perse a causa di suicidi in Europa.  
  • In Italia si stima che il 16,6% dei ragazzi e delle ragazze fra i 10 e i 19 anni soffrano di problemi legati alla salute mentale.

15 ottobre 2021 – Secondo il nuovo rapporto lanciato oggi, l’UNICEF ricorda che il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani in Europa. Solo gli incidenti stradali causano più decessi tra i giovani tra i 15 e i 19 anni. Il rapporto mostra anche che il 19% dei ragazzi europei tra i 15 e i 19 anni soffre di problemi legati alla salute mentale, seguiti da oltre il 16% delle ragazze nella stessa fascia d’età. 9 milioni di adolescenti in Europa (tra i 10 e i 19 anni) convivono con un disturbo legato alla salute mentale; l’ansia e la depressione rappresentano oltre la metà dei casi.  

Mentre il COVID-19 continua a causare caos nelle vite, il Brief – un’analisi con focus sull’Europa del rapporto annuale dell’UNICEF “La condizione dell’infanzia nel mondo: Nella mia mente” – esamina le problematiche che colpiscono i bambini e la salute mentale e il benessere di bambini e giovani in Europa. Lo studio fornisce anche dati preoccupanti sullo stress cui sono sottoposti, insieme a chiare raccomandazioni per i governi in Europa e le istituzioni dell’Unione Europea. 

ALTRI DATI DEL RAPPORTO: Circa 1.200 bambini e adolescenti fra i 10 e i 19 anni pongono fine alle loro vite ogni anno, ovvero 3 vite al giorno perse a causa di suicidi in Europa.  La percentuale di suicidio nel 2019 fra i ragazzi è stimata di gran lunga maggiore rispetto alle ragazze, rispettivamente il 69% e il 31%, e la fascia di età più colpita è fra i 15 e i 19 anni (1.037 contro i 161 fra i 10 e i 14 anni).  La percentuale di problemi legati alla salute mentale per i ragazzi e le ragazze in Europa fra i 10 e i 19 anni è del 16,3%, mentre il dato globale nella stessa fascia di età è del 13,2%. Le nazioni con la percentuale maggiore in Europa fra le 33 prese in esame sono: Spagna (20,8%), Portogallo (19,8%) e Irlanda (19,4%), mentre quelle con la percentuale minore si trovano principalmente in Europa orientale: Polonia (10,8%), Repubblica Ceca (11%), Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia (11,2%). 
IN ITALIA: In Italia si stima che, nel 2019, il 16,6% dei ragazzi e delle ragazze fra i 10 e i 19 anni soffrano di problemi legati alla salute mentale, circa 956.000 in totale. Fra le ragazze, la percentuale è maggiore (17,2%, pari a 478.554) rispetto ai ragazzi (16,1%, pari a 477.518).   

“La pandemia da COVID-19 ha evidenziato diversi fattori che hanno messo a rischio la nostra salute mentale: isolamento, tensioni familiari, perdita di reddito”, ha dichiarato Sua Altezza Reale la Regina Mathilde del Belgio, che oggi interverrà alla presentazione del Brief all’Unione Europea a Bruxelles. “Troppo spesso i bambini e i giovani portano il peso di tutto questo. Dobbiamo investire tempo, sforzi e impegno per rafforzare e migliorare la nostra salute mentale e i sistemi sociali per garantire a ogni bambino accesso al benessere mentale e un’infanzia felice.”  

 “L’analisi europea offre una triste lettura, ma diverse e chiare raccomandazioni,” ha dichiarato Geert Cappelaere, Rappresentante UNICEF per le Istituzioni dell’Unione Europea. “Ora sappiamo che non agire ha un costo elevato – in termini di peso sulle vite umane, sulle famiglie, sulle comunità ed economici – e anche che ci sono chiari interventi che i governi nazionali delle Istituzioni dell’Unione Europea, le famiglie e le scuole possono intraprendere. Lì si deve focalizzare la nostra attenzione.”  

La nuova analisi del Brief europeo “La condizione dell’infanzia nel mondo: Nella mia mente” indica che la perdita annuale di capitale umano che deriva dalle condizioni generali di salute mentale in Europa tra i bambini e i giovani tra 0 e 19 anni è di 50 miliardi di euro*.   

“Questo rapporto arriva in un momento molto importante per i bambini e i giovani, registra una crisi che è stata tristemente costruita, ma ho paura per ciò che verrà. Questa crisi è stata peggiorata dalla pandemia. I politici e gli adulti hanno l’opportunità di fare qualcosa adesso. Investite su di noi ora, prima che sia troppo tardi. Permetteteci di non essere la generazione perduta del COVID-19″ (Erika, 17 anni, Irlanda). 

“La scuola non dovrebbe essere soltanto studio, è un luogo dove possiamo imparare a costruire società sane. Programmi di sostegno nelle scuole per poter parlare apertamente con i gruppi di coetanei su ciò che ci stressa, sul nostro benessere, funzionano. Abbiamo delle soluzioni, abbiamo solo bisogno che vengano considerate prioritarie e implementate in modo efficace” (Elliot, 16 anni, Irlanda). 

“La pandemia da COVID-19 è anche un’emergenza di salute mentale che ha conseguenze su bambini e giovani in Europa,” ha dichiarato Stella Kyriakides, Commissario Europeo. “Una vera Unione della Salute Europea aiuterà a investire lì dove è più necessario: per promuovere una salute mentale positiva e accedere a un sostegno per i nostri bambini – il futuro dell’Europa.” 

Oltre agli investimenti sull’assistenza all’infanzia di qualità, sulla genitorialità e sulle misure per le famiglie in tutti i settori, l’UNICEF identifica 5 interventi prioritari per le istituzioni europee e i governi nazionali: 

  1. Supportare interventi per facilitare l’accesso dei gruppi vulnerabili a servizi per la salute mentale e fornire migliori infrastrutture regionali. 
  2. Includere l’accesso ai servizi per la salute mentale nei piani di azione nazionali, anche sfruttando le opportunità offerte dalle tecnologie digitali e online per ridurre i gap nell’accesso al supporto per la salute mentale. 
  3. Fornire programmi a scuola per diffondere consapevolezza e capacità di adattamento emotivo per gli adolescenti; integrare servizi di consultorio per la salute mentale; formare insegnanti e staff scolastico; creare spazi sicuri per i bambini di confronto e condivisione. Integrare programmi di genitorialità positiva che prevengono la violenza domestica. L’Unione Europea dovrebbe supportare iniziative per “l’apprendimento sicuro” per porre fine alla violenza a scuola e tramite la scuola affinché i bambini si sentano liberi di imparare, crescere e realizzare i propri sogni.  
  4. Investire risorse adeguate per formare gli operatori sanitari e sociali sulla salute mentale per supportare i servizi per i bambini che migrano. 
  5. Incorporare azioni mirate sulla salute mentale e il benessere psicosociale nell’assistenza ufficiale per lo sviluppo dedicata allo sviluppo umano, così come nei programmi umanitari di preparazione, risposta e ripresa per rispondere ai bisogni di tutte le popolazioni colpite da emergenze, compresa la protezione dell’infanzia durante crisi umanitarie. 

È possibile seguire l’evento in diretta streaming del lancio del brief sull’Europa della pubblicazione dell’UNICEF “La condizione dell’infanzia nel mondo: Nella mia mente” oggi (15 ottobre) dalle 10 alle 11 al link: https://webcast.ec.europa.eu/unicef-state-of-the-worlds-children-report-on-mental-health 

*Lista dei paesi compresi in questo calcolo: Austria, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito. I dati si riferiscono alla parità di potere d’acquisto in dollari. 

Note. Le stime sulle cause di morte tra gli adolescenti sono basate sui dati del Global Health Estimates 2019 dell’OMS. Le stime sulla prevalenza delle diagnosi dei disturbi mentali sono basate sul Global Burden of Disease Study dell’Institute of Health Metrics and Evaluation’s (IHME).   

Sondaggio Docenti: Ritorno a scuola 2021/22

Ritorno a scuola 2021/22

Un insegnante italiano su due ha paura di essere contagiato dal Covid-19

Risultati emersi da un sondaggio su 300 docenti italiani “Back to School 2021” condotto da Twinkl Educational Publishing.

Da Febbraio 2020 la scuola e l’apprendimento hanno subito cambiamenti drastici. La sospensione delle attività didattiche in presenza ha richiesto il ripensamento della didattica e la ridefinizione delle modalità di insegnamento a distanza, e ha anche stravolto le routine funzionali ai percorsi di crescita di ragazzi e bambini. A distanza di circa due settimane dal ritorno a scuola, Twinkl Educational Publishing (www.twinkl.it), casa editrice e piattaforma didattica internazionale, ha condotto un’indagine su 300 docenti di ogni ordine e grado, provenienti da tutta Italia.

Il report analizza le ripercussioni del periodo di emergenza sanitaria sul benessere psicologico dei docenti e i principali fattori di stress che influiscono sul rientro a scuola a Settembre 2021.

Dallo studio risulta che:

  • 7 docenti su 10 (67.9%) sostengono che avere scarsa possibilità di movimento in classe e attività didattiche limitate siano la principale fonte di stress quando si pensa ad affrontare il nuovo anno scolastico.
  • Essere contagiati dal Covid-19 resta tuttora una delle principali cause di ansia per gli insegnanti. Il 57.5% dei partecipanti ha posizionato questo fattore tra “molto stressante” ed “estremamente stressante” sulla scala proposta nel questionario.
  • C’è però una forte fiducia dei docenti nelle proprie competenze digitali, necessarie alla didattica a distanza (DAD). Il 43.8% ritiene che questa sia la preoccupazione minore quando si pensa al ritorno a scuola di settembre 2021.

“Quest’anno si percepisce una maggiore preparazione e consapevolezza digitale da parte di tutti i docenti rispetto all’anno scorso.”

Laura, docente di Scuola Primaria, Team digitale

Inoltre, Il 44.9% degli insegnanti sostiene che l’adozione di pratiche burocratiche più leggere possa rendere il rientro a scuola più sereno.

Le cinque soluzioni più votate dai docenti italiani per il rientro a scuola 2021/22:

  1. Procedure burocratiche più leggere (44.9%)
  1. Materiale didattico e risorse facili da trovare e organizzare (23.5%)
  1. Potenziamento delle competenze digitali (11.3%)
  1. Precauzioni e supporto per il contenimento del Covid-19 (5.4%)
  1. Supporto psicologico da parte del dirigente e dei colleghi (14.9%)

Fonte: www.twinkl.it/blog/sondaggio-nazionale-insegnanti-rientro-a-scuola-back-to-school-2021

Tutti d’accordo invece quando si tratta dei fattori che potrebbero essere in grado di rassicurare gli insegnanti che affrontano il rientro a scuola.

  • Il 71.8% della popolazione esaminata ritiene che i due fattori più importanti per affrontare al meglio la scuola post Covid-19 siano la collaborazione tra colleghi di scuole di diverso ordine e grado e il più facile accesso a buone risorse didattiche digitali.
  • L’augurio più ricorrente per il ritorno a scuola 2021 è: “SERENITÀ”.

John Seaton, Co-fondatore di Twinkl Educational Publishing (www.twinkl.it), ha commentato i risultati del sondaggio dicendo:

“Pur avendo vissuto uno dei periodi più difficili e precari dei nostri anni, l’ottimismo che ci è stato trasmesso dagli insegnanti è veramente travolgente! I messaggi di speranza arrivano forti e determinati, c’è sicuramente tanta voglia di “normalità”. Che sia proprio questo l’anno della serenità e della spensieratezza, per chi insegna e per chi impara!

Il report completo è scaricabile qui.

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Cos’è Twinkl?

La piattaforma Twinkl è stata fondata nel 2010 a Sheffield, Regno Unito, da marito e moglie Jonathan e Susie Seaton, con la missione di “essere al fianco di chi insegna”.

L’azienda offre materiale e risorse didattiche digitali di alta qualità, tutti creati e approvati da insegnanti certificati.

Twinkl comprende oltre 750.000 risorse, in quasi tutte le lingue, con materiale in continuo aggiornamento. Da schede didattiche, comprensione del testo e libri digitali, a giochi e app con la realtà aumentata e molto altro ancora.

Twinkl viene utilizzato e apprezzato da scuole ed educatori di ogni tipo in oltre 200 paesi e regioni, inclusi insegnanti di scuola primaria e secondaria, operatori di asili nido e genitori.

Con oltre 900 membri, il team di Twinkl è sparso in tutto il mondo, ma conservando la sede nei suoi due uffici di Sheffield.

Maggiori informazioni le trovate visitando: www.twinkl.it

La nostra storia:

L’idea di fondare Twinkl è venuta a Jonathan e Susie Seaton quando Susie lavorava come insegnante di scuola materna e non riusciva a trovare materiali interessanti per le lezioni. Perciò, Susie si trovava lavorare la sera e nei fine settimana per creare risorse didattiche da zero.

Parlando con colleghi e amici, la coppia ha scoperto che anche altri docenti si trovavano nella stessa situazione. Quindi, per aiutare anche altri insegnanti, hanno iniziato insieme a creare e pubblicare risorse educative online. La richiesta di materiali didattici è cresciuta rapidamente, così come anche il team di Twinkl, anche a livello internazionale!

UE: nuovo rapporto Eurydice sulla educazione degli adulti

 La Rete Eurydice della Commissione europea ha pubblicato il rapporto Adult education and training in Europe: Building inclusive pathways to skills and qualifications. Attraverso otto capitoli, il rapporto analizza come i paesi europei promuovono l’apprendimento permanente, con particolare attenzione alle politiche e alle misure attuate per sostenere l’accesso alle opportunità formative da parte degli adulti con bassi livelli di competenze di qualifiche. Il rapporto esplora, fra le altre cose, come a livello nazionale sono coordinate le iniziative di istruzione e formazione degli adulti e se le strategie nazionali promuovono l’accesso alle opportunità formative. Inoltre, lo studio presenta una mappatura dei programmi finanziati anche con fondi pubblici aperti agli adulti e l’esistenza di misure di sostegno e di orientamento per i meno qualificati.

Il rapporto è stato sviluppato attorno alle priorità stabilite dalla Raccomandazione del Consiglio sui percorsi di miglioramento del livello delle competenze. I suoi contenuti sono in linea con le più recenti politiche europee che sottolineano l’importanza di investire nelle competenze degli adulti e nell’apprendimento permanente. Ci si riferisce in particolare al Piano d’azione del Pilastro europeo dei diritti sociali con il suo ambizioso obiettivo del 60% di partecipazione degli adulti all’istruzione e formazione entro il 2030.   

Dai dati di contesto emerge che nel 2019 il 21.6 % degli adulti di età compresa fra 25 e 64 anni (51,5 milioni di persone, circa un adulto su cinque), non ha raggiunto il livello di istruzione secondaria superiore. Alcuni di questi adulti hanno abbandonato il sistema di istruzione senza neanche completare il livello secondario inferiore (circa il 5,3% degli adulti pari a 12,5 milioni di persone), con le percentuali maggiori nei paesi dell’Europa meridionale. In Italia la media degli adulti con un livello di istruzione inferiore al secondario superiore si attesta al 37,8%, mentre la media di coloro che non hanno raggiunto il livello secondario inferiore è del 5,3%. Il rapporto analizza poi in dettaglio i livelli di qualifica per provenienza e per età degli adulti. In termini di partecipazione alle opportunità formative, tuttavia, si è registrato un lento ma costante aumento nella partecipazione degli adulti nei percorsi di istruzione e formazione, con la media europea che è aumentata dal 7,9 del 2009 al 10,8 nel 2019, anche se a causa della pandemia da Covid-19, nel 2020 c’è stata una lieve flessione della media europea di partecipazione. In Italia si è passati da circa il 6% di partecipazione nel 2009, all’8,1% nel 2019 anche per effetto della riforma del sistema di Istruzione degli adulti (IDA) che ha inserito l’offerta formativa nel sistema nazionale di istruzione e formazione rendendola gratuita e istituendo i CPIA come istituzioni deputate all’istruzione degli adulti.

Quasi tutti i paesi europei hanno adottato documenti strategici o iniziative politiche finalizzate al sostegno di adulti con bassi livelli di competenze o basse qualifiche promuovendo, per esempio, l’accesso alle opportunità formative, un sostegno formativo individualizzato, o un sostegno economico per aumentare il livello di partecipazione. Inoltre, circa la metà dei paesi europei riferisce di aver stabilito, nei propri documenti strategici, obiettivi nazionali relativi all’istruzione e formazione degli adulti con bassi livelli di competenze di base e di qualifiche. In linea con questi dati, l’Italia si è dotata di un documento strategico, il Piano nazionale di garanzia delle competenze della popolazione adulta inserito nel documento di implementazione della Raccomandazione del Consiglio Percorsi di miglioramento del livello delle competenze: nuove opportunità per gli adulti.’

La fonte primaria del rapporto sono le informazioni raccolte dalle unità nazionali della Rete Eurydice, di cui è parte anche l’Unità Eurydice Italia, che rappresentano 42 sistemi educativi di 37 paesi europei. Questi dati sono stati incrementati da dati quantitativi e qualitativi provenienti da altre organizzazioni quali Cedefop, Eurostat e OCSE.

Il rapporto Adult education and training in Europe: Building inclusive pathways to skills and qualifications è scaricabile dal sito dell’Unità Eurydice Italia:

https://eurydice.indire.it/pubblicazioni/adult-education-and-training-in-europe-building-inclusive-pathways-to-skills-and-qualifications/

Rapporto sulla chiusura delle scuole a causa del COVID-19

Rapporto UNESCO, UNICEF, BANCA MONDIALE e OECD sulla chiusura delle scuole a causa del COVID-19: 1 paese su 3 non ha preso misure per aiutare gli studenti a recuperare gli studi – indagine su 142 paesi. 

13 luglio 2021 – Secondo l’indagine globale dell’UNESCO, dell’UNICEF, della Banca Mondiale e dell’OECD “Survey on National Education Responses to COVID-19 School Closures”, 1 paese su 3 in cui le scuole sono state chiuse non sta implementando i programmi di recupero dopo la chiusura per il COVID-19. Allo stesso tempo, solo un terzo dei paesi sta iniziando a valutare le perdite nei livelli di istruzione primaria e secondaria – per la maggior parte tra i paesi ad alto reddito. 

In meno di un terzo di paesi a basso e medio reddito tutti gli studenti sono tornati a scuola di persona, aumentando il rischio di perdita di apprendimento e di abbandono scolastico. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi è stata utilizzata almeno una forma di sostegno per incoraggiare il ritorno a scuola degli studenti, tra cui il coinvolgimento della comunità, il monitoraggio scolastico, il cambiamento dei servizi idrici, sanitari e igienici, gli incentivi finanziari e la revisione delle politiche di accesso.  

Nel 2020, le scuole di tutto il mondo sono state completamente chiuse in tutti e quattro i livelli di istruzione per una media di 79 giorni di insegnamento, che rappresentano circa il 40% del totale dei giorni di istruzione nella media dei paesi dell’OCSE e del G20. Le cifre variavano da 53 giorni nei paesi ad alto reddito a 115 giorni nei paesi a reddito medio-basso. 

L’indagine documenta come i paesi stiano monitorando e mitigando le perdite dell’istruzione, affrontando le sfide per la riapertura delle scuole e promuovendo strategie di apprendimento a distanza. In totale, 142 paesi hanno risposto all’indagine che copre il periodo tra febbraio e maggio 2021 e varia dalla scuola pre-primaria, primaria, secondaria inferiore e superiore. 

I principali risultati dell’indagine: 

  • I paesi hanno risposto con diverse misure per mitigare la perdita potenziale dell’istruzione dovuta alla chiusura delle scuole: circa il 40% dei paesi ha esteso l’anno scolastico e una percentuale simile ha dato priorità a certe aree curriculari. Tuttavia, più della metà dei paesi ha riportato che non sono è stata fatta o non sarà presa nessuna misura; 
  • Molti paesi hanno migliorato gli standard sanitari e di sicurezza nei centri per gli esami; il 28% dei paesi ha cancellato gli esami della scuola secondaria inferiore e il 18% di paesi lo ha fatto per la scuola secondaria superiore; 
  • Il riesame o la revisione delle politiche di accesso non sono stati diffusi, specialmente per le ragazze – un motivo di preoccupazione, dato che le ragazze adolescenti sono le più a rischio di non tornare a scuola nei paesi a basso e medio reddito; 
  • I paesi a basso reddito sono in ritardo nell’attuazione anche delle misure più basilari per garantire il ritorno a scuola. Per esempio, solo meno del 10% ha riportato di avere sufficiente sapone, acqua pulita, strutture igieniche e mascherine, rispetto al 96% dei paesi ad alto reddito. 

L’indagine fa anche luce sull’impiego e sull’efficacia dell’apprendimento a distanza e del relativo supporto a più di un anno dalla pandemia. I risultati mostrano che: 

  • Molti paesi hanno intrapreso diverse azioni per garantire l’apprendimento da remoto: le trasmissioni Radio e Tv sono state più utilizzate nei paesi a basso reddito, mentre i paesi ad alto reddito hanno fornito piattaforme di apprendimento da remoto. Tuttavia, in oltre un terzo dei paesi a basso e medio reddito meno della metà degli studenti della scuola prima è stato raggiunto; 
  • Garantirne l’adozione e l’impegno richiede strategie per l’apprendimento a distanza adatte al contesto, il coinvolgimento dei genitori, il sostegno da e per gli insegnanti, garantire che le ragazze e altri bambini emarginati non siano lasciati indietro. Richiede anche la raccolta di dati rigorosi sull’efficacia dell’apprendimento a distanza. Anche se il 73% dei paesi ha valutato l’efficacia di almeno una strategia di apprendimento a distanza, c’è bisogno di prove migliori sull’efficacia nei contesti più difficili. 

Misurare le perdite nell’istruzione è un primo essenziale passo per limitare le conseguenze. È fondamentale che i paesi investano nel verificare la portata di queste perdite per implementare le misure di recupero appropriate,” ha dichiarato Silvia Montoya, Direttore, Istituto per le Statistiche dell’UNESCO. 

I programmi di recupero sono fondamentali per aiutare i bambini che hanno perso la scuola a rimettersi in pari e ridurre le perdite di apprendimento a lungo termine. Questo richiede uno sforzo urgente di misurare i livelli di apprendimento degli studenti oggi e raccogliere dati di buona qualità per indirizzare le attività in classe, come previsto dal Learning Data Compact dell’UNICEF, dell’UNESCO e della Banca Mondiale” – ha dichiarato Jaime Saavedra, Direttore globale per l’Istruzione della Banca Mondiale

L’apprendimento da remoto è stato un’ancora di salvezza per molti bambini nel mondo durante la chiusura delle scuole. Ma per i più vulnerabili, è stato impossibile. È urgente riportare ogni bambino a scuola adesso. Non ci possiamo fermare qui, riaprire meglio significa implementare i programmi di recupero per aiutare gli studenti a rimettersi in pari e assicurare che venga data priorità alle ragazze e ai bambini vulnerabili in tutti i nostri sforzi”, ha dichiarato Robert Jenkins, Responsabile per l’Istruzione a livello globale dell’UNICEF

È di fondamentale importanza produrre maggiori e migliori evidenze sull’efficacia dell’apprendimento da remoto, soprattutto nei contesti più difficili e supportare lo sviluppo di politiche per l’apprendimento digitale,” ha dichiarato Andreas Schleicher, Direttore OECD Education and Skills. 

La domanda di fondi è in aumento, in concorrenza con altri settori, mentre le entrate dei governi sono in calo. Ciononostante, il 49% dei paesi ha aumentato il proprio budget per l’istruzione nel 2020 rispetto al 2019, mentre il 43% ha mantenuto il budget costante. I finanziamenti sono destinati ad aumentare nel 2021, dato che più del 60% dei paesi prevede di aumentare il proprio budget per l’istruzione rispetto al 2020.  

I dati dell’indagine rafforzano l’importanza della riapertura delle scuole, di programmi di recupero e di sistemi di apprendimento da remoto più efficaci che possano resistere meglio a crisi future e raggiugere tutti gli studenti. 

Inoltre, mostra che la rilevazione delle perdite nell’istruzione a causa del COVID-19 dovute alla chiusura delle scuole rappresenta uno sforzo essenziale per la maggior parte dei paesi e dei partner per lo sviluppo, evidenziato dalla recente partnership di UNESCO, UNICEF e Banca Mondiale sulla Learning Data Compact.  

L’indagine è in linea con la Mission: Recovering Education 2021  di cui Banca Mondiale, UNESCO e UNICEF sono partner per supportare i paesi a intraprendere tutte le azioni possibili per pianificare, dare priorità e assicurare che tutti gli studenti tornino a scuola; che le scuole prendano misure per riaprire in sicurezza, che gli studenti seguano programmi di recupero concreti e servizi inclusivi per aiutarli a recuperare le perdite nell’istruzione e migliorare il loro benessere; e che gli insegnati siano preparati e supportati a rispondere ai bisogni dell’istruzione. 

L’indagine sarà lanciata oggi durante la parte Ministeriale del Global Education Meeting.  Link to reporthttp://uis.unesco.org/sites/default/files/documents/lessons_on_education_recovery.pdf

Link to Ministerial Segment of Global Education Meeting: https://webcast.unesco.org/events/2021-07-GEM-Ministerial/

Dottorato di ricerca e Master universitario alla prova della pandemia

DOTTORATO DI RICERCA E MASTER UNIVERSITARIO
ALLA PROVA DELLA PANDEMIA.

INVESTIRE IN FORMAZIONE POST-LAUREA CONVIENE

I risultati dei Report 2021 di AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca e dei Diplomati di master evidenziano un’apprezzabile soddisfazione per il corso frequentato e ottime performance occupazionali (tasso di occupazione, retribuzione, efficacia del titolo) che la pandemia ha intaccato solo parzialmente.

[Bologna, 09 luglio 2021] Investire in formazione post-laurea, per specializzarsi o per aggiornarsi. Una scelta che si dimostra vincente e che supera la prova della pandemia. Il tasso di occupazione e le retribuzioni dei diplomati di master e dei dottori di ricerca si confermano infatti superiori a quelli dei laureati.

Le Indagini AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca e dei Diplomati di master degli Atenei aderenti al Consorziohanno preso in esame: 

le performance formative di circa 4.500 dottori di ricerca del 2020 di 30 atenei;

gli esiti occupazionali di circa 5.500 dottori di ricerca del 2019 di 40 atenei, contattati a un anno dal conseguimento del titolo di studio;

le performance formative di oltre 8.000 diplomati di master del 2020, di primo e di secondo livello, di 16 atenei;

gli esiti occupazionali di circa 11.500 diplomati di master del 2019, di primo e di secondo livello, di 26 atenei, contattati a un anno dal conseguimento del titolo di studio.

GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA

Le differenze rispetto all’indagine del 2019 sono relative a pochi aspetti.

Tra i diplomati di master del 2020 si registra una diminuzione delle esperienze di stage durante il percorso (-5,2 punti percentuali) e un aumento del project work (+5,6 punti percentuali), segno che gli atenei si sono prontamente attivati per adattare le attività del master alla situazione emergenziale legata alla pandemia da Covid-19.

Sugli esiti occupazionali l’effetto della pandemia è tutto sommato contenuto: complessivamente, nel 2020 si evidenzia una diminuzione del tasso di occupazione a un anno dal titolo di -0,9 punti percentuali tra i dottori di ricerca e di -1,8 punti percentuali tra i diplomati di master; ciò, peraltro, a fronte di livelli occupazionali di partenza elevati. La crisi pandemica, inoltre, non ha intaccato particolarmente le caratteristiche del lavoro svolto: sia tra i dottori di ricerca sia tra i diplomati di master si registra, infatti, un aumento delle retribuzioni mensili nette rispetto all’indagine del 2019, ma questo miglioramento riguarda chi si è inserito nel mercato del lavoro prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. Analogamente, l’efficacia del titolo è migliorata per i dottori di ricerca e rimasta sostanzialmente stabile per i diplomati di master, ma anche in questo caso ciò riguarda chi ha iniziato a lavorare prima della pandemia.

RISULTATI IN PRIMO PIANO

DOTTORI DI RICERCA

PROFILO

  • Il 5,4% ha svolto un dottorato in collaborazione con le imprese (dottorato industriale o dottorato in alto apprendistato): la percentuale varia dall’11,2% di ingegneria al 2,1% di scienze economiche, giuridiche e sociali e all’1,6% di scienze umane.
    • Il 33,8% dedica alla ricerca oltre 40 ore a settimana: dal 40,6% delle scienze di base al 25,0% delle scienze economiche, giuridiche e sociali.
    • L’83,6% ha realizzato almeno una pubblicazione: il 91,5% dei dottori in ingegneria rispetto al 66,7% di scienze economiche, giuridiche e sociali.
    • Il 63,2% dei dottori di ricerca dichiara che, potendo tornare indietro al momento dell’iscrizione, si iscriverebbe nuovamente allo stesso corso di dottorato e allo stesso ateneo (dal 66,2% per i dottori in scienze economiche, giuridiche e sociali fino al 61,1% per i dottori in scienze della vita). È rilevante, e pari al 19,7%, la quota di chi, potendo tornare indietro, seguirebbe un dottorato all’estero.

CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A UN ANNO DAL CONSEGUIMENTO DEL TITOLO

  • Il tasso di occupazione è pari all’88,1%: varia dal 90,7% di ingegneria e 90,5% di scienze della vita all’82,5% di scienze umane.
  • Il 59,2% svolge attività di ricerca in misura elevata nel proprio lavoro: i dottori in scienze di base sono più frequentemente coinvolti in attività di ricerca (72,5%), all’opposto di quelli in scienze umane (45,4%).
  • La retribuzione mensile netta è pari, in media, a 1.728 euro: le retribuzioni più elevate sono dichiarate dai dottori di ricerca in scienze della vita (1.902 euro), mentre sono inferiori alla media tra i dottori in scienze umane (1.361 euro).
  • Il 69,8% ritiene che il titolo di dottore sia “molto efficace o efficace”: l’efficacia del titolo è massima tra i dottori in scienze di base (78,2%) e più contenuta tra i dottori in scienze umane (61,2%).

DIPLOMATI DI MASTER

PROFILO

  • Il 65,5% si è iscritto in un ateneo diverso da quello di conseguimento della laurea. In particolare, il 5,8% ha una laurea ottenuta in un ateneo estero: la quota varia tra l’8,5% dell’area economica, giuridica e sociale e il 3,6% di quella medica.
  • Frequentemente si iscrivono ai corsi di master persone che sono già inserite nel mercato del lavoro. I lavoratori-studenti, ovvero quanti hanno svolto attività lavorative continuative e a tempo pieno per più della metà della durata del master, sono il 53,9%, percentuale che sale al 69,4% nell’area medica e si contrae al 42,8% in quella umanistica.
  • Il 64,4% ha svolto un periodo di stage o un project work durante la frequenza del corso: il 36,1% ha svolto lo stage, il 28,3% ha potuto contare sul riconoscimento di un project work o di un’attività lavorativa. La diffusione di questi tipi di esperienza, complessivamente considerati, varia dall’82,0% dell’area scientifica e tecnologica al 51,3% dell’area medica.
  • Il 68,4%, potendo tornare indietro al momento dell’iscrizione, confermerebbe corso e ateneo scelto (dal 72,6% dei diplomati dell’area medica al 66,1% di quelli dell’area economica, giuridica e sociale e al 65,8% di quelli dell’area scientifica e tecnologica).

CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A UN ANNO DAL CONSEGUIMENTO DEL TITOLO

  • Il tasso di occupazione è pari all’86,9%: si raggiunge quasi la piena occupazione nell’area medica (94,4%), scende ma resta su livelli elevati nell’area umanistica (78,4%).
  • La retribuzione mensile netta è pari in media a 1.745 euro: le retribuzioni più elevate sono associate ai diplomati dell’area medica (1.954 euro), più contenute tra quelli dell’area umanistica (1.339 euro).
  • Il titolo di master è valutato “molto efficace o efficace” per il 51,3% degli occupati: raggiunge il 56,9% nell’area medica, mentre si riduce in quella scientifica e tecnologica (46,3%).
  • Il 67,7% prosegue l’attività lavorativa cominciata prima del master: tale quota è massima nell’area medica (78,0%) e minima in quella scientifica e tecnologica (48,8%). Tra chi prosegue il lavoro precedente al conseguimento del titolo, il 74,2% ritiene che il master abbia comportato un miglioramento nel lavoro svolto. Tra quanti, invece, hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo il conseguimento del master, il 61,4% ritiene che il master abbia avuto un ruolo per il ritrovamento del lavoro.

REPORT COMPLETI AI SEGUENTI LINK:

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/dottori/profilo/profilo_dottori2020

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/dottori/occupazione/occupazione_dottori2020

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/master/profilo/profilo_master2020

https://www.almalaurea.it/universita/indagini/master/occupazione/occupazione_master2020

AlmaLaurea è un Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 che a oggi rappresenta 76 Atenei e circa il 90% di coloro che ogni anno si laureano in Italia. Il Consorzio è sostenuto dal contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca e dagli Atenei aderenti. Il suo Ufficio di Statistica è dal 2015 membro del Sistan, il Sistema Statistico Nazionale.

Il Consorzio realizza ogni anno due Indagini censuarie sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo, restituendo agli Atenei aderenti, al Ministero, all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) basi documentarie attendibili per favorire i processi di programmazione, monitoraggio e valutazione delle decisioni assunte dalle Università. Il Consorzio vuole essere anche un punto di riferimento per i diplomati e per i laureati di ogni grado, ai quali AlmaLaurea offre strumenti di orientamento, servizi, informazioni e occasioni di confronto tra pari, per valorizzare il loro percorso formativo e facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro.

Il Consorzio raccoglie e rende disponibili online i CV dei laureati (oggi quasi 3.300.000) e affianca gli Atenei consorziati nelle attività di job placement attraverso una piattaforma web per l’intermediazione.

Favorisce, inoltre, l’incontro tra offerta e domanda di lavoro qualificato tramite la società interamente controllata AlmaLaurea srl, Agenzia Per il Lavoro (APL) che opera principalmente nell’intermediazione e nella ricerca e selezione del personale, progettando ed erogando servizi – rivolti a imprese, enti e professionisti – concepiti e offerti nell’interesse primario dei laureati e in sinergia con gli Atenei e con le Istituzioni pubbliche competenti.

Il Consorzio internazionalizza i propri servizi, le competenze, le attività di ricerca in prospettiva globale, collaborando con Paesi europei – in linea con la Strategia di Lisbona – ed extra europei.

Dall’esperienza di AlmaLaurea è nata l’associazione di scuole AlmaDiploma, per creare un collegamento tra la scuola secondaria superiore, l’università e il mondo del lavoro.

Rapporto “Istruzione interrotta”

UNICEF/Yemen: il numero di bambini che affrontano interruzioni nell’istruzione potrebbe arrivare a 6 milioni. Lanciato nuovo Rapporto “Istruzione interrotta”.

  • Oltre 2 milioni di bambini in età scolare attualmente non frequentano la scuola
  • Due insegnanti su 3 – oltre 170.000 – non ricevono uno stipendio regolare da 4 anni
  • Oltre 3.600 bambini sono stati reclutati in Yemen negli ultimi sei anni.
  • Dal marzo 2015 sono stati 231 gli attacchi sulle scuole.

Secondo un nuovo rapporto lanciato dall’UNICEF, a sei anni dall’inizio del devastante conflitto in Yemen, ancora in corso, l’istruzione dei bambini nel paese ne è diventata una delle maggiori vittime.

Poco più di 2 milioni di ragazze e ragazzi in età scolare non stanno andando a scuola, a causa della povertà, del conflitto e della mancanza di opportunità che compromettono la loro istruzione. Questo numero è raddoppiato rispetto ai bambini che non frequentavano la scuola nel 2015,quando il conflitto è cominciato.

Il rapporto, “Education Disrupted: Impact of the conflict on children’s education in Yemen”/Istruzione interrotta: l’impatto del conflitto sull’istruzione dei bambini in Yemen, analizza i rischi e le sfide che i bambini affrontano quando non vanno a scuola, e le azioni urgenti necessarie a proteggerli.

“L’accesso a un’istruzione di qualità è un diritto basilare per ogni bambino, anche per le ragazze, i bambini sfollati e quelli con disabilità”, ha dichiarato Philippe Duamelle, Rappresentante dell’UNICEF in Yemen. “Il conflitto ha un impatto sconcertante su ogni aspetto delle vite dei bambini, eppure l’accesso all’istruzione offre un senso di normalità per i bambini anche nei contesti più disperati e li protegge dalle diverse forme di sfruttamento. Tenere i bambini a scuola è fondamentale per il loro futuro e per quello dello Yemen”.

Il rapporto evidenzia che, quando i bambini non vanno a scuola, le conseguenze sono disastrose, sia per il loro presente che per il loro futuro.

Le ragazze vengono costrette a matrimoni precoci, in cui rimangono intrappolate in un ciclo di povertà e potenziale inespresso. I ragazzi e le ragazze sono maggiormente vulnerabili al lavoro minorile o al reclutamento nei combattimenti. Oltre 3.600 bambini sono stati reclutati in Yemen negli ultimi sei anni.

A rendere le cose peggiori, due insegnanti su tre in Yemen – oltre 170.000 in totale – non ricevono uno stipendio regolare da oltre 4 anni a causa del conflitto e delle dispute geopolitiche. Ciò espone circa 4 milioni ulteriori bambini a rischio di istruzione interrotta o di abbandono,poiché gli insegnanti non retribuiti lasciano l’insegnamento per trovare altri modi di provvedere alle loro famiglie.

I bambini che non portano a termine la loro istruzione sono intrappolati in un ciclo di povertà che si perpetua da solo. Se i bambini che non vanno a scuola o quelli che hanno abbandonato recentemente non saranno supportati in modo adeguato, potrebbero non rientrarci mai.

Gli effetti combinati del conflitto prolungato e degli ultimi attacchi all’istruzione, a causa della pandemia da COVID-19, avranno effetti devastanti e duraturi sull’istruzione e sul benessere mentale e fisico dei bambini e degli adolescenti in Yemen.

Nel rapporto, l’UNICEF chiede alle parti interessate in Yemen di sostenere il diritto dei bambini all’istruzione e di lavorare insieme per raggiungere una pace duratura e completa. Questo comprende: fermare gli attacchi sulle scuole – sono stati 231 da marzo 2015 – e assicurare che gli insegnanti ricevano uno stipendio regolare in modo che i bambini possano continuare ad apprendere e crescere. Chiede inoltre ai donatori internazionali di supportare i programmi per l’istruzione con donazioni a lungo termine.

Video/foto/rapporto: https://weshare.unicef.org/Package/2AMZIFHNJI1M

Profilo e Condizione occupazionale dei Laureati

RAPPORTO 2021 SUL PROFILO E SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI.
LA PANDEMIA NON COMPROMETTE LA FORMAZIONE ANCHE SE RALLENTA L’OCCUPAZIONE.
I LAUREATI HANNO APPREZZATO LA DAD, MA VOGLIONO TORNARE IN PRESENZA

All’Università degli Studi di Bergamo è stato presentato il XXIII Rapporto AlmaLaurea, annuale fotografia su Profilo e Condizione occupazionale dei Laureati. Le rilevazioni condotte sui 76 atenei che partecipano ad AlmaLaurea hanno coinvolto 291mila laureati del 2020, con un approfondimento sulla didattica a distanza durante la pandemia. Tra i dati emersi dal Rapporto sul Profilo dei Laureati, anche un giudizio sostanzialmente positivo sull’esperienza universitaria, valutata nel suo complesso temporale e quindi non condizionata dal particolare momento storico.

Il Rapporto sulla Condizione occupazionale restituisce, poi, un quadro composito, che evidenzia nel corso del 2020 alcune criticità nelle opportunità di occupazione, in particolare per i neo-laureati, mentre tra i laureati a cinque anni dal titolo gli effetti della pandemia, relativamente agli indicatori analizzati, paiono del tutto marginali  

[Bologna, 18 giugno 2021] Il XXIII Rapporto AlmaLaurea, sul Profilo e sulla Condizione Occupazionale dei Laureati,è statopresentato nella sede dell’Università degli Studi di Bergamo venerdì 18 giugno 2021 nell’ambito dell’iniziativa dal titolo PROFILO E CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI: PERCORSI DI TRANSIZIONE,promossainsieme all’Università degli Studi di Bergamo e con il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca.

A dare il benvenuto agli oltre 500 partecipanti connessi da remoto, Remo Morzenti Pellegrini, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Bergamo che ospita l’iniziativa, e laMinistra dell’Università e Ricerca, Maria Cristina Messa (in collegamento). La presentazione del Rapporto è stata condotta dal Direttore di AlmaLaurea, professoressa Marina Timoteo. Ai lavori ha partecipato anche il Presidente CRUI Ferruccio Resta, mentre le conclusioni sono state affidate alla Direttrice generale MUR Marcella Gargano

Il Rapporto 2021 sul Profilo dei Laureati di 76 Atenei si basa su una rilevazione che ha coinvolto 291mila laureati del 2020 e restituisce un’approfondita fotografia delle loro principali caratteristiche.

Il Rapporto 2021 sulla Condizione occupazionale dei Laureati di 76 Ateneisi basa su un’indagine che ha riguardato 655mila laureati e analizza i risultati raggiunti nel mercato del lavoro dai laureati nel 2019, 2017 e 2015, intervistati rispettivamente a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo.

Rapporto 2021 sul Profilo dei Laureati: i risultati in primo piano

Tra le novità offerte dal Rapporto 2021, il focus sulla Didattica a Distanza, con una interessante anticipazione sui dati dei laureati 2021. L’approfondimento si basa su oltre 110mila questionari compilati dai laureandi tra dicembre 2020 e maggio 2021. Seppure la didattica a distanza sia stata complessivamente apprezzata dai laureandi, ben il 78,4% preferisce la didattica in presenza, soprattutto per i rapporti con docenti e compagni di studio.

Laureati sempre più giovani. Cala ancora l’età alla laurea, per il complesso dei laureati nel 2020, pari a 25,8 anni. Età ridotta in misura apprezzabile rispetto all’ordinamento universitario precedente alla Riforma D.M. n. 509/1999, che ha continuato a decrescere fino al 2018 per poi rimanere pressoché costante (era 26,9 anni nel 2010). Anche la regolarità negli studi, che misura la capacità di concludere il corso di laurea nei tempi previsti dagli ordinamenti, ha registrato recentemente un miglioramento costante e marcato, seppure nell’ultimo anno per effetto della proroga della chiusura dell’anno accademico concessa agli studenti per l’emergenza Covid-19. Nel 2020 la percentuale raggiunge il 58,4% (era il 39,0% nel 2010).

Donne oltre la metà dei laureati. Le donne, che da tempo costituiscono oltre la metà dei laureati in Italia, rappresentano tra quelli del 2020 il 58,7% del totale. Tale quota risulta tendenzialmente stabile negli ultimi dieci anni. Si rileva una forte differenziazione nella composizione per genere dei vari ambiti disciplinari.

Contesto socio-culturale determinante. Nel Rapporto emerge che, tra i laureati, sono sovrarappresentati quanti provengono da ambienti familiari favoriti sul piano socio-culturale. Il 30,7% ha almeno un genitore con un titolo di studio universitario (nel 2010 era il 26,5%). Il contesto familiare di origine condiziona le scelte formative e professionali dei giovani. In particolare, tra chi ha almeno un genitore laureato, il 20,1% dei laureati completa gli studi nello stesso gruppo disciplinare di uno dei genitori (è il 35,5% tra i percorsi a ciclo unico, quelli che portano più spesso alla libera professione).

Studio all’estero e tirocini curriculari. Le esperienze di studio all’estero riconosciute dal corso di laurea coinvolgono complessivamente l’11,3% dei laureati nel 2020. La quota di laureati che matura un’esperienza di studio all’estero riconosciuta dal corso di laurea è leggermente cresciuta negli ultimi dieci anni (era l’8,7% nel 2010), ma è ancora oggi troppo poco diffusa. Nel 2020 il 57,6% dei laureati ha svolto esperienze di tirocinio curriculare riconosciute dal corso. Nel 2010 erano il 56,8% ma, dopo alcuni anni di sostanziale stabilità, dal 2015 si è evidenziata una costante crescita fino al 2019 (portando tale quota al 59,9%), cui è seguita la contrazione del 2020. Si tratta di esperienze che aumentano la probabilità di trovare lavoro a un anno dal titolo: +14,4% per chi ha svolto un periodo di studio all’estero, +12,2% per chi ha svolto un tirocinio.

Valutazione sull’esperienza universitaria. L’emergenza pandemica ha coinvolto solo una parte limitata dell’esperienza universitaria complessiva e, quindi, il giudizio generale non è stato sostanzialmente condizionato da questa. I neolaureati indicano una generale soddisfazione, peraltro in tendenziale aumento negli ultimi anni:l’88,6% si dichiara soddisfatto dei rapporti con il personale docente, il 90,8% è complessivamente soddisfatto del corso di laurea.

Rapporto 2021 sulla Condizione occupazionale dei Laureati: i risultati in primo piano

Il Rapporto sulla Condizione occupazionale del Laureati, in questa XXIII edizione, restituisce un quadro composito che evidenzia nel corso del 2020 alcune criticità nelle opportunità di occupazione, in particolare per i neo-laureati, mentre tra i laureati a cinque anni dal titolo gli effetti della pandemia, relativamente agli indicatori analizzati, paiono del tutto marginali. In particolare, tra i laureati intervistati a un anno dal titolo si rileva una contrazione del tasso di occupazione rispetto alla precedente rilevazione. La pandemia pare aver colpito soprattutto le opportunità di trovare lavoro, meno la qualità del tipo di occupazione trovata, anche se ciò rappresenta una media di situazioni profondamente eterogenee vissute da chi si è inserito nel mercato del lavoro prima e dopo l’emergere della pandemia. Il Rapporto, inoltre, fotografa l’aumento dello smart working e dell’home working.

Nel 2020 il tasso di occupazione è pari, a un anno dal conseguimento del titolo, al 69,2% tra i laureati di primo livello e al 68,1% tra i laureati di secondo livello del 2019. A cinque anni dal conseguimento del titolo il tasso di occupazione è pari all’88,1% per i laureati di primo livello e all’87,7% per i laureati di secondo livello.

Esiti occupazionali: effetti della pandemia più visibili nei neolaureati a un anno dalla laurea e sull’opportunità di trovare lavoro. Rispetto alla precedente rilevazione, il tasso di occupazione a un anno è diminuito di 4,9 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 3,6 punti per quelli di secondo livello.

Effetti marginali sui laureati a 5 anni dal conseguimento del titolo, che sembrano aver retto la pandemia. Il confronto con la rilevazione dello scorso anno mostra che il tasso di occupazione risulta in calo di 0,6 punti percentuali tra i laureati di primo livello e, al contrario, in aumento di 0,9 punti tra i laureati di secondo livello.

Effetto combinato. Il quadro restituito dall’indagine del 2020 risulta molto articolato. Per tener conto delle diverse condizioni del mercato del lavoro e delle opportunità offerte ai laureati, è stato svolto uno specifico approfondimento sui laureati a un anno, che ha tenuto conto del periodo di laurea e del periodo di rilevazione. Occorre sottolineare la distinzionetra quanti sono riusciti a trovare lavoro prima dello scoppio della pandemia, potendo contare su un mercato del lavoro tendenzialmente in crescita, e quanti si sono inseriti nel mercato del lavoro in piena pandemia, riscontrando un peggioramento anche rispetto alle caratteristiche del lavoro.

Confermate le differenze di genere e territoriali. Si confermano significative le tradizionali differenze di genere e territoriali mostrando, a parità di condizioni, la migliore collocazione degli uomini (17,8% di probabilità in più di essere occupati a un anno dalla laurea rispetto alle donne) e di quanti risiedono al Nord (+30,8% di probabilità di essere occupati a un anno dal titolo rispetto a quanti risiedono al Sud). È pur vero che, rispetto alla rilevazione dello scorso anno, anche se le differenze sono tutto sommato contenute, in termini di tasso di occupazione le donne, rispetto agli uomini, sembrano aver subìto maggiormente gli effetti della pandemia, soprattutto nel secondo periodo dell’anno, quello caratterizzato dalla graduale riapertura delle attività economiche. Inoltre, risultano maggiormente penalizzati i laureati residenti al Centro-Nord, rispetto a quelli del Sud.

Esploso smart working e altre forme di lavoro da remoto. Lo smart working, più diffusamente nella forma di home working, coinvolge nel 2020 il 19,8% dei laureati di primo livello e il 37,0% dei laureati di secondo livello occupati a un anno dal titolo. Tali valori appaiono decisamente più elevati di quelli osservati nella rilevazione del 2019, quando erano pari al 3,1% per i laureati di primo livello e al 4,3% per quelli di secondo a un anno dal titolo.

Retribuzione. Nel 2020 la retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è, in media, pari a 1.270 euro per i laureati di primo livello e a 1.364 euro per i laureati di secondo livello. Si rileva un aumento rispetto alla precedente rilevazione: +5,4% per i laureati di primo livello e +6,4% per quelli di secondo livello.

A cinque anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta è pari a 1.469 euro per i laureati di primo livello e a 1.556 euro per quelli di secondo livello. Anche a cinque anni dalla laurea si osserva un aumento delle retribuzioni rispetto alla rilevazione dello scorso anno: +4,3% per i laureati di primo livello e +4,0% per quelli di secondo livello. Tali incrementi si inseriscono in un contesto caratterizzato da alcuni anni di tendenziale aumento delle retribuzioni.

Dinamicità delle richieste di CV della banca dati del sistema AlmaLaurea da parte delle imprese. Il XXIII Rapporto sulla Condizione occupazionale ha descritto l’evolversi della condizione occupazionale dei laureati nel corso del 2020; per un’istantanea in tempo reale, in particolare in questi primi mesi del 2021, AlmaLaurea ha analizzato le informazioni desumibili dalla banca dati dei curricula del sistema AlmaLaurea. Il primo dato a emergere è che le richieste di CV, dopo il consistente decremento rilevato nei mesi primaverili del 2020, continuano progressivamente ad aumentare, fino a raggiungere le cifre record di quasi 117mila CV nel mese di marzo e di 115mila nel mese di maggio 2021. Si tratta peraltro di valori superiori a quelli del 2019. La pandemia ha causato una contrazione delle dinamiche di richiesta di laureati da parte delle imprese a partire dal mese di febbraio 2020, per poi acuirsi a marzo e ad aprile, mesi in cui si raggiunge il numero minimo di richieste di CV. Da maggio 2020, si inizia a registrare una ripresa delle richieste di CV che si conferma per tutto il 2020 e i primi mesi del 2021.

RAPPORTO 2021 COMPLETO AI LINK

https://www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2020
https://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione19

AlmaLaurea è un Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 che a oggi rappresenta 76 Atenei e circa il 90% di coloro che ogni anno si laureano in Italia. Il Consorzio è sostenuto dal contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca e dagli Atenei aderenti. Il suo Ufficio di Statistica è dal 2015 membro del Sistan, il Sistema Statistico Nazionale.
Il Consorzio realizza ogni anno due Indagini censuarie sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei Laureati a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo, restituendo agli Atenei aderenti, al Ministero, all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) basi documentarie attendibili per favorire i processi di programmazione, monitoraggio e valutazione delle decisioni assunte dalle Università. Il Consorzio vuole essere anche un punto di riferimento per i diplomati e per i laureati di ogni grado, ai quali AlmaLaurea offre strumenti di orientamento, servizi, informazioni e occasioni di confronto tra pari, per valorizzare il loro percorso formativo e facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro. Il Consorzio raccoglie e rende disponibili online i CV dei laureati (oggi quasi 3.300.000) e affianca gli Atenei consorziati nelle attività di job placement attraverso una piattaforma web per l’intermediazione.
Favorisce, inoltre, l’incontro tra offerta e domanda di lavoro qualificato tramite la società interamente controllata AlmaLaurea srl, Agenzia Per il Lavoro (APL) che opera principalmente nell’intermediazione e nella ricerca e selezione del personale, progettando ed erogando servizi – rivolti a imprese, enti e professionisti – concepiti e offerti nell’interesse primario dei laureati e in sinergia con gli Atenei e con le Istituzioni pubbliche competenti. Il Consorzio internazionalizza i propri servizi, le competenze, le attività di ricerca in prospettiva globale, collaborando con Paesi europei – in linea con la Strategia di Lisbona – ed extra europei.
Dall’esperienza di AlmaLaurea è nata l’associazione di scuole AlmaDiploma, per creare un collegamento tra la scuola secondaria superiore, l’università e il mondo del lavoro.

Monitoraggio ITS 2021

Monitoraggio ITS 2021, l’80% dei diplomati trova lavoro entro un anno

 Nel 92% dei casi, i giovani trovano un’occupazione in un’area coerente col percorso di studi

Il Ministro Patrizio Bianchi: “Rilancio sistema obiettivo fondamentale”

Roma, 7 giugno 2021 – È disponibile il monitoraggio nazionale 2021 dei percorsi ITS (Istituti Tecnici Superiori), realizzato da INDIRE su incarico del Ministero dell’Istruzione. Il monitoraggio analizza gli esiti occupazionali a dodici mesi dal diploma delle studentesse e degli studenti che hanno concluso i percorsi presso gli ITS fra il primo gennaio e il 31 dicembre 2019. La rilevazione si è concentrata sull’analisi dei 201 percorsi oggetto di monitoraggio perché terminati nel 2019, erogati da 83 Fondazioni ITS su 104 costituite al 31 dicembre 2019 con 5.097 studenti e 3.761 diplomati.

“A dieci anni dalla sua nascita, il sistema degli Istituti Tecnici Superiori continua a dimostrare la sua piena efficacia in termini di occupazione – dichiara il Ministro dell’IstruzionePatrizio Bianchi – Questi dati ci dicono, però, che possiamo fare di più ed è l’obiettivo della riforma alla quale stiamo lavorando e che presenteremo a breve. È il momento di uscire definitivamente dalla fase sperimentale e creare una rete nazionale in grado di valorizzare le specificità territoriali. Una rete che renda questa scelta più attrattiva per i giovani e per le loro famiglie. Gli ITS devono essere percepiti sempre di più come parte integrante del sistema nazionale di istruzione terziaria, con una loro autonomia e una loro più forte caratterizzazione nell’ambito dei cicli di studio”. “Il loro rilancio, al centro anche del nostro Pnrr, è un punto qualificante della strategia del Paese per uscire da stagnazione e bassa crescita e innalzare i livelli di studio”, ha concluso il Ministro.

“Gli ITS propongono un’offerta strettamente integrata con il mondo economico e produttivo – ha dichiarato il Presidente di INDIREGiovanni Biondi -, valorizzando tanto il capitale umano quanto il sistema produttivo nazionale e dei territori. Come evidenzia anche il monitoraggio, gli ITS confermano, nonostante la pandemia, la forza sul piano dell’occupabilità, della formazione e dal punto di vista sociale. Ciò è possibile grazie a un modello dinamico caratterizzato da una flessibilità organizzativa e didattica, da una rete di governance costruita insieme alle imprese, dalla capacità di intercettare l’innovazione, in particolare sul fronte dell’uso delle tecnologie abilitanti proprie al piano Industria 4.0, dalla coerente ricerca sulle metodologie di apprendimento e di acquisizione di competenze per i nuovi lavori”.

Cosa sono gli ITS

I percorsi in settori tecnologici d’avanguardia erogati dagli ITS hanno una durata biennale o triennale e fanno riferimento alle seguenti filiere: Mobilità sostenibile, Efficienza energetica, Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – turismo, Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nuove tecnologie della vita, Nuove tecnologie per il made in Italy: sistema agro-alimentare, sistema meccanica, sistema moda, servizi alle imprese, sistema casa.
Ciascun diploma corrisponde a figure nazionali, a piani di studio definiti con le imprese e a competenze sviluppate nei luoghi di lavoro. Si collocano al V livello EQF (European Qualification Framework). Sono progettati sulla base di piani triennali predisposti dalle programmazioni regionali e assumono come riferimento le competenze delle specifiche figure nazionali riferite alle aree tecnologiche (Decreto 7 Febbraio 2013), la ricognizione dei fabbisogni formativi dei diversi territori rispetto alle specifiche filiere produttive e considerano le esigenze di innovazione scientifica, tecnologica e organizzativa delle imprese. Rispondono ad alcuni standard minimi: stage obbligatori almeno per il 30% della durata del monte ore complessivo, presenza di non meno del 50% di docenti che provengono dal mondo del lavoro, con una specifica esperienza professionale maturata nel settore per almeno cinque anni (D.P.C.M. 25 gennaio 2008).

Le performance occupazionali dei diplomati ITS a un anno dal diploma

L’80% dei diplomati ITS ha trovato lavoro a un anno dal diploma, il 92% degli occupati in un’area coerente con il percorso di studi. Il dato risulta particolarmente significativo perché riferito al 2020, anno di esplosione della crisi pandemica. Del 20% dei non occupati o in altra condizione: l’11,1% non ha trovato lavoro, il 4,1% si è iscritto ad un percorso universitario, il 2,7% è in tirocinio extracurricolare e il 2,4% è risultato irreperibile. I dati relativi al tasso di occupati a 12 mesi, per area tecnologica, evidenziano in generale un trend in crescita per Mobilità sostenibile (83%) e Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (82%). In generale per gli ambiti delle Nuove tecnologie per il made in Italy si registra una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente, nonostante i valori rimangano alti, è il caso dell’ambito del Sistema meccanica (88%) e del Sistema moda (82%) dove si ottengono i migliori risultati.


Le tipologie di contratto

Il 42,1% degli occupati ha trovato lavoro con contratto a tempo determinato o lavoro autonomo in regime agevolato; tipologia contrattuale più utilizzata in tutte le aree tecnologiche. Unica eccezione per le Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, area nella quale prevale l’apprendistato.

Gli studenti

Sono giovani in prevalenza maschi (il 72,6%) tra i 20 e 24 anni (il 42,4%) e 18-19 anni (il 38,0%), in possesso di un diploma di istruzione secondaria di secondo grado ad indirizzo tecnico (il 59%). Costante e progressivo è anche l’incremento degli iscritti con diploma liceale (21%). Il 10,5 % degli iscritti risiede in una regione diversa rispetto alla sede del percorso. La percentuale degli iscritti fuori sede più significativa è per l’area tecnologica della Mobilità sostenibile (17,5%).

Una rete di governance agìta con le imprese

Il 44,6% dei 2.462 soggetti partner degli ITS con percorsi monitorati sono imprese e associazioni di imprese. Il 91% delle 4.043 sedi di stage sono imprese dove gli studenti sperimentano la digitalizzazione dei processi produttivi delle aziende. Nonostante la maggior parte delle imprese sedi di stage sia di piccole dimensioni (il 37,8% per la classe di addetti 1-9 e il 34,3% per la classe di addetti 10-49), i dati per area tecnologica evidenziano la prevalenza della classe di addetti 500 e oltre per le aree: Mobilità sostenibile (25,6%), Sistema meccanica (17,8%).

Flessibilità organizzativa e didattica

La rete dei docenti è rappresentata per il 71% da professionisti provenienti dal mondo del lavoro che svolgono il 71% delle ore di lezione previste nei percorsi. Il 41,3% delle ore del percorso è realizzato in stage mentre il 27% delle ore di teoria è realizzato in laboratori di impresa e di ricerca. La presenza di esperti provenienti dal mondo delle imprese garantisce il livello di “aggiornamento” delle attività che vengono proposte, degli stage e delle attività di laboratorio integrati nei percorsi formativi. In particolare, i laboratori (di proprietà dell’ITS 24,4% e in convenzione d’uso 75,6%) diventano il luogo dell’apprendimento, il cuore dell’attività formativa centrata sullo sviluppo di competenze.

La capacità di intercettare l’innovazione

Il 55% dei percorsi monitorati ha utilizzato le Tecnologie abilitanti 4.0, di questi l’84% ne utilizza più di una. Le tecnologie abilitanti maggiormente utilizzate sono la simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi (Simulation 47,3%) e la gestione elevata di quantità di dati su sistemi aperti (Cloud 46,4%). Le Tecnologie abilitanti 4.0 si accreditano per la formazione di tecnici della conoscenza (knowledge worker). La progettazione degli ITS si rinnova creando contesti esperienziali nei quali gli studenti utilizzano le tecnologie esercitando anche le soft skills come la propria capacità di risolvere problemi.

PREMIALITÀ

I percorsi che accedono alla premialità sono 89 (il 44,3% del totale dei percorsi monitorati).

Il rapporto più alto tra percorsi premiati e percorsi monitorati spetta alle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione con il 53,8% e alle Nuove tecnologie per il made in Italy con il 51,7% dei percorsi premiati sul totale dei percorsi monitorati (in particolare il Sistema meccanica con una percentuale di 78,9% di percorsi premiati).

Le regioni con percorsi che accedono alla premialità sono Veneto (18), Lombardia (17), Emilia-Romagna (10), Piemonte (9), Puglia (9), Liguria (3), Lazio (5), Friuli-Venezia Giulia (6), Umbria (3), Toscana (4), Campania (2), Sicilia (2) e Abruzzo (1). Nessun percorso accede alla premialità per Calabria, Marche, Molise, e Sardegna.

 I primi classificati per area tecnologica nel monitoraggio 2021

·  Nuove tecnologie per il Made in Italy, Sistema MeccanicaITS per la Mobilità sostenibile – Aerospazio/Meccatronica, Torino, Piemonte.

·  Tecnologie dell’informazione e della comunicazioneITS Nuove Tecnologie per il Made in Italy – JobsAcademy, Bergamo, Lombardia.

·  Nuove tecnologie per il made in Italy, Sistema ModaITS per le Nuove tecnologie per il Made in Italy: Sistema moda – Tessile, Abbigliamento e Moda, Biella, Piemonte.

·  Mobilità SostenibileITS per la Mobilità sostenibile – Fondazione G. Caboto, Latina, Lazio.

·  Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – TurismoITS per il Turismo Veneto, Venezia, Veneto.

·  Nuove tecnologie per il made in Italy, Servizi alle impreseITS Nuove tecnologie per il Made in Italy JobsAcademy, Bergamo, Lombardia.

·  Nuove tecnologie per il Made in Italy, Sistema Agro-alimentareITS per la Mobilità sostenibile nei settori del trasporto marittimo e della pesca – Accademia Italiana della Marina Mercantile, Genova, Liguria.

·  Nuove tecnologie per il made in Italy, Sistema casaITS Umbria Made in Italy – Innovazione, tecnologia e sviluppo, Perugia, Umbria.

·  Efficienza energeticaITS per lo sviluppo dei sistemi energetici ecosostenibili, Torino, Piemonte.

·  Nuove tecnologie della vitaITS Nuove tecnologie della vita, Modena, Emilia-Romagna

Roma, 7 giugno 2021

Piccole scuole in Italia

È stato pubblicato il Rapporto “Piccole scuole in Italia: identificazione, mappatura e analisi dei territori”, frutto del lavoro svolto dal gruppo di ricerca INDIRE sulla “Innovazione metodologica e organizzativa nelle scuole piccole”, nell’ambito del Programma Operativo Nazionale per la Scuola.

Il rapporto fornisce per la prima volta un quadro completo sul fenomeno delle piccole scuole nel nostro Paese, definendo in modo approfondito il loro numero, la distribuzione sul territorio e i contesti nei quali operano. Inoltre, sono stati individuati cluster omogenei per caratteristiche geografiche, demografiche e socioeconomiche.

Le piccole scuole rappresentano una parte importante dell’intera popolazione scolastica del nostro Paese. In Italia, sono 8.848, di cui 7.204 primarie e 1.644 secondarie di primo grado. Rappresentano oltre il 45% delle scuole primarie italiane e oltre il 21% delle scuole secondarie di primo grado.

Le regioni dove si registrano un maggior numero delle piccole scuole sono: Campania, Lombardia, Piemonte e Calabria. Le piccole scuole non sono soltanto quelle delle isole minori, dei luoghi remoti e isolati, ma si trovano anche nei centri urbani, nei comuni di cintura e nelle zone marginali fra città e campagna molto diffuse sul nostro territorio nazionale. Sono luoghi con storia, identità culturali e contesti socioeconomici diversificati. Per questo, il rapporto fra istituzioni, scuola e cittadinanza può variare molto in base alle loro realtà specifiche.

La ricerca ha individuato quattro raggruppamenti di contesti territoriali con caratteristiche omogenee. Il primo cluster rappresenta i territori più isolati, periferici e marginali, situati prevalentemente al Sud. Sono presenti soprattutto comuni situati in montagna, con una densità abitativa molto bassa, che registrano difficoltà nei trasporti e nelle connessioni di rete. Questo cluster vede il minor numero di comuni (21,7%) e di alunni in piccole scuole (14,4%).

Il secondo rappresenta territori piuttosto isolati, localizzati nelle aree interne del Paese, ma con la presenza di un certo tessuto socioeconomico. I comuni sono prevalentemente collinari e montani, con un grado di urbanizzazione medio/basso. Sono presenti prevalentemente in Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. Presenta il maggior numero di comuni (32,1%) fra i cluster, il 28,6% delle piccole scuole e il 25,9% degli alunni.

Il terzo raggruppamento è formato da territori con le migliori condizioni socioeconomiche, collocati soprattutto nel Nord Italia. È formato in prevalenza da comuni di cintura e in misura minore da comuni polo, con un grado di urbanizzazione media, collocati in pianura e collina. In questa sezione sono collocate la maggior parte sia di piccole scuole (33,9%) sia di alunni (42,9%) che le frequentano (pertanto vi sono concentrate molte delle “grandi piccole scuole”).

Infine, il quarto raggruppamento rappresenta territori fortemente connessi con il tessuto economico e sociale, con buoni indici socioeconomici, collocati soprattutto nelle zone pianeggianti e collinari del Nord Italia, Piemonte in particolare. Sono prevalentemente comuni di cintura, ma scarsamente popolati e rurali che talvolta presentano criticità nei trasporti e nelle connessioni a banda larga. Fra i cluster è quello con il minor numero di piccole scuole (16,6%) e di alunni (16,8%) dopo il primo cluster, e il 22% dei comuni.

La mappatura svolta dai ricercatori INDIRE per i contesti territoriali delle piccole scuole si pone sia come punto di partenza per ulteriori lavori di ricerca in questo ambito e sul sistema scolastico italiano in generale sia come strumento a supporto di una governance educativa attenta a pianificare azioni mirate sui diversi contesti territoriali e scolastici. Infine, il Rapporto può fornire utili informazioni a coloro che si occupano di rilancio dei territori, in quanto le piccole scuole rappresentano a tutti gli effetti presidi culturale fondamentali per ogni comunità.

Il progetto “Piccole Scuole” è finanziato nell’ambito della Programmazione dei Fondi Strutturali Europei 2014-2020 – Programma Operativo Nazionale plurifondo “Per la scuola competenze e ambienti per l’apprendimento” FSE/FESR-2014IT05M2OP001 – Asse I “Istruzione” – OS/RA 10.1
Piccole Scuole – Annualità 3 – Codice Unico di Progetto CUP: B59B17000010006
Codice Progetto: 10.1.8.A1-FSEPON-INDIRE-2017-1 – Azione 10.1.8 – “Rafforzamento delle analisi sulla popolazione scolastica e i fattori determinanti dell’abbandono, con riferimento alle componenti di genere, ai contesti socio-culturali, economici e locali anche con declinazioni a livello territoriale”.

Di seguito il link al report: https://piccolescuole.indire.it/wp-content/uploads/2021/03/Piccolescuole_mappatura-e-cluster-dei-contesti_Report.pdf

Teachers in Europe

Gli insegnanti svolgono un ruolo essenziale nel processo di apprendimento di ogni studente e il loro contributo è ancor più evidente in seguito alla pandemia da Covid-19. Milioni di docenti europei si sono adattati alle chiusure delle scuole e sono in prima linea per garantire che l’apprendimento degli studenti in lockdown continui, anche se a distanza. Tuttavia, la professione docente attraversa da alcuni anni una crisi professionale, con sistemi scolastici sempre più in difficoltà nel reclutare insegnanti motivati e competenti. In tale scenario, quali sono le soluzioni sviluppate dai decisori politici nazionali ed europei per superare queste sfide? Il rapporto della rete Eurydice che esce oggi, Teachers in Europe: Careers, Development and Well-being hacome focus gli insegnanti della scuola secondaria inferiore e si inserisce in questo dibattito.

Lo studio offre evidenze per comprendere l’impatto delle politiche nazionali sui comportamenti degli insegnanti, fornendo una base di dati per l’implementazione di future riforme. Il rapporto copre i 27 gli Stati membri dell’UE, oltre a Regno Unito, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia e Turchia.Le aree chiave dallo studio comprendono la crisi vocazionale e le politiche legate all’attrattività della professione, la formazione iniziale, lo sviluppo professionale continuo, le condizioni di servizio, le prospettive di carriera e il benessere degli insegnanti.

Attrattività della professione docente

La carenza di insegnanti è peggiorata negli ultimi anni e riguarda 35 sistemi educativi in Europa (otto di questi, tra cui anche l’Italia, soffrono sia di carenze che di eccesso di offerta). Le carenze sono più acute in materie come le STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e le lingue straniere.L’invecchiamento degli insegnanti interessa più della metà dei sistemi educativi. Alla luce della pandemia da Covid-19, l’età avanzata degli insegnanti aggiunge un ulteriore elemento di vulnerabilità ai sistemi educativi nel loro insieme, sia per la maggiore fragilità degli stessi, sia per la diffusa difficoltà tra gli insegnanti più anziani di gestire la didattica a distanza attraverso le nuove tecnologie. Inoltre, in alcuni paesi, tra cui l’Italia, più della metà dei docenti andrà in pensione nei prossimi 15 anni e solo il 6,4% di insegnanti ha meno di 35 anni; solola Grecia eil Portogallo fanno peggio con il 4,6% e 3,4% rispettivamente.

Condizioni di lavoro

In Europa, un insegnante su cinque lavora con contratti temporanei. Tra gli insegnanti con meno di 35 anni, più di un terzo lavora con contratti a tempo determinato, e in Italia (78%), come in Spagna, Austria e Portogallo, sono addirittura più di due terzi, con contratti brevi e spesso non superiori a un anno (quest’ultimo è il caso dell’Italia). In alcuni paesi rimane alta anche la percentuale di insegnanti nella fascia di età 35-49 che lavora con un contratto a tempo determinato (in Portogallo il 41%, in Spagna il 39% e in Italia il 32%). In Italia le discontinuità nel processo di reclutamento di docenti a tempo indeterminato, anche in seguito alle limitazioni della spesa pubblica degli anni passati, hanno spinto le scuole ad assumere insegnanti con contratti a tempo determinato (al massimo di un anno).

Sugli stipendi si registra una generale insoddisfazione tra gli insegnanti europei. Solo in Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Finlandia e Inghilterra, la percentuale di insegnanti soddisfatti, o molto soddisfatti, del loro stipendio è superiore al valore medio UE del 38%. In Francia, Italia, Portogallo, Romania e Slovenia, pochi insegnanti sono soddisfatti. In Italia gli insegnanti devono lavorare 35 anni prima di raggiungere lo stipendio massimo, che è circa il 50% in più dello stipendio iniziale. In Francia, Italia, Portogallo e Slovenia, inoltre, negli ultimi dieci anni gli stipendi degli insegnanti hanno avuto aumenti molto limitati.

Carriera

La carriera dei docenti in Europa è organizzata per step formali con specifici ruoli, responsabilità e relativi aumenti di stipendio, oppure concepita solo in termini di aumenti salariali, come nel caso dell’Italia.

Formazione iniziale e fase di avvio alla professione

La maggioranza dei sistemi educativi europei, compreso il sistema italiano, richiede una qualifica minima equivalente alla laurea magistrale per l’accesso alla professione, una formazione professionale e, spesso, anche un periodo di pratica in classe. La percentuale di formazione professionale, tuttavia, varia da un 50% della durata totale della formazione iniziale nel Belgio francese, Irlanda e Malta a un 8% in Italia e Montenegro. In base ai risultati dell’indagine internazionale TALIS 2018, in Europa, quasi il 70% di tutti gli insegnanti riferisce di essere stato formato in tutti e tre i principali aspetti della formazione (contenuti disciplinari, pedagogia generale e relativa alla specifica disciplina e pratica in classe). La percentuale scende sotto il 60% in Spagna, Francia e Italia. Per quanto riguarda la fase di avvio alla professione per i nuovi insegnanti (per noi anno di prova), in media, in Europa, meno del 50% degli insegnanti ha preso parte a una qualche forma di programma di sostegno all’inizio della carriera. In Italia l’anno di prova è obbligatorio per la conferma in ruolo dei docenti, ma è rivolto solo agli insegnanti assunti a tempo indeterminato.

Valutazione

Nella maggioranza dei paesi europei, la valutazione dei docenti è centralizzata mentre in una minoranza di sistemi le scuole o le autorità locali hanno autonomia in materia (per esempio in Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, ecc..). La valutazione degli insegnanti viene effettuata più spesso nei tre paesi baltici, in diversi paesi dell’Europa dell’Est, in Inghilterra e in Svezia.  Al contrario, in diversi paesi dell’Europa del Sud e dell’Ovest, così come in Finlandia, gli insegnanti vengono valutati con minor frequenza (Belgio fiammingo, Italia, Spagna, Francia, Cipro, Austria, Paesi Bassi, Portogallo). In Italia, la valutazione degli insegnanti ha iniziato ad essere regolamentata pochi anni prima dell’ultima indagine TALIS. Infatti, nel 2015, con la Legge di riforma dell’istruzione (107/2015), è stato introdotto, per tutti gli insegnanti a tempo indeterminato, un bonus premiale basato sulla valutazione. L’attuazione di questa politica ha avuto un riflesso nella diminuzione (-33,7 punti percentuali) tra il TALIS 2013 e il TALIS 2018 della percentuale di insegnanti che lavorano in scuole dove non sono mai stati valutati. Il motivo più comune in Europa per la valutazione è quello di offrire un feedback sul loro lavoro agli insegnanti, allo scopo di migliorarsi. Fatta eccezione per l’Italia, tutti i paesi che hanno un sistema di valutazione lo prevedono come uno dei principali obiettivi del processo di valutazione.

Mobilità

Solo una minoranza di insegnanti in Europa è stato all’estero per motivi professionali. Nel 2018, solo il 40,9% degli insegnanti europei è stato “mobile” almeno una volta come studente, insegnante o entrambi. I programmi UE sono i principali finanziamenti della mobilità transnazionale dei docenti.  Solo in una minoranza di paesi, esistono programmi nazionali che finanziano la mobilità degli insegnanti all’estero per motivi di sviluppo professionale.  La mobilità transnazionale degli insegnanti in servizio è inferiore alla media europea in Belgio, Bulgaria, Croazia, Italia, Malta, Slovacchia, Inghilterra e Turchia.

Il rapporto completo è disponibile a questa pagina: https://eurydice.indire.it/pubblicazioni/teachers-in-europe-careers-development-and-well-being/

Scuole chiuse quasi un anno per 168 milioni di studenti

UNICEF/COVID-19: scuole chiuse quasi un anno per 168 milioni di studenti

  • Circa 214 milioni di bambini a livello globale – ovvero 1 su 7- hanno perso più di tre quarti di scuola in presenza.
  • UNICEF svela – presso la sede delle Nazioni Unite di New York – l’installazione ‘Pandemic Classroom’, in cui viene rappresentata una classe composta da 168 banchi vuoti; ogni banco rappresenta 1 milione di bambini che vive in paesi in cui le scuole sono state quasi interamente chiuse.
  • Più di 888 milioni di bambini nel mondo continuano ad affrontare l’interruzione dell’istruzione a causa della chiusura completa o parziale delle scuole.

3 marzo 2021 – Secondo nuovi dati UNICEF, lanciati oggi, per 168 milioni di bambini in tutto il mondo le scuole sono state completamente chiuse per quasi un anno intero a causa dei lockdown per il COVID-19. Inoltre, circa 214 milioni di bambini a livello globale – ovvero 1 su 7- hanno perso più di tre quarti di scuola in presenza.

L’analisi sulla chiusura delle scuole mostra che, tra marzo 2020 e febbraio 2021, le scuole sono rimaste in gran parte chiuse in 14 paesi nel mondo. Due terzi di questi paesi sono in America Latina e nei Caraibi, colpendo circa 98 milioni di studenti. Di questi 14 paesi, Panama ha tenuto le scuole chiuse più a lungo, seguita da El Salvador, Bangladesh e Bolivia. “Avvicinandoci al 1° anno di pandemia da COVID-19, ci viene nuovamente ricordata la catastrofica emergenza dell’istruzione che le chiusure a livello mondiale hanno creato. Ogni giorno che passa, i bambini che non possono accedere all’istruzione in presenza rimangono sempre più indietro, e i più emarginati pagano il prezzo più alto”, ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell’UNICEF. “Non possiamo permetterci di passare a un secondo anno di apprendimento limitato o addirittura assente per questi bambini. Non si dovrebbe risparmiare alcuno sforzo per tenere aperte le scuole, o dare loro la priorità nei piani di riapertura”.

Tavola 1: Numero di paesi/bambini in cui le scuole sono rimaste chiuse da marzo* 

 Scuole rimaste chiuse per circa un anno intero (# di paesi) Bambini in età scolare colpiti
Numero (in milioni) e percentuale
Asia dell’Est e Pacifico  25 15% 
Medio Oriente e Nord Africa 5% 
Africa Orientale e Meridionale n.d. n.d. 
Africa Occidentale e Centrale n.d. n.d. 
Europa e Asia Centrale n.d. n.d. 
America Latina e Caraibi 98 58% 
Asia del Sud 37 22% 
TOTALE 14 168 100% 
*Note: I paesi sono stati identificati in base al numero di giorni di lezione dall’11 marzo 2020, la data di riferimento di quando le scuole sono state completamente chiuse, fino a febbraio 2021. I dati riflettono lo stato di chiusura delle scuole negli ultimi 11 mesi. Nei casi in cui i paesi hanno avuto meno di 10 giorni di scuola completamente aperta e meno di 12 giorni di scuola parzialmente aperta, sono stati considerati come rimasti chiusi per quasi un anno di istruzione. L’analisi copre dall’istruzione pre-primaria all’istruzione secondaria superiore.

La chiusura delle scuole ha conseguenze devastanti sull’apprendimento e il benessere dei bambini. I più vulnerabili e coloro che non possono accedere all’apprendimento da remoto sono esposti a maggiori rischi di non tornare mai a scuola, o anche di essere costretti a matrimoni precoci o sfruttamento del lavoro minorile. Secondo gli ultimi dati UNESCO più di 888 milioni di bambini nel mondo continuano ad affrontare l’interruzione  dell’istruzione a causa della chiusura completa o parziale delle scuole. 

La maggior parte degli studenti nel mondo considera le scuole come luoghi in cui poter interagire con i propri coetanei, cercare supporto, accedere a servizi sanitari, di vaccinazione e per ricevere pasti nutrienti.  

Più a lungo le scuole rimarranno chiuse, tanto più i bambini non riceveranno questi servizi essenziali dell’infanzia. 

Per richiamare l’attenzione sull’emergenza dell’istruzione e sensibilizzare sulla necessità dei governi di tenere le scuole aperte, o darvi priorità nei piani di riapertura, l’UNICEF oggi svela l’installazione “Pandemic Classroom”, una classe composta da 168 banchi vuoti.Ogni banco rappresenta 1 milione di bambini che vive in paesi in cui le scuole sono state quasi interamente chiuse – un solenne ricordo delle classi in ogni angolo del mondo che rimangono vuote. 

“Questa classe rappresenta i milioni di centri per l’apprendimento che sono rimasti vuoti, molti per quasi tutto l’anno. Dietro ogni sedia vuota c’è uno zaino vuoto, un simbolo del potenziale sospeso di un bambino”, ha dichiarato Fore. “Non vogliamo che porte ed edifici chiusi nascondano il fatto che il futuro dei nostri bambini sia stato messo in pausa a tempo indeterminato. Questa installazione è un messaggio ai governi: dobbiamo dare la priorità alla riapertura delle scuole e dobbiamo dare la priorità per riaprirle migliori rispetto a come erano prima”. 

Quando gli studenti torneranno in classe, avranno bisogno di supporto per riadattarsi e recuperare lo studio. I piani di riapertura delle scuole devono comprendere azioni per recuperare l’istruzione persa dei bambini. L’UNICEF chiede ai governi di dare priorità ai bisogni individuali di ogni studente, con servizi completi che coprano il recupero di apprendimento, salute e nutrizione, salute mentale e misure di protezione nelle scuole per lo sviluppo e il benessere dei bambini e degli adolescenti. Il Framework for Reopening Schools dell’UNICEF, realizzato congiuntamente da UNESCO, UNHCR, WFP e Banca Mondiale, offre consigli pratici alle autorità nazionali e locali. 

SCARICA RAPPORTO/DATI: https://data.unicef.org/resources/one-year-of-covid-19-and-school-closures/

La nostra Europa. I nostri diritti. Il nostro futuro

Rapporto UNICEF/Save the Children: 1 bambino su 5 ansioso per futuro e cresciuto infelice

ChildFund Alliance, Eurochild, Save the Children, UNICEF e World Vision lanciano il rapporto “La nostra Europa. I nostri diritti. Il nostro futuro“.  

Coinvolti più di 10.000 bambini e giovani tra gli 11 e i 17 anni all’interno e fuori dall’Europa. 

  • Un bambino su cinque nell’UE che ha risposto alla consultazione riferisce di essere cresciuto infelice e di essere ansioso per il futuro. 
  • Circa 1 bambino su 10, consultato per il rapporto, riferisce di vivere con problemi di salute mentale o sintomi come depressione o ansia.  
  • Un terzo dei bambini intervistati ha vissuto discriminazione o esclusione.  

    23 febbraio 2021 – Le opinioni di bambini, bambine e giovani potrebbero presto avere un peso maggiore nel processo decisionale a livello europeo. Un gruppo di cinque organizzazioni impegnate per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – ChildFund Alliance, Eurochild, Save the Children, UNICEF e World Vision – ha lanciato un sondaggio online e una consultazione con i bambini, realizzarndo poi un rapporto. Le voci dei bambini contribuiranno a orientare la Strategia dell’UE sui diritti dei bambini e la Child Guarantee. I contributi dei bambini contribuiranno quindi direttamente a determinare e definire le priorità di entrambe le iniziative. Questo sondaggio è stato avviato dalla Commissione europea, che ci ha lavorato in stretta collaborazione con le cinque organizzazioni per i diritti dei bambini. 

    La pandemia da COVID-19 ha spinto bambini e giovani in Europa e oltre, verso stress e incertezza. Come rivela il nuovo rapporto di ChildFund Alliance, Eurochild, Save The Children, UNICEF e World Vision, un bambino su cinque nell’UE che ha risposto al sondaggio riferisce di essere cresciuto infelice e di essere ansioso per il futuro. 

    Per il rapporto, “La nostra Europa. I nostri diritti. Il nostro futuro”, sono stati coinvolti più di 10.000 bambini e giovani tra gli 11 e i 17 anni all’interno e fuori dall’Europa. 

    Il rapporto ha rivelato altri risultati importanti:  
  • Circa 1 bambino su 10, consultato per il rapporto, riferisce di vivere con problemi di salute mentale o sintomi come depressione o ansia. Le ragazze coinvolte sono risultate molto più a rischio dei ragazzi, e i bambini più grandi hanno riportato maggiori problemi rispetto ai bambini più piccoli;  
  • Un terzo dei bambini coinvolti nella consultazione ha vissuto discriminazione o esclusione; 
  • Questa percentuale è salita al 50% quando sono stati consultati bambini con disabilità, bambini migranti, di minoranze etniche o ragazzi/e che si identificano come LGBTQ+;  
  • Tre quarti dei bambini consultati si sentono felici a scuola, ma l’80% dei 17enni intervistati ritiene che la formazione ricevuta non li prepari bene per il loro futuro; 
  • La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze coinvolte vorrebbe fare dei cambiamenti nella propria vita scolastica: il 62% degli intervistati vorrebbe avere meno compiti a casa e il 57% vorrebbe avere lezioni più interessanti. Quasi un terzo degli intervistati vorrebbe influenzare il contenuto dei programmi scolastici, con più attività sportive (33%), approfondimenti sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (31%) e più materie artistiche (31%). Ad ogni modo, quasi tutti gli intervistati hanno sentito parlare dei diritti dei bambini;  
  • L’88% dei bambini e dei giovani consultati erano consapevoli del cambiamento climatico e del suo impatto sulla loro comunità, l’8% più o meno consapevoli e il 4% non erano sicuri.  

    “Questa consultazione con i bambini è una svolta per noi della Commissione europea e un passo importante verso una maggiore partecipazione dei bambini. I bambini sono esperti sulle questioni che li riguardano e questa consultazione dimostra ancora una volta che i bambini sono già attori importanti qui ed ora. Il nostro ruolo è quello di permettere e dare a tutti loro la possibilità di continuare a percorrere la strada che li porterà a diventare i leader di domani. Pertanto, la partecipazione, l’uguaglianza e l’inclusione sono i principi guida sia per la Strategia dell’UE sui diritti dei bambini che per la Child Guarantee nel 2021. Dobbiamo e vogliamo garantire che tutti i bambini abbiano un uguale inizio di vita e prosperino in questo mondo, liberi dalla paura e dal bisogno”, ha dichiarato la Vicepresidente della Commissione europea, Dubravka Šuica. 

    “Questo è di per sé un rapporto storico, poiché è la prima volta che così tanti bambini e giovani possono influenzare e determinare direttamente la politica dell’UE. Non potrebbe arrivare in un momento più importante, dato che i bambini stanno affrontando gli impatti psicologici e pratici della pandemia da COVID-19, dovendo adattarsi a una nuova realtà per gli anni a venire. Poiché si tratta del loro futuro, le loro opinioni devono emergere nelle decisioni prese dall’UE”, hanno dichiarato i rappresentanti di ChildFund Alliance, Eurochild, Save the Children, UNICEF e World Vision.  

    Nicolas Schmit, Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, ha dichiarato: “Mentre affrontiamo le conseguenze socio-economiche della pandemia da COVID-19, non vogliamo semplicemente proteggere i nostri bambini, ma anche investire su di loro, in modo che abbiano il miglior inizio di vita possibile e possano crescere bene. E chi meglio dei bambini stessi può parlarci delle difficoltà che stanno affrontando? Accolgo calorosamente lo spirito di questa consultazione e sono grato alle migliaia di bambini che ci hanno dato il loro contributo. Le vostre voci vengono ascoltate”. 

    “Come responsabili politici, dobbiamo assicurarci che le nostre strategie possano basarsi sull’esperienza personale di tutti i cittadini. La costruzione di una strategia globale per i diritti dei bambini deve includere tutte le aree rilevanti, dalla salute (compresa la salute mentale), all’inclusione sociale, all’istruzione, alla giustizia a misura di bambino, ai bambini coinvolti nelle migrazioni e alla partecipazione al processo democratico.  È estremamente importante ascoltare i bambini, sentire le loro voci su questi argomenti – ecco perché questa consultazione è così preziosa e contribuirà a sostenere la strategia dell’UE sui diritti dei bambini”, ha dichiarato Didier Reynders, Commissario europeo per la Giustizia.  

    “I bambini sono cittadini a pieno titolo e titolari di diritti. È di fondamentale importanza dare ai bambini una voce e riconoscere che possono dire la loro riguardo alla definizione del futuro dell’Europa. Sono estremamente lieto che l’imminente prima strategia globale dell’UE sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza li metta al centro e questa consultazione è un passo importante nella giusta direzione. Come politici, è nostra responsabilità dare a tutti i bambini una reale possibilità di raggiungere il loro pieno potenziale e crescere bene in tutti i contesti, senza lasciare nessuno indietro”, ha dichiarato David Lega, membro del Parlamento Europeo e co-presidente dell’intergruppo del Parlamento europeo sui diritti dell’infanzia.   

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Scarica il rapporto completo: https://www.unicef.org/eu/reports/report-our-europe-our-rights-our-future

Scarica il summary report: https://www.unicef.org/eu/media/1271/file/Summary_Report_-_%22Our_Europe%2C_Our_Rights%2C_Our_Future%22_.pdf