SimulAlternanza


‘SimulAlternanza’, in 458 scuole gli studenti “impresa”

458 scuole coinvolte, 124 imprese virtuali già attive e operanti, 806 in fase di start-up. Sono i numeri dell’impresa formativa simulata attraverso cui, in diverse scuole superiori italiane, si svolge l’alternanza scuola lavoro prevista dalla Buona Scuola con la collaborazione di esperti e aziende. Se ne è parlato oggi al Miur, alla presenza del Sottosegretario Gabriele Toccafondi, nel corso del convegno “SimulAlternanza: Studenti inventori d’idee e creatori d’impresa”. L’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con CONFAO – Consorzio Nazionale per la Formazione, l’Aggiornamento e l’Orientamento. L’Impresa Formativa Simulata (IFS) consente agli studenti l’apprendimento di processi di lavoro reali attraverso la simulazione della costituzione e gestione di imprese virtuali che operano in Rete, assistite da aziende reali.
Durante l’evento sono stati affrontati tutti gli aspetti di questa proposta formativa, attraverso il racconto fatto dalle imprese, con la presenza di Marco Gay, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, e del Segretario Generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli.
“L’impresa formativa simulata non è alternanza di serie B – ha dichiarato il Sottosegretario Toccafondi – si tratta di fare lo stesso tipo di esperienza, ma con modalità diverse, sfruttando le potenzialità della Rete e la disponibilità dei tutor aziendali a stare in contatto con le scuole. L’impresa formativa simulata è scuola a tutti gli effetti e fa fare ai nostri ragazzi un percorso che parte da come nasce un’idea di azienda e si arriva fino al mercato, passando dal business plan, allo statuto, agli organi societari, fino al bilancio. I ragazzi fanno scuola: al sapere si affianca il saper fare, alle conoscenze vengono affiancate le competenze”.
Marco Gay, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, ha dichiarato: “Fare alternanza scuola lavoro significa dare ai ragazzi la possibilità di capire come poter essere imprenditori di se stessi. Su questa partita l’impegno delle imprese c’è. Noi come giovani di Confindustria stiamo già molto a contatto con gli studenti e siamo determinati ad aumentare questo coinvolgimento. Passare dal sapere al saper fare è essenziale, sia perché i ragazzi devono conoscere meglio ciò che fanno, sia perché le aziende hanno bisogno dell’energia propositiva e innovativa che i ragazzi possono dare. L’impegno che ci siamo assunti è molto concreto, perché investire sui nostri giovani significa investire sul futuro del nostro Paese”.
“Il gap oggi esistente tra scuola e impresa rende più difficile l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. L’alternanza scuola lavoro è uno strumento utilissimo per contribuire ad arricchire le competenze degli studenti attraverso un’esperienza sul campo e aiutarli, magari, a scoprire la propria vocazione professionale. Ma non solo. Perché questo strumento può anche aiutare le aziende ospitanti a mettere a fuoco le risorse umane di cui hanno bisogno oltre che supportare le scuole per tarare i propri programmi didattici”. È quanto ha sottolineato il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli che ha aggiunto: “le Camere di commercio mettono a disposizione del Governo le proprie piattaforme telematiche per permettere a scuole, imprese e giovani di interfacciarsi con maggiore facilità ed efficacia”.


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L’invalidita’ civile e i ritardi dell’INPS

da Superando.it del 06-04-2016

L’invalidita’ civile e i ritardi dell’INPS

«Nel settore dell’invalidità civile le norme emanate e le conseguenti scelte operate dall’INPS non hanno ancora trovato piena attuazione»: vale ad esempio per l’integrazione delle Commissioni Mediche delle ASL da parte dei medici dell’INPS, per la telematizzazione del procedimento di accertamento e riconoscimento dell’invalidità civile e soprattutto per i tempi medi di liquidazione delle prestazioni, sempre troppo lunghi. Lo rileva la Corte dei Conti, nella Relazione riguardante la gestione finanziaria dell’INPS per il 2013 e 2014.

EOMA. Il 4 febbraio scorso è stata discussa e deliberata la Relazione con la quale annualmente la Corte dei Conti, in base agli atti e agli elementi acquisiti, riferisce alle Presidenze delle due Camere del Parlamento il risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell’INPS.
All’interno di tale documento non viene esposto solo ciò che afferisce alle prestazioni previdenziali (pensioni, sostegno al reddito, disoccupazione ecc.), ma anche tutto quel che concerne le prestazioni assistenziali di competenza dell’Istituito, fra cui il tema dell’invalidità civile.

Su quest’ultimo aspetto, dunque, la Relazione sugli Esercizi 2013 e 2014 mette in luce come «nel settore dell’invalidità civile le norme emanate e le conseguenti scelte operate dall’Istituto non hanno ancora trovato piena attuazione». Questo è vero, ad esempio, nel caso dell’integrazione delle Commissioni Mediche delle ASL da parte dei medici dell’INPS o della completa telematizzazione dell’intero procedimento di accertamento e riconoscimento dell’invalidità civile.
Nel 2014, infatti, solo nel 40,6% dei casi le visite mediche per l’accertamento dell’invalidità sono state svolte da Commissioni ASL integrate con medici INPS, e spesso ciò è avvenuto ricorrendo all’impiego di professionisti esterni convenzionati.
Per quanto riguarda poi le procedure telematiche, sul versante della convocazione a visita si è ancora lontani da una calendarizzazione in tempo reale, soprattutto a causa dello scarso uso da parte delle ASL degli strumenti messi a disposizione dall’Istituto. Sul versante invece della redazione e trasmissione dei verbali, il ricorso alla modalità telematica risulta in aumento, tanto che in alcune Regioni appare pressoché esclusiva; al contrario di ciò che avviene in Lazio e Lombardia, dove la modalità cartacea genera effetti negativi sugli obiettivi di servizio.

Sempre a parere della Corte dei Conti, il persistere di più soggetti coinvolti nel procedimento è andato a scapito dei propositi di semplificazione e di maggiore celerità dell’iter che erano negli intenti del Legislatore, creando un ulteriore elemento di appesantimento.
I tempi medi di liquidazione delle prestazioni, comprensivi della fase di accertamento sanitario, risultano ancora lunghi e in ulteriore crescita rispetto al 2012: in media trascorrono 292 giorni per l’invalidità civile, 341 giorni per la cecità e 410 giorni per la sordità, tutte tempistiche ben lontane dall’obiettivo del termine massimo di 120 giorni dalla data di presentazione della domanda, che l’Istituto si era posto già all’epoca dell’informatizzazione dell’intero processo nel 2011.
Questa ulteriore dilazione dei tempi di attesa lascerebbe supporre che fosse aumentato anche il volume degli interessi di mora che ogni anno l’Istituto è chiamato a versare ai titolari di pensione per i ritardi nell’erogazione delle prestazioni (oltre i 120 giorni), voce di spesa significativa e solitamente in aumento ogni anno. Al contrario – nonostante l’espansione dei tempi per l’erogazione delle provvidenze di invalidità civile, che originano oltre il 60% del totale degli interessi legali di mora corrisposti dall’INPS – la cifra versata è passata dagli oltre 64 milioni di euro del 2013 ai 48,1 milioni del 2014. Il fenomeno, però, è presto spiegato e non è certo dovuto a un miglioramento delle perfomance dell’INPS o delle ASL. Su tale diminuzione, infatti, ha inciso la riduzione del tasso ufficiale degli interessi legali, passato dal 2,5% all’1%, per effetto del Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 12 dicembre 2013, in vigore a decorrere dal 1° gennaio 2014.

Nemmeno la previsione legislativa di stipulare convenzioni con le Regioni per attribuire all’INPS le funzioni relative al primo accertamento dei requisiti sanitari ha prodotto soluzioni concretamente praticate per il superamento delle difficoltà operative. A distanza di tre anni, infatti, soltanto le Regioni Campania, Lazio, Sicilia e Veneto, cui si sono aggiunte dal 1° novembre 2014 la Basilicata e il Friuli Venezia Giulia, hanno stipulato accordi di carattere sperimentale, per un anno e limitatamente al territorio di alcune Province, ai fini dell’accertamento dei requisiti sanitari da parte dell’Istituto.
Il monitoraggio realizzato, per altro, evidenzia una riduzione piuttosto costante dei tempi medi relativi alla fase sanitaria: 102 giorni di media (con punte di 37 giorni), in confronto ai 150 giorni del precedente iter ASL-INPS. Dati, quindi, che sembrerebbero far ritenere raggiungibile l’obiettivo dei 120 giorni dalla domanda per la liquidazione delle prestazioni, con benefìci sia in termini di riduzione degli interessi passivi corrisposti conseguente al contenimento dei tempi di conclusione dell’iter, sia di garanzia del rispetto dei diritti del cittadino.

Alcune cifre in conclusione: nel 2014 sono state presentate all’INPS 1.456.665 domande per il riconoscimento dell’invalidità civile (erano state 1.350.021 nel 2013 e 1.235.057 nel 2012). Ad una domanda, va precisato, può essere abbinata la richiesta di più prestazioni, come nel caso, ad esempio, di quella di riconoscimento dell’invalidità civile e dello stato di handicap.
Complessivamente, dunque, le richieste di prestazioni correlate alle domande registrate (invalidità civile 1.250.994; cecità civile 25.772; sordità 19.353; handicap ai sensi della Legge 104/92 1.047.989; collocamento mirato ai sensi della Legge 68/99 114.296) ammontano nel 2014 a 2.458.354 (questo totale, per altro, così come pubblicato nella Relazione della Corte dei Conti, differisce di cinquanta unità, rispetto alla somma delle cifre parziali riprodotte nelle righe precedenti). (Daniela Bucci)

La presente nota è già apparsa nel portale «Condicio.it – Dati e cifre sulla condizione delle persone con disabilità», spazio di comunicazione che è il frutto di un progetto della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Viene qui ripresa – con alcuni riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.
Suggeriamo anche – per comparazione – la consultazione, sempre in «Condicio.it», delle Relazioni della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria dell’INPS, relative al 2010, 2011 e 2012.

Svolta pubblico impiego contratti verso il rinnovo dopo sette anni di blocco

da la Repubblica

Svolta pubblico impiego contratti verso il rinnovo dopo sette anni di blocco

Resta il nodo dei tempi concessi per le alleanze tra i sindacati più piccoli L’Istat: il potere di acquisto torna positivo per la prima volta dal 2008

Stretta finale per disegnare la mappa del nuovo pubblico impiego partendo dalla definizione dei comparti, che dagli attuali 11 dovrebbero diventare 4 . Un taglio previsto dalla riforma Brunetta del 2009, mai realizzato, ma ora diventata essenziale per passare all’altro tavolo, quello ancor più importate dei rinnovi contrattuali.
Gli stipendi degli statali sono infatti fermi dal 2010 e, dopo la sentenza della Consulta – che ha dichiarato illegittima la prosecuzione dello stop – si attende la riapertura dei negoziati. La Legge di Stabilità ha stanziato 300 milioni per il 2016, cifra ritenuta assolutamente insufficiente dai sindacati. Tra pochi giorni il nuovo Documento di economia e finanza potrebbe prevedere altre novità (il rinnovo dovrebbe essere triennale).
La partita sui redditi, quindi, va riaperta, ma prima ancora va definito l’accordo quadro sui comparti di contrattazione. Sindacati e Aran, l’Agenzia che rappresenta il governo nelle trattative, ieri sono stati tutto il giorno – dal mattino a notte inoltrata – alle prese con la stesura del testo, che nella bozza d’ingresso risultava composto da dodici articoli. Tra i punti fermi, la divisione del personale in quattro settori (anche se il governo spingeva per tre): «Funzioni centrali, Funzioni locali, Sanità e Istruzione e ricerca». Resterà dunque esclusa la Presidenza del Consiglio, legata a regole diverse.
Questioni non da poco, perché dal nuovo modello partirà la contrattazione collettiva e la rappresentanza sindacale. Ad ogni comparto corrisponderà un contratto nazionale e le relative contribuzioni-base da armonizzare a quelle dei nuovi assunti. «Ferma rimanendo l’unicità dei contratti collettivi – aveva indicato nei giorni scorsi il ministro Marianna Madia – per salvaguardare «alcune professionalità » sarà possibile un’articolazione «in parte comune» e in «una o più parti speciali o sezioni, dirette a regolare alcuni peculiari aspetti del rapporto di lavoro». Un’eventualità che potrebbe riguardare i settori dove si registra la maggior parte degli accorpamenti (poteri centrali e scuola, università e ricerca). Ancor più complessa la partita sulla rappresentanza sindacale, visto che per sedere ai tavoli di contrattazione del pubblico impiego occorre superare una soglia minima del 5 per cento (tenendo conto di una media tra iscritti e voti). Le sigle più piccole, quindi, per non scomparire dovranno riunirsi o confluire in quelle più grandi. Ed è proprio questo il punto critico sul quale durante la notte, la trattativa ha rischiato di arenarsi. I sindacati di base faticano ad accettare le confluenze, Cgil, Cisl e Uil vogliono chiudere perché la partita del contratto aspetta.
Sempre ieri infatti, l’Istat, ha fatto notare come il potere d’acquisto abbia ripreso fiato,mettendo a segno il primo rialzo dopo otto anni. Nel 2015 si è registrato un aumento dello 0,8 per cento, frutto di un rialzo del reddito non scalfito dall’inflazione. Una boccata d’ossigeno per gli italiani che non a caso hanno aumentato i consumi, lasciando fermi i risparmi.
( l. gr.)

Mobilità ko, cercasi soluzione

da ItaliaOggi

Mobilità ko, cercasi soluzione

Saltano le scadenze ordinarie. Rischiano di slittare anche le assunzioni a tempo indeterminato. Un vertice per superare le perplessità di Palazzo Vidoni e Mef

Carlo Forte e Alessandra Ricciardi

Il ministero dell’istruzione non ha ancora emanato l’ordinanza che darà il via alle operazione di mobilità a domanda. E dunque, il termine per la presentazione delle istanze, inizialmente previsto per il 15 aprile prossimo, è destinato a slittare. La legge prevede espressamente che, prima di procedere alla sottoscrizione del contratto, l’ipotesi di accordo debba ricevere il placet del ministero dell’economia e della funzione pubblica.

Che si pronunciano dopo avere ricevuto l’articolato corredato dalla relazione tecnica redatta dal ministero dell’istruzione. Il dicastero guidato da Marianna Madia, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, ha sollevato perplessità sul documento fatto pervenire, in particolare rispetto al criterio adottato per procedere alla chiamata diretta dei prof, su cui si rinvia a una sequenza contrattuale; il Mef ha invece puntato il dito contro il ripristino, anche se molto parziale, della mobilità su scuola e non su ambito, come invece previsto dalla Buona scuola. Tra i nodi, anche la mobilità nei licei musicali e il trattamento dei docenti di sostegno delle superiori. Un vertice tra Istruzione, Funzione pubblica e Ragioneria generale è in calendario nei prossimi giorni a Palazzo Vidoni. Il Miur difenderà l’accordo, convinto di aver tutelato la coerenza tra le norme supplendo alle carenze della legge 107. I ritardi finora accumulati sull’intesa tra l’altro rischiano di compromettere anche la tempistica delle nomine in ruolo e a tempo determinato, che potrebbero slittare a settembre. Per cui ora bisogna correre.

Per quanto riguarda i licei musicali, l’ipotesi di contratto sulla mobilità di quest’anno prevede un’apposita sequenza contrattuale. Che si è subito arenata, anche a causa di un contenzioso in atto tra un’organizzazione sindacale e il ministero, a causa dell’esclusione dal tavolo delle trattative della sigla. Contenzioso che mette a rischio la stessa legittimità della sequenza contrattuale. Oltre tutto, la sequenza dovrebbe introdurre un regime di precedenze non previste dalla legge, con il rischio che le relative clausole nascano in odore di nullità.

Poi c’è la questione dei docenti di sostegno delle scuole secondarie di II grado. Che quest’anno otterranno l’assegnazione della sede di titolarità. In questo caso il nodo da sciogliere è se la presentazione della domanda per ottenere la titolarità precluda la possibilità, per gli interessati, di partecipare alla mobilità ordinaria oppure no.

L’articolo 7 dell’ipotesi di contratto sulla mobilità, infatti, non è chiaro al riguardo. Il comma 2, infatti, dispone che «il personale di ruolo nel sostegno della scuola secondaria di secondo grado attualmente della dotazione organica di sostegno è assegnato, a domanda, in titolarità alla scuola di attuale servizio se disponibile in organico di diritto, diversamente partecipa alle ordinarie operazioni di mobilità». E dunque, sembrerebbe escludere la possibilità di partecipare alla mobilità ordinaria per coloro che chiederanno l’acquisizione della titolarità sulla sede dove prestano attualmente servizio. Ma l’ultimo periodo del comma 6 stabilisce che «l’assegnazione deve essere disposta dal competente Ufficio entro il termine ultimo di comunicazione al Sidi delle domande di mobilità e dei posti disponibili ai fini delle operazioni di mobilità per l’anno scolastico 2016/17, garantendo, comunque, all’interessato di produrre istanza di trasferimento nell’ambito dei trasferimenti». Allo stato attuale, i pareri emessi per le vie brevi dai vari uffici sono discordanti. E non è da escludersi che possano essere sollevati rilievi all’intesa che necessitino di una modifica. Il che riaprirebbe il tavolo, con esiti incerti.

Ad accrescere il clima di incertezza si aggiunge il fatto che la piattaforma informatica che dovrà gestire queste operazioni non è ancora stata programmata. Dunque non è ancora chiaro quale decisione intenda prendere l’amministrazione centrale al riguardo.

Fusione scuola, università e ricerca entro 30 giorni Altrimenti ai sindacati il ruolo di spettatori

da ItaliaOggi

Fusione scuola, università e ricerca entro 30 giorni Altrimenti ai sindacati il ruolo di spettatori

Il governo detta le condizioni per la riforma dei comparti contrattuali. intesa in alto mare

Alessandra Ricciardi

La trattativa è tutta in salita. Non solo ci sono le nette contrarietà di tutti i sindacati autonomi, ma soprattutto, anche se per ragioni diverse, dei confederali. In ballo la riforma dei comparti di contrattazione del pubblico impiego che passano dagli attuali 11 a 4 e già a decorrere dalla prossima tornata contrattuale, 2016-2018.

Per definire la modifica statutaria, i sindacati hanno 30 giorni di tempo dalla firma dell’intesa. In caso contrario, avranno solo il diritto di tribuna durante le trattative.

È la proposta che il governo ha fatto ieri ai sindacati all’Aran, l’agenzia per la contrattazione pubblica, contenuta in una bozza di articolato a ieri sera ancora oggetto di modifiche. La fusione più consistente è quella della scuola con università e ricerca: si darebbe vita a un mega comparto da 1,2 milioni di lavoratori, quasi la metà del pubblico impiego contrattualizzato. Gli altri tre comparti previsti: funzioni centrali (ministeri, agenzie, accademie, enti e consorzi), funzioni locali (regioni, comuni, autorità di bacino), sanità. Entro «il termine perentorio di 30 giorni» dalla data di sottoscrizione dell’accordo, «le organizzazioni sindacali possono dar vita, mediante fusione, affiliazione o in altra forma, ad una nuova aggregazione associativa cui imputare le deleghe delle quali risultino titolari…In via eccezionale», si legge nella bozza, «la ratifica congressuale, se statuariamente prevista, può intervenire ed essere inviata all’Aran entro e non oltre il termine perentorio di 120 giorni dalla data di sottoscrizione dell’accordo». In caso contrario, prevede l’articolo 10, le sigle «possono assistere alle trattative nazionali in veste di osservatore», sempre che abbiano superato la soglia minima del 5% di rappresentatività. L’unico sindacato che ha già provveduto alla fusione è la Flc-Cgil, che da anni raggruppa scuola, università e ricerca.

A cambiare con l’intesa non solo la consistenza dei comparti e la forza contrattuale delle attuali singole sigle, ma anche il format contrattuale: «Ferma rimanendo l’unicità dei contratti collettivi di comparto o di area» per salvaguardare «alcune professionalità» è possibile un’articolazione «in parte comune» e in «una o più parti speciali o sezioni dirette a regolare alcuni peculiari aspetti del rapporto di lavoro». Una tutela della specificità che però pare non bastare ai sindacati, costretti a rivedere i loro assetti interni, per via congressuale, secondo tempi e obiettivi fissati dal governo. Un attentato, per molti, alla libertà sindacale.

Classi di concorso sotto accusa

da ItaliaOggi

Classi di concorso sotto accusa

Il Cun alla Giannini: il regolamento è da rifare. I prossimi laureati resteranno fuori

Emanuela Micucci

Un architetto del paesaggio come prof di matematica e fisica. Docenti di italiano e latino laureati in beni culturali. Nutrizionisti a insegnare matematica e scienze alle medie. Prof di informatica senza neppure un credito universitario di informatica. Stranezze delle nuove classi di concorso per l’insegnamento nelle scuole secondarie. A denunciarle, ribadendo al ministro Stefania Giannini, la richiesta di rivedere il regolamento per la razionalizzazione e l’accorpamento delle classi di corso a cattedre e a posti di insegnamento, varato lo scorso febbraio (d.P.R. n. 19 del 14 febbraio 2016), è stato nei giorni scorsi il Consiglio universitario nazionale (Cun) con una mozione. Poiché permangono tutte le criticità già segnalate in una raccomandazione dello scorso 14 settembre e in un documento di analisi e proposte dell’8 ottobre. Il Cun afferma «la necessità» di essere coinvolto nel riordino «quale principale organo di consulenza del ministro dell’istruzione per tutto ciò che concerne le classi di laurea e laurea magistrale», sottolinea il presidente Andrea Lenzi. Mentre il Consiglio nazionale dei chimici vi intravede la premessa per «l’intercambiabilità di professori con lauree molto diverse». Il regolamento, infatti, continua il Cun ad «accogliere soluzioni incoerenti con l’attuale struttura delle classi di laurea magistrale, capaci di produrre effetti distorcenti e di aprire a discriminazioni, causa di un esteso e motivato contenzioso».

Si riscontrano classi di concorso a cui possono accedere «laureati magistrali privi di competenze indispensabili» ed non accessibili a laureati in classi di laurea magistrale che «chiaramente forniscono le competenze richieste». Così, scienze per la conservazione dei beni culturali, che è una laurea scientifica con esami di fisica, chimica, geologia, è titolo di accesso per l’insegnamento di italiano, latino, greco nei licei e discipline letterarie alle medie. Mentre il Cun indica di aggiungerla tra i titoli per insegnare scienze naturali, chimiche e biologiche. Nel decreto, inoltre, ci sono classi di concorso che richiedono requisiti «del tutto incompatibili con gli ordinamenti delle attuali lauree magistrali» e altre con «incongruenze tra i titoli del vecchio ordinamento». Ancora, classi di concorso affini per le quali si fissano «requisiti incoerenti» e altre per le quali questi sono «non correlati alle competenze necessarie per l’insegnamento delle discipline previste».

Tra le criticità più gravi matematica e scienze alle medie: l’unica classe di laurea magistrale che può fornire le conoscenze necessarie per insegnarla è la LM-95 che, però, non è mai stata attivata. Di qui la a proposta del Cun: o cambiare classe di concorso, separando l’insegnamento della matematica da quello delle scienze, o attivare la classe LM-95, facendola diventare a regime l’unica d’accesso. Per il Cun, poi, è impossibile conciliare quanto richiesto dal regolamento con quanto previsto dalla Buona Scuola (art. 1, comma 181, lettera b.2) L. 107/201): «Il solo esito determinato dalla convivenza di queste disposizioni consiste nel precludere di fatto ai futuri laureati magistrali l’accesso alle classi di concorso individuate». Non meno duro il commento di Armando Zingales, presidente Consiglio nazionale dei chimici: è stato seguito «il principio di attribuire cattedre a soprannumerali in una certa disciplina, non quello di premiare la qualità dell’insegnamento o il bene degli studenti», «ancora una volta si concentra l’attenzione solo sugli aspetti meramente gestionali e finanziari della scuola».

Fondi per l’autonomia, -93% in dieci anni Il Miur potrebbe ridurre le quote alle scuole

da ItaliaOggi

Fondi per l’autonomia, -93% in dieci anni Il Miur potrebbe ridurre le quote alle scuole

Giunte 12 mila richieste. Boda: avvieremo nuovo sistema

Angela Iuliani

Arricchimento dell’offerta formativa ed autonomia scolastica a quota 12mila. Sono i progetti presentati al Miur dalle scuole italiane per accedere agli specifici fondi dell’ex legge 440. Un’ingente partecipazione con circa 1 istituto scolastico su 3 nel territorio nazionale interessati a queste risorse. Difficile per l’amministrazione poter rispondere a tutte le richieste di accesso ai finanziamenti, ha spiegato il direttore generale del Miur Giovanna Boda, sarà necessario ridurre la soglia destinata a ciascun progetto. Ma anche definire, per il prossimo anno, una priorità di ambiti ai quali ricondurre la progettualità scolastica che accede ai fondi della ex L.440. Una legge nata nel 1997 per sostenere l’autonomia delle scuole. Ma che ha visto le dotazioni finanziarie destinate ridursi progressivamente.

I finanziamenti hanno segnato un -93% in 10 anni: nel 2000 andavano direttamente nelle casse delle scuole 166,7 milioni di euro, nel 2011 gli arrivavano 11 milioni per i progetti del piano dell’offerta formativa. Circa 1.000 euro a scuola. Segno positivo però nel 2015: +66% rispetto all’anno precedente per il fondo ex L.440 con cui il Miur ha stanziato a giugno 93,2 milioni di euro. La maggior parte delle risorse disponibili, oltre 51 milioni, destinate al capitolo studenti. Mentre più di 25 milioni vanno alle scuole: di questi 7,5 milioni per realizzare l’autonomia e l’innovazione tecnologica. Fondi per i quali le scuole hanno presentato 12mila progetti. Una richiesta tanto numerosa, secondo Boda, se da un lato dimostra quanto poco corrispondano le risorse stanziate al reale bisogno di funzionamento didattico, progettuale e sperimentale delle scuole, dall’altro segna inequivocabilmente il limite delle attività realizzabili, dopo gli anni dei continui tagli che hanno spostato la prospettiva innovativa delle scuole dall’obiettivo atteso. Del resto, già nel 2009 Monitor 440, la prima indagine dell’Invalsi sui finanziamenti dell’ex legge 440, aveva mostrato che l’investimento pressoché totale dei fondi erogati dalla direttiva 56/05 era integrato da parte delle scuole con risorse di diversa provenienza rispetto alla legge, la cui quantità era all’incirca uguale ai finanziamenti assegnati attraverso la direttiva. Dall’altra parte l’Invalsi aveva anche spiegato che l’attenzione ad aspetti di grande ampiezza, come l’ampliamento dell’offerta formativa e le iniziative per gli studenti, sembrano indicare come i progetti e i fondi che li finanziano, «siano utilizzati per rispondere al fabbisogno ordinario della scuola, piuttosto che a una politica di intervento ed economica aperta a una progettualità di medio e lungo termine, per la quale probabilmente occorrerebbero interventi economici molto maggiori».

«La ricaduta dei finanziamenti deve essere commisurata con la riduzione dell’organico del personale, quello Ata in particolare», rimarcano a loro volta le sigle sindacali alle informazioni del Miur sugli attuali fondi ex L.440. Infatti, osserva la Fcl-Cgil, «redazione e quantificazione-risorse di progetti così dettagliati implicano grande lavoro aggiunto da parte delle segreterie ». Il Miur, da parte sua, si è impegnato ad affrontare in un prossimo incontro con i sindacati la definizione sia dei criteri sia degli ambiti o argomenti cui destinare con priorità il finanziamento

PA, arriva il “compartone” Istruzione e ricerca: 1.100mila dipendenti e fusioni sindacali

da La Tecnica della Scuola

PA, arriva il “compartone” Istruzione e ricerca: 1.100mila dipendenti e fusioni sindacali

Quello raggiunto all’Aran il 5 aprile, è un accordo importante che introduce cambiamenti rilevanti nell’assetto del sistema contrattuale pubblico.

Diciamo subito che il “compartone” Istruzione e ricerca conterà ben 1.111.000 dipendenti e 7.700 dirigenti: il più grande della nuova PA.

Quasi la metà dei dipendenti saranno quindi concentrati nello stesso nuovo settore. Perché sono oltre 2,3 milioni i lavoratori interessati dall’accordo raggiunto nella mattina del 5 aprile all’Aran, dove sono stati ridefiniti i nuovi comparti e le nuove aree di contrattazione del pubblico impiego.

L’accordo – che è stato firmato dalla gran parte delle confederazioni sindacali presenti al tavolo – conclude la trattativa avviata qualche mese fa, a seguito degli indirizzi impartiti all’Aran dal Governo e dai Comitati di settore delle Regioni e delle Autonomie locali.

Funzioni centrali, funzioni locali, Istruzione e ricerca e Sanità sono i quattro comparti a cui corrispondono altrettante aree dirigenziali. La presidenza del Consiglio sarà a se stante.

Il primo comparto sarà quello composto da ministeri, agenzie fiscali, enti come l’Inps, che conterà 247.000 dipendenti e 6.800 dirigenti.

Poi avremo le autonomie locali, per cui sostanzialmente non cambia nulla, con 457.000 dipendenti e 15.300 dirigenti (inclusi i tecnici-amministrativi sanitari).

Arriviamo quindi alla ‘conoscenza’, dicevamo, che incorpora scuola, università, ricerca e Afam con 1,1 milioni di dipendenti e 7.700 dirigenti.

Infine, la Sanità, che riprende i vecchi confini (531.000 dipendenti e 126.800 dirigenti).

Vediamo ora quali sono alcune delle novità principali dell’accordo (riassunte dall’agenzia Ansa).

 

L’ACCORDO SINDACATI-ARAN, 12 ARTICOLI DOPO 7 ANNI. Era atteso dal 2009, ovvero da quando l’ex-ministro della P.a, Renato Brunetta, stabilì nella legge che porta il suo nome di ridurre i comparti da undici a massimo quattro. Ma a causa del blocco della contrattazione tutto è rimasto in standby fino all’autunno scorso. Ci sono voluti quindi sette anni prima di arrivare al round decisivo, con la stesura di un testo, diviso in 12 articoli e concordato tra l’Aran, l’Agenzia che rappresenta il governo, e sindacati confederali.

 

CAMBIA LA STRUTTURA DEI CONTRATTI, PARTE COMUNE E SPECIALE. Non cambia solo il numero dei contratti, tanti quanti i comparti, ma anche il format. Viene ribadito il concetto di unitarietà ma allo stesso tempo viene prevista la possibilità di dividerlo in una parte comune, in cui rientrano gli aspetti condivisi da tutte le amministrazioni affiliate, e in parti speciali o sezioni, per regolare aspetti peculiari.

 

LA FASE PONTE, DUE TAPPE PER ALLEANZE, LA PRIMA TRA 1 MESE. Tutto il periodo 2016-2018 è considerato una fase transitoria. In particolare per i due comparti che hanno subito gli accorpamenti, ovvero funzioni centrali e conoscenza, viene data la possibilità di dare vita a fusioni, così da non disperdere il patrimonio rappresentativo dei sindacati più piccoli. La decisione di aggregarsi deve essere presa in 30 giorni ma per la verifica c’è tempo fino al 31 dicembre del 2017.

 

IL ‘DIRITTO DI TRIBUNA’ PER LE MICRO-SIGLE, SOTTO 5%. L’accordo prevede il diritto alla partecipazione ai tavoli anche per quei sindacati che non procedono ad accorparsi e che nei nuovi mega-comparti si ritrovino sotto la soglia del 5% di voti e deleghe. Una sorta di ‘diritto di tribuna’, di sola presenza, che vale esclusivamente per i rinnovi contrattuali 2016-2018.

Di Meglio: “Sulla mobilità difficoltà facilmente prevedibili”

da La Tecnica della Scuola

Di Meglio: “Sulla mobilità difficoltà facilmente prevedibili”

Le difficoltà che stanno emegendo a proposito del contratto integrativo sulla mobilità non colgono di sorpresa Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti.

“A febbraio – afferma Di Meglio –  il nostro sindacato non aveva firmato l’ipotesi di accordo proprio perchè ci sembrava impronibile un contratto che modifica aspetti importanti di una legge, gisuta o sbagliata che sia (e che si tratti di una pessima legge lo abbiamo detto più volte)”

Ma allora cosa si potrebbe fare?
“La strada è una sola – risponde Di Meglio – modificare la legge in vigore e cancellare albi territoriali e chiamata diretta. L’idea di affidare una operazione del genere ad una sequenza contrattuale, come vorrebbero i sindacati confederali e lo Snals, ci sembra del tutto impraticabile”.

E’ vero, ma cambiare una legge non è cosa semplicissima.

“Certo – spiega Di Meglio – ed è per questo che stiamo sostenendo anche la via referendaria che, nel nostro sistema è uno strumento democratico per dare la parola agli elettori in casi di questo genere”.

Il percorso referendario è lungo, ma quando saranno state raccolte le firme necessarie e la Corte Costituzionale avrà dichiarato ammissibili i referendum il Governo potrebbe intervenire autonomamente.
“Sarebbe una risposta di buon senso – conclude il coordinatore della Gilda – la soluzione potrebbe essere proprio che il Parlamento modifichi la legge ancora prima che si vada al voto, in modo da accelerare i tempi prendendo atto che la ‘Buona Scuola’ necessita di modifiche significative”.

Se il personale Ata non si può sostituire, si può configurare l’interruzione di pubblico servizio?

da La Tecnica della Scuola

Se il personale Ata non si può sostituire, si può configurare l’interruzione di pubblico servizio?

In alcuni casi l’impossibilità di poter sostituire il personale ATA assente a vario titolo, per brevi periodi, può comportare altre responsabilità per il Dirigente scolastico.

Come riportato dalla circolare 4050 del 5 aprile emessa dall’USR Emilia Romagna, numerosi Dirigenti scolastici e DSGA hanno segnalato la gravità della situazione, causata dalla limitazione normativa contenuta nell’art. l, comma 332, della Legge 190/2014, con riferimento non solo ai collaboratori scolastici, ma anche ai profili professionali dell’assistente amministrativo e dell’assistente tecnico. Sono state rappresentate, al riguardo, in alcune situazioni, ricadute negative sulla qualità dell’azione amministrativa e sull’organizzazione della didattica.

In particolare, sono state evidenziate gravi difficoltà nelle segreterie in cui, per assenze a vario titolo (maternità, congedi straordinari, gravi patologie, aspettative, inidoneità temporanee), non potendo sostituire il personale in forza della citata disposizione legislativa, accade che il numero di personale di fatto presente sia di molto inferiore al parametro di riferimento (l’organico di diritto). Anche l’assenza dell’assistente tecnico determina numerosi problemi e, nel caso di dipendente unico nel profilo professionale interessato, si arriva alla sospensione dell’attività didattico-Iaboratoriale. Notevoli sono, inoltre, le ripercussioni che in questo caso si possono avere con riguardo alla sicurezza dei laboratori.

In pratica, in alcune situazioni, può accadere che, a causa dell’impossibilità di sostituire il personale assente, risultino pregiudicate la funzionalità degli uffici e l’efficienza dei servizi, venendo meno il fondamentale supporto amministrativo, contabile e organizzativo alla dirigenza, al personale docente, agli studenti e alle loro famiglie.

Con riferimento al profilo dei collaboratori scolastici, la nota ministeriale prot. 2116 del 30/09/2015, pur non derogando al divieto delle supplenze brevi, attribuisce al dirigente scolastico la responsabile valutazione di situazioni urgenti “non diversamente rimediabili” e la conseguente decisione della nomina del supplente.

Le valutazioni che la dirigenza scolastica è chiamata ad effettuare, per l’USR si fondano sul bilanciamento di almeno due interessi entrambi essenziali:

  • la sostituzione del personale comporta un maggior onere per le finanze pubbliche;
  • la mancata sostituzione, in qualche caso, può impedire il perseguimento della piena attuazione dei principi, costituzionalmente garantiti, del diritto allo studio nonché della continuità, dell’ efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa, con conseguente rischio di discontinuità, errori e persino di interruzione del servizio pubblico.

Anche diverse sentenze della Cassazione e della Corte dei conti, riportate dalla circolare in commento, evidenziano l’importanza del buon andamento dell’amministrazione e, con riferimento alle scuole, la necessità di contemperare gli interessi finanziari alla riduzione della spesa pubblico con oltre situazioni soggettive costituzionalmente, comunitariamente e convenzionalmente rilevanti”.

Sulla base di queste premesse, dunque, “laddove – nonostante il ricorso ad accordi di rete tra istituzioni scolastiche, a strategie di impiego flessibile del personale in servizio, agli istituti contrattualmente previsti (es. art. 57 del CCNL – collaborazioni plurime), nonché ad ogni possibile e legittimo diverso intervento organizzativo – permangano ostacoli concreti, specifici e oggettivi alla continuità dell’azione amministrativa, intesa nella sua effettività come rinvenibile nelle sentenze citate, è parere dello scrivente Ufficio che le SS.LL siano chiamate a porre in essere tutte le opportune valutazioni connesse all’esercizio del potere organizzativo e gestionale proprio della dirigenza scolastica, tenendo conto del bilanciamento degli interessi richiamati, alla luce delle considerazioni sinteticamente esposte”.

Referendum sull’alternanza: la spiegazione dei sindacati

da La Tecnica della Scuola

Referendum sull’alternanza: la spiegazione dei sindacati

“Il primo punto rientra nell’ambito delle disposizioni della Legge 107/15 che rendono obbligatoria l’alternanza scuola lavoro, di cui al D. Lgs. 77/05, nell’ultimo triennio di tutte le filiere della secondaria di II grado. L’obbligatorietà è introdotta attraverso tre dispositivi:

la quantificazione del monte ore minimo nel triennio

lo stanziamento di risorse finanziarie stabili (100 milioni di euro annui a decorrere dal 2016) rientranti nelle spese di funzionamento ordinario delle scuole (comma 39)

la programmazione delle attività nel Piano triennale dell’Offerta Formativa (PTOF), collegata, anche, alla richiesta dell’organico dell’autonomia del personale docente.

In relazione all’obbligatorietà, il quesito referendario interviene solo sul primo dei tre dispositivi.

Il quesito referendario non tocca la parte relativa ai finanziamenti.

L’art. 9 comma 1 del decreto istitutivo dell’alternanza (D. Lgs. 77/05) prevedeva che le risorse dedicate all’alternanza fossero prelevate dai fondi della Legge 440/97 “Istituzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi”. In altre parole l’alternanza non era obbligatoria, era legata a specifici progetti presentati dalle scuole, i progetti dovevano essere rendicontati secondo modalità definite anno per anno dal MIUR.

Il comma 39 della Legge 107/15 rende, da un lato, stabile il finanziamento (100 milioni di euro all’anno) per l’alternanza, dall’altro, prevede che le risorse siano assegnate ed erogate a tutte le scuole secondarie di II grado con le stesse modalità del fondo di funzionamento amministrativo-didattico (comma 11 della Legge 107/15) e pertanto non soggette a rendicontazione (Nota 3623/16). L’assegnazione dei finanziamenti, quale quota parte del fondo di funzionamento amministrativo, e la precisa finalizzazione definita dalla Legge 107/15, rende obbligatoria per le scuole la programmazione di percorsi in alternanza.

La conseguenza, scrive la Flc-Cgil che ha pure pubblicato questo documento,  è chiara: le scuole sono tenute ad inserire i percorsi in alternanza nel PTOF non occasionalmente o facoltativamente, ma come elemento strutturale di tale documento. A tal proposito le scuole legittimamente potrebbero richiedere specifiche risorse di personale, nell’ambito dell’organico dell’autonomia, per supportare con maggiore efficacia la realizzazione dei percorsi.

In conclusione: con l’abrogazione delle parti del comma 33 indicate dal quesito referendario, le scuole secondarie di II grado avranno l’obbligo di prevedere e progettare percorsi di alternanza nell’ambito del curricolo di tutti gli studenti, ma saranno libere di individuare tempi e modi di realizzazione.

Il quesito referendario interviene in maniera forte, invece, sulla parte relativa alle finalità dell’alternanza. Secondo la Legge 107/15 essa ha come bersaglio fondamentale l’incremento delle opportunità di lavoro degli studenti. L’orizzonte culturale e valoriale in cui si muove la 107/15 è chiaro: la centralità non è del ragazzo in formazione, ma dell’impresa. In questo senso il compito primario della scuola è quello di soddisfare il fabbisogno di competenze del sistema economico incrementandone la competitività. La lettura della realtà da parte della scuola deve essere a una dimensione e tutta orientata costruire i percorsi formativi in correlazione con le filiere produttive. In alcuni documenti e accordi tra MIUR e soggetti imprenditoriali vi è più di un richiamo alla replicabilità di precisi modelli di alternanza, anche in relazione al numero di ragazzi (circa un milione e mezzo) che, a regime, saranno coinvolti nei relativi percorsi.

Si tratta di opzioni, oltre che non condivisibili, obsolete. Continuare a considerare l’alternanza scuola-lavoro come uno strumento del “mercato del lavoro”, ricorda paradigmi vecchi di decenni che pensavamo superati. Sulla replicabilità previa “modellizzazione” dei percorsi in alternanza, è evidente che si immagina che le pratiche educative possano essere riprodotte proprio come si farebbe con un processo industriale che può essere trasferito in un nuovo impianto!

Il Miur è pronto ad accogliere l’ondata dei ricorsi?

da La Tecnica della Scuola

Il Miur è pronto ad accogliere l’ondata dei ricorsi?

Se la ministra tranquillizza sulla inefficacia dei ricorsi per accedere al concorso a cattedra, alcuni  parlamentari chiedono quale sia il piano predisposto qualora circa 30mila impugnazioni dovessero avere il beneplacito dei giudici per partecipare alle prove.

“Siamo dinanzi ai soliti annunci governativi rumorosi ai quali seguono incertezze e confusione, così come accaduto per l’omicidio stradale, le unioni civili, il pagamento del canone Rai”, dicono alcuni politici che hanno fatto pure una interrogazione parlamentare.

Ma c’è pure la difficoltà a reperire i commissari, pagati con cifre irrisorie, mentre alcune Usr hanno  riaperto i termini per la selezione dei candidati a svolgere il ruolo di presidente e commissario d’esame.

E come se non bastasse permangono gravi problemi  per individuare le attrezzare e le aule informatiche utili ad accogliere la prima prova scritta.

Si direbbe “esame alla carlona”, se non ci fosse di mezzo l’avvenire di migliaia di persone che su un lavoro stabile stanno puntando tutte le loro energie

“Un concorso frettoloso che rischia di impantanarsi”

da La Tecnica della Scuola

“Un concorso frettoloso che rischia di impantanarsi”

Dopo la chiusura delle iscrizioni dello scorso 30 marzo, la Flc Cgil fa il punto della situazione in merito al concorso docenti.

Infatti sul sito del sindacato guidato da Domenico Pantaleo, si passano in rassegna le problematiche tirate in ballo diverse volte in questi mesi. Il rischio, ribadito più volte anche da questa testata, è quello di non arrivare per tempo al 1°settembre, giorno in cui secondo la legge dovranno insediarsi i nuovi docenti.

Prima di tutto, la Flc Cgil parla del fatto che “nonostante la legge 107/15 e il suo discusso piano di assunzioni, il Ministero continua a proseguire sul tema del reclutamento dei docenti della scuola senza una visione d’insieme, soprattutto senza le competenze necessarie a garantire il personale, anche nella condizione di precario o di aspirante al concorso a cattedre. Il bando del concorso pubblicato il 26 febbraio 2016 è stato licenziato senza alcun confronto con i sindacati, in perfetta sintonia con la storia delle attuali relazioni sindacali: quel confronto avrebbe portato a riflessioni che il Ministero non voleva e continua a non voler fare. Il sindacato avrebbe contribuito ad affrontare il tema della stabilizzazione nel suo insieme, a considerare le ricadute che il bando avrebbe determinato, in un’ottica di rispetto dei diritti maturati”.

Il commento prosegue con alcune domande rivolte al Miur?: “Come mai il Ministero non ha previsto che i variegati interessi degli aspiranti al concorso non avrebbero determinato un conflitto giudiziario? Come mai il Ministro non ha fatto esaminare al suo ufficio legislativo la congruità delle norme sull’accesso ai concorsi della scuola con quelle dei pubblici concorsi che prevedono una riserva di posti per chi ha 36 mesi di servizio? Agire in tal senso avrebbe significato la necessità di predisporre anche un bando per un concorso interno a cui avrebbero potuto accedere coloro che sono in possesso dell’abilitazione e del servizio prestato”.

“Siamo autorizzati a pensare, prosegue la Flc Cgil, che avrebbe scombinato il progetto di disconoscimento dei diritti acquisiti, nonostante i pronunciamenti europei e la prevista discussione a maggio alla Corte Costituzionale. Ma soprattutto siamo autorizzati a pensare che si sarebbe avviata una riflessione sul reale stato degli organici che avrebbe favorito un piano pluriennale di stabilizzazioni, al di là dei posti messi a concorso. Ad esempio i posti comuni e di sostegno affidati a supplenze annuali anche quest’anno sono stati circa 60 mila, numeri che sono necessari alle istituzioni scolastiche, per determinare il loro funzionamento, ma sono anche numeri che danno la portata del precariato della scuola, ancora fortemente presente nonostante le 86.000 assunzioni. Ignorare le aspettative dei precari abilitati, impegnati ogni anno nelle supplenze, significherebbe disperdere professionalità consolidate e poco spendibili in altri ambiti lavorativi”.

“Solo con un nuovo piano pluriennale di assunzioni, con il consolidamento dell’organico, con procedure per le abilitazioni e le specializzazioni di sostegno correttamente programmate, tuona il sindacato, si può pensare di intervenire per sconfiggere la ‘supplentite‘: non bastano gli annunci, ci vuole una reale volontà politica e le corrispondenti risorse. La Scuola veramente buona ha bisogno di organici certi a partire dal 1 settembre di ogni anno. Un concorso che parte in ritardo, con grane giudiziarie, non depone a favore di questo assunto. Allora è lecito chiedersi, ma la vera Buona scuola interessa ai nostri governanti?

La nota prosegue con un invito, quello rivolto al Parlamento, di “rispettare la richiesta unitaria di incontro con la 7° commissione di Camera e Senato, per ragionare sui numeri del precariato della scuola, numeri ancora alti nonostante il piano nazionale di assunzioni, numeri che si portano dietro i diritti comunque acquisiti”.

“Un incontro, chiude il commento la Flc Cgil, che può anticipare ragionamenti condivisi sul tema del reclutamento dei docenti, perché il prossimo concorso a cattedre pubblico possa basarsi su regole certe e titoli di accesso imprescindibili, come oggi è l’abilitazione”.

Cosa bolle in pentola per le norme delegate?

da tuttoscuola.com

Cosa bolle in pentola per le norme delegate?

Al Miur si sta lavorando alacremente per definire i contenuti delle norme delegate attuative dei principi direttivi della legge 107/2015, che dovranno vedere la luce entro la metà del prossimo mese di gennaio.

Bocche cucite su quanto i gruppi di lavoro (esperti e funzionari ministeriali) stanno elaborando, ma sembra di capire che, almeno per buona parte dei nove decreti legislativi previsti, dovrà essere trovata una appropriata copertura finanziaria (la legge prevede l’attuazione delle deleghe a costo zero) per rendere praticabili le ipotesi di innovazione allo studio (è il caso, ad esempio, della riforma 0-6 anni).

Per le riforme previste a costo zero, invece, sembra si stia procedendo senza intoppi, se non quelli fisiologici determinati dal confronto dialettico all’interno dei gruppi di lavoro (a proposito di gruppi di lavoro, perché non rendere pubblica la loro composizione?).

Tra le norme delegate, l’ultima delle nove previste –  adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato – prevede la “revisione delle modalità di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti del primo ciclo di istruzione, … e delle modalità di svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo”, nonché la “revisione delle modalità di svolgimento degli esami di Stato relativi ai percorsi di studio della scuola secondaria di secondo grado”.

Mentre la revisione degli esami di maturità trova ragione sia nel fatto che è appena andata a regime la riforma della secondaria di II grado sia perché l’impianto attuale è sostanzialmente quello varato quasi vent’anni fa, la revisione della valutazione nel I ciclo, invece, non potrebbe che riguardare la riforma Gelmini, quella, per capirci, che otto anni fa ha riportato dopo vari decenni il voto e il comportamento per gli alunni della scuola primaria e della secondaria di I grado.

Si pensa di azzerare l’attuale impianto valutativo e ritornare al passato?

I comparti pubblici si accorpano e diventano quattro

da tuttoscuola.com

I comparti pubblici si accorpano e diventano quattro
Firmato questa notte l’accordo. Scuola, Università e Ricerca in un unico comparto

Al termine di un lungo confronto durato ininterrottamente per 17 ore, questa notte presso l’Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, è stato finalmente raggiunto l’accordo con le Confederazioni sindacali per  l’accorpamento degli attuali 12 comparti.

L’accordo comporta la riduzione dei comparti dei dipendenti pubblici a quattro.

Il comparto scuola accorpa ora in un solo comparto l’Università e la Ricerca.

In una nota emanata subito dopo la firma dell’accordo, la Cgil dichiara che ora il Governo non ha più alibi e i contratti pubblici dovranno essere definiti subito.

Nel merito dell’accordo, osservano Cgil, Fp Cgil e Flc Cgil, «la diminuzione del numero dei comparti risponde ad una idea di aggregazione di settori, coerente con la politica di riduzione dei contratti. L’augurio, e il nostro impegno adesso, è che i contratti di settore, che per adesso costituiscono filiere pubbliche, possano essere integrati anche con i settori privati».