Allungare il calendario scolastico o un piano estate per tutti: Bianchi pensa a come potrebbe cambiare la scuola

da La Tecnica della Scuola

Di Fabrizio De Angelis

Il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi in audizione in commissione Cultura e Istruzione alla Camera, ha condiviso la sua visione anche in merito ad un possibile cambio del calendario scolastico. Ma non nasconde che il piano estate possa diventare parte integrante dell’anno scolastico a tutti gli effetti.

L’anno scorso abbiamo avviato un piano per l’estate in via sperimentale a cui hanno partecipato 7500 scuole. Ha coinvolto soprattutto quelle aeree che altrimenti ci sarebbe stato il vuoto una volta chiusa la scuola“, ha detto Bianchi davanti ai deputati.

Stiamo lavorando ad un nuovo piano estate“, ricorda Bianchi che però riflette in senso più ampio, a proposito di un’ipotesi di allungamento del calendario scolastico: “potremmo in qualche modo agire sul calendario scolastico, però il calendario è competenza esclusiva delle regioni. Noi possiamo fare un ragionamento complesso per verificare le diverse condizioni territoriali. Si può fare“.

Ed ecco le due strade ipotizzate dal numero uno di Viale Trastevere: “Mutando la norma che prevede che il corso dell’anno sia di 200 giorni oppure lavoriamo su un piano estate che diventi tale da comprendere tutte le scuole“.

Noi abbiamo avuto situazioni molto belle, dove è stata sperimentata scuola nuova“, aggiunge il Ministro dell’Istruzione.

Dunque, secondo Bianchi, non è da escludere a priori un intervento ragionato insieme alle Regioni sul calendario scolastico. Ma Bianchi va anche oltre, ovvero immagina un piano estate per tutte le scuole, che diventi parte integrante del calendario scolastico stesso.

Covid scuola, i sorprendenti dati del Ministero: in DaD solo il 6% delle classi

da La Tecnica della Scuola

Di Carla Virzì

Come abbiamo anticipato, il ministro Bianchi in audizione alla Camera ha comunicato i numeri della rilevazione dei contagi in questo anno scolastico 2021-2022, con focus sulla settimana del rientro a scuola dopo le vacanze di Natale. Numeri che hanno dell’incredibile e che smentirebbero chi nelle scuole lamenta il caos e la mancanza di personale. Insomma, molti dirigenti scolastici non avrebbero il polso della reale situazione del paese, stando ai numeri diramati dall’inquilino di Viale Trastevere.

Il 93, 4 per cento delle classi è in presenza, a quanto pare. Di queste il 13,1% con attività integrata per singoli studenti costretti da positività o quarantena a seguire a distanza. Le classi in Dad sarebbero circa 6 su 10. Gli studenti – su 7.362.181 – sono per l’88,4 in presenza. Quanto al personale scolastico sospeso perché privo di vaccino – ha dichiarato Bianchi – si tratterebbe dello 0,9 per cento del totale.

Sarebbero i dati rilevati alle ore 12:00 del 19 gennaio 2022, che si riferiscono all’82,1% delle istituzioni scolastiche statali (pari a 6.693 scuole su 8.157 scuole), nella settimana di ripartenza della scuola dopo la pausa natalizia (10 – 15 gennaio).

TUTTI I NUMERI DELLA PANDEMIA A SCUOLA AL 19 GENNAIO 2022

Casi Covid a scuola: una gestione difficile per colpa dei presidi? I sindacati: ‘Una rappresentazione falsa e lontana dalla realtà

da Tuttoscuola

Presidi che riarderebbero la DaD con i positivi in classe, che scaricherebbero i poteri sulle Asl e che metterebbero davanti solo scuse. Queste le pesanti accuse portate avanti in un articolo de “Il Messaggero” pubblicato oggi, 19 gennaio, nei confronti dei dirigenti scolastici. Ma scuola e sindacati non ci stanno. “’La scuola riapre in presenza e in sicurezza’: questo quanto deciso dal governo in merito alla ripresa delle lezioni. Ma è questo quanto sta accadendo nelle scuole? Purtroppo i presupposti sono stati disattesi dall’inizio: nessuno screening di massa per gli studenti prima della ripresa delle lezioni, ad oggi ancora non sono pervenute le mascherine FFP2 promesse dal Generale Figliuolo, tracciamento da parte delle ASL saltato immediatamente, troppi i casi da seguire. A tutto questo si aggiungono le difficoltà nell’individuazione dei supplenti – divenuti ormai praticamente irreperibili soprattutto dove ce n’è più bisogno, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria“. E’ quanto si legge in un comunicato unitario di FLC Cgil, Cisl Scuola e Uil Scuola.

Le scuole sostengono questa complessa gestione utilizzando nel miglior modo possibile le risorse disponibili, anche facendo rete con i genitori, che si adattano alla girandola di disposizioni (un caso, due casi, tre casi… vaccinati, non vaccinati ecc.), ma le difficoltà stanno divenendo insormontabili, di fronte all’aumentare esponenziale dei casi positivi. Ebbene – dicono i tre sindacati -, invece di cercare di sostenere le scuola, il sistema sanitario e le famiglie, si va alla caccia dei “responsabili”, gli indolenti applicatori di norme burocratiche e non gli eroici salvatori della patria: i dirigenti scolastici”.

Questa rappresentazione falsa e lontana dalla realtà, che “Il Messaggero” di oggi (per suggerimento di chi?) vuole accreditare nell’opinione pubblica, ci indigna profondamente, visto l’immane sforzo personale che moltissimi dirigenti – insieme ai docenti e al personale – stanno sopportando per garantire il diritto all’istruzione per le alunne e gli alunni delle nostre scuole, sforzo che investe ogni momento del lavoro e della vita privata e che toglie tempo alla vera missione delle scuole“.

“Siamo accusati di delegare alla ASL compiti che sono delle istituzioni scolastiche. In realtà a noi pare proprio che, ove le ASL non riescono a rispondere alle numerose segnalazioni, ci facciamo carico di scelte che non ci competerebbero, ma ci mettiamo al servizio della collettività perché c’è un grande clima di collaborazione con tutti i distretti sanitari che si occupano insieme a noi della difficile gestione dei casi di positività. Respingiamo con forza le accuse di “indolenza” e “incapacità” e chiediamo invece rispetto per il nostro lavoro e per il nostro ruolo. Dalla politica e dalla stampa.

Bianchi: ‘Solo il 6,6% delle classi in DaD’. Il punto sul ritorno in classe nell’Audizione del Ministro

da Tuttoscuola

“Ad oggi, alle 12, con un grado di copertura dell’82% su 374.740 classi,  il 93,4% delle classi sono in presenza. Di questi il 13,1% con attività integrata per singoli studenti a distanza. Le classi totalmente a distanza sono il 6,6%. In termini di studenti sono in grado di copertura della rivelazione dell’81,8% su un totale di 7.362.181, gli alunni in presenza sono l’88,4%. Per l’infanzia il numero degli alunni positivi o in quarantena è il 9%, e quindi quelli in presenza sono il 91%, per la primaria gli alunni positivi o in Dad sono il 10,9%, per la Secondaria di prima e secondo grado gli alunni in dad o in didattica integrata sono il 12,5%”. Sono questi i numeri ufficiali raccolti dal Ministero dell’Istruzione e sui quali il ministro Bianchi ha fatto un punto sul rientro a scuola in presenza nel corso dell’audizione di oggi, 19 gennaio, alla Camera.

Guarda l’audizione in diretta 

“Stiamo lavorando per la scuola in presenza – ha dichiarato il Ministro -, si tratta di un impegno che il premier Mario Draghi ha preso con il Parlamento fin dal suo discorso di insediamento. La scuola è in presenza, perché la scuola è comunità, anche attraverso strumenti digitale, ma all’interno di una visione d’insieme”.

E ancora: “Il sistema scolastico ha reagito, malgrado la sua enorme complessità dell’organizzazione. Come Ministero monitoriamo in modo costante, tramite il SIDI, le scuole. Abbiamo un servizio di assistenza, anche tramite help desk, che supporta dirigenti scolastici e docenti”.

Sulle vaccinazioni: “In termini di vaccinazione, secondo i dati del generale Figliuolo, abbiamo oggi situazioni molto differenziate sui vari livelli: per i ragazzi 12-19 anni abbiamo un grado di copertura vaccinale prossimo all’85%, più basso è il livello delle primarie, proprio perché abbiamo potuto procedere con le vaccinazioni dal 25 novembre. Il picco di contagi è riconducibile quando le scuole sono chiuse. Io ho fornito i dati amministrativi, non ho i dati sanitari. L’impennata dei positivi si è avuto dal 18 dicembre. Noi avevamo fatto una simulazione, sulla base dei dati disponibili, di un raddoppio dei positivi, ma il dato è più basso. Il contagio è avvenuto quando i ragazzi erano a scuola. Hanno avuto contatti familiari, fuori dalla situazione di controllo che si può avere a scuola”.

Non nascondo che ci siano problemi – ammette infine il Ministro -, non solo per territorio per territorio, ma perfino scuola per scuola. Il governo, però, ha dato delle regole, seppur migliorabili, ma ci sono”.

NPS per l’inclusione: novità per sordi e ciechi

INPS per l’inclusione: novità per sordi e ciechi
Punto Informatico del 19/01/2022

ROMA. Al debutto oggi un’iniziativa messa in campo da INPS nel nome dell’inclusione, con l’obiettivo di migliorare la comunicazione dell’Istituto nei confronti delle persone sorde e cieche. Il primo step è quello che passa dalla pubblicazione di alcuni video informativi relativi ai servizi offerti.

L’INPS abbatte le barriere comunicative
Le clip, raccolte in una playlist su YouTube, riguardano ad esempio la procedura necessaria per effettuare la richiesta di SPID, le indennità, gli accertamenti sanitari, il codice QR di invalidità, il riscatto di laurea e il Reddito di Cittadinanza. Fanno parte della campagna intitolata L’INPS abbatte le barriere comunicative. I filmati sono accompagnati da una voce narrante e dalla traduzione nella lingua dei segni italiana (LIS).

Di seguito il commento del presidente Pasquale Tridico, che ha presentato l’iniziativa con il video in streaming qui sotto.

Il nostro obiettivo è metterci a disposizione di tutti e superare quanto più possibile le barriere che possono frapporsi tra l’Istituto e le persone più fragili della società. Questa iniziativa è parte di un percorso più ampio che guarda alle esigenze delle persone costruendo processi e strumenti che facilitino l’inclusione e la semplificazione per conoscere e raggiungere prestazioni cui si ha diritto.

Il 19 maggio 2021, il nostro paese ha ufficialmente riconosciuto la LIS, impegnandosi al fine di promuoverne la tutela e l’impiego. Un evento che ENS (Ente Nazionale Sordi) ha definito un giorno storico, fondamentale per il percorso verso la piena inclusione delle persone sorde e l’abbattimento delle barriere della comunicazione.

Servizio civile: quasi mille posti dall’Unione italiana ciechi e ipovedenti

Servizio civile: quasi mille posti dall’Unione italiana ciechi e ipovedenti in tutta Italia
Today del 19/01/2022

ROMA. Quest’anno, l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti onlus-aps offre complessivamente 993 posti in sette progetti del servizio civile da realizzarsi su tutto il territorio nazionale Italiano. Per partecipare al bando per la selezione di operatori volontari del servizio civile, regolarmente retribuito, è necessario presentare la domanda entro le ore 14 del prossimo 26 gennaio.

Ogni singolo progetto è parte di un più ampio programma di intervento che risponde a quattro obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e riguarda uno specifico ambito di azione ‘Sostegno, inclusione e partecipazione delle persone fragili nella vita sociale e culturale del Paese’ individuato tra quelli indicati nel Piano triennale 2020-2022 per la programmazione del servizio civile universale.

I progetti hanno la durata di 12 mesi, con un monte ore annuo di 1.145, per un massimo di 25 ore di servizio settimanale. Il volontario che prenderà servizio riceverà un trattamento economico mensile di 444,30 euro. E’ previsto il rilascio a conclusione del servizio di un attestato di espletamento del Servizio civile riconosciuto da un ente terzo. Per i giovani che hanno fra i 18 e i 28 anni, il servizio civile universale è un’opportunità per vivere un’esperienza formativa e di cittadinanza attiva all’interno delle comunità che consente di acquisire competenze spendibili successivamente nel mondo del lavoro e di inserirsi in una rete di interessanti relazioni professionali e umane.

ESPRIMIAMO LA NOSTRA SOLIDARIETA’ ALLE SCUOLE PUGLIESI

ESPRIMIAMO LA NOSTRA SOLIDARIETA’ ALLE SCUOLE PUGLIESI:

LA MISURA È DAVVERO COLMA!

“Alle difficoltà burocratiche del Ministero si aggiungono pure le elucubrazioni della Regione Puglia finiremo per chiedere ai Dirigenti Scolastici di consegnare le chiavi delle scuole ai Prefetti”

A una settimana dalla ripresa delle attività didattiche nessuna delle emergenze e dei disagi che avevamo preannunciato già dallo sciopero del 10 dicembre ha trovato risposta: numero di alunni per classe, distanziamento, proroga dell’organico COVID, sistemi di areazione, presìdi sanitari scolastici, screening e monitoraggio sistematico gratuito, trasporti scolastici dedicati, ruolo attivo delle ASL a garanzia della didattica in presenza e distribuzione gratuita di mascherine FFP2.

Ma la situazione si è ulteriormente aggravata, questa volta per un discutibilissimo intervento del Dipartimento regionale alla salute.

Questi i fatti. Il sette gennaio il D.L. n. 1/22 ribadisce la didattica in presenza e individua una serie di protocolli diversificati tra gradi di scuola. L’8 gennaio viene emanata una nota congiunta dei due ministeri all’istruzione e alla salute che introduce modalità di gestione dei casi di positività in ambito scolastico così cervellotiche da sconfinare nella patologia mentale.

Da quel momento si è scatenato un pandemonio burocratico e si è pensato, come solitamente avviene, di scaricare sulle scuole e sulla diretta responsabilità dei dirigenti scolastici, cui va la nostra solidarietà politica e sindacale, l’immane incombenza di garantire una didattica in presenza trasformata da sacrosanto valore pedagogico in strumento di consenso politico da perseguire a prescindere dalle condizioni di reale fattibilità in cui si sono volutamente lasciate le scuole per responsabilità diretta del governo, del ministro all’istruzione e, ora, anche della Regione. Citiamo solo un caso tra i tanti: l’organico COVID non sarebbe stato prorogato senza l’indizione dello sciopero del 10 dicembre, misura necessaria che non avrebbe dovuto essere messa neanche minimamente in discussione.

Oggi, per giunta, allo stress amministrativo causato dal governo si aggiungono provvedimenti regionali che stanno sprofondando le scuole pugliesi in una situazione di ansia che sconfina ormai nel vero e proprio mobbing per molestie burocratiche per cui alle scuole, trasformate in succursali delle ASL ventiquattrore su ventiquattro, vengono demandati compiti che, in realtà, competono solo ed esclusivamente al personale sanitario. Per questi motivi si chiede l’immediato ritiro della nota n. 5 del 18 gennaio 2022 inviata dal Dipartimento della Salute nonché la convocazione di un tavolo per definire una volta per tutte le rispettive competenze.

Le scriventi organizzazioni preannunciano che, laddove la presente non verrà presa in debita considerazione, chiameranno allo stato di agitazione tutto il mondo della scuola pugliese insieme alle famiglie e agli studenti e chiederanno ai Dirigenti Scolastici di consegnare le chiavi delle scuole ai Prefetti per fermare una deriva che, a parole, impone la didattica in presenza ma, di fatto, induce all’adozione di un insegnamento spurio e manda tutti allo sbaraglio.

Bari, 19 gennaio 2022

FLC CGIL PUGLIA UIL SCUOLA RUA PUGLIA SNALS- CONFSAL PUGLIA FGU GILDA UNAMS PUGLIA

C. Menga G. Verga V. Masciale F. Capacchione

Sul contagio dati generici e opachi

Scuola: sul contagio Bianchi diffonde dati generici e opachi e non li fornisce ai Sindacati. La FLC CGIL predispone una diffida

Roma, 19 gennaio – Dal Ministro, oggi in audizione, giungono notizie sui dati del contagio fra il personale della scuola e gli alunni a dir poco fumosi e opachi. Dati che comunque, se confermati, sono meno rassicuranti di quanto appaiono: il 6,6% in dad e il 13,1% in ddi per singoli studenti significa che complessivamente ci sono 64.368 classi in modalità a distanza o mista pari al 19% del totale.
Alla FLC Cgil, che ha già inviato una richiesta di convocazione con all’ordine del giorno la comunicazione dei dati sul contagio da COVID 19, non rimane che diffidare il Ministro per inadempienza contrattuale. Nella nostra richiesta infatti abbiamo rammentato all’Amministrazione che in forza del Protocollo sulla sicurezza, che è scaturito da un confronto sindacale, che è un preciso istituto contrattuale, il sindacato ha il diritto, a tutela del personale, di ricevere i dati del monitoraggio effettuato dall’Amministrazione.
Peraltro, i dati forniti dal Ministro in queste ore – precisiamo, in sede non sindacale – sono generici e poco trasparenti (percentuali di presenti al lavoro e allo studio e di contagiati), quando trasparenza vorrebbe che si sappia quante sono le classi in presenza totale, quante quelle in dad, quante quelle con didattica mista, quanti i lavoratori assenti per ogni scuola, quanti sono i supplenti nominati, quante le classi e le scuole costrette a ridurre l’orario per mancanza di docenti… 
Che l’opacità di questi dati sia un fatto evidente è testimoniato dal fatto che persino gli Uffici Scolastici Regionali pare siano all’oscuro del loro dato regionale: le scuole comunicano la situazione direttamente al Ministero e quest’ultimo non li mette a disposizione dei singoli USR, che in questo modo non possono nemmeno aprire un confronto situazione per situazione, attivando i tavoli previsti dai protocolli regionali. 
Ma la comunicazione dei dati non è un optional, è  un obbligo del Ministero che si chiama “informativa” e che deve avvenire in un confronto specifico col sindacato.
E ciò tanto più quando dalle scuole ci vengono forniti dati allarmanti e quando sappiamo che ogni mattina – visto che spesso le comunicazioni ASL sui contagi vengono inviati di notte agli istituti scolastici –  occorre ristrutturare l’orario, chiamare supplenti, gestire classi scoperte e così via.

Dalle difficoltà del momento, contro l’avversario comune che è il contagio, si esce con la condivisione, con il confronto, con la trasparenza e non con la comunicazione unilaterale priva di interlocuzione con i rappresentanti dei lavoratori.

Percentuali danno idea riduttiva del disagio nelle scuole

Covid, Di Meglio: “Le percentuali di Bianchi danno idea riduttiva del disagio nelle scuole”

“Finalmente Bianchi, dopo mesi di richieste da parte nostra lasciate inevase, ha fornito alcuni dati che, però, si limitano alle percentuali e danno un’idea riduttiva del reale disagio che le scuole stanno vivendo”. Così Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, commenta i numeri snocciolati dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, durante l’audizione in VII Commissione alla Camera. 

“Comunque, le percentuali regionali non sono confrontabili, considerata l’enorme differenza di popolazione studentesca fra i vari territori. Per esempio, il dato del 4,9% di classi in DAD e quarantena relativo alla Campania è del tutto fuorviante, dal momento che un centinaio di sindaci ha emanato ordinanze di chiusura delle scuole dopo la pausa natalizia. Stesso discorso vale per la Sicilia (4,4%) e la Calabria (2,9%). Non si spiegherebbe altrimenti la differenza tra queste regioni e, per esempio, la Lombardia”. 

“Vogliamo comunque ricordare al ministro – sottolinea Di Meglio – che i sindacati, per legge e per contratto, hanno titolo ad accedere alle informazioni che riguardano la sicurezza nei luoghi di lavoro. Sarebbe stato, dunque, opportuno che viale Trastevere avesse condiviso questi dati sistematicamente ogni settimana dopo averli ricevuti dalle scuole che li comunicano ogni martedì”. 

E, sempre in tema di sicurezza, il coordinatore nazionale della Gilda conclude con un riferimento alle “mascherine mutande del tutto inutili di cui le scuole sono state inondante e che occupano le già scarse aule scolastiche, mentre soltanto in queste ore iniziano ad arrivare in alcuni istituti le Ffp2”.

Scuola: caos nella gestione dei casi Covid

Scuola: caos nella gestione dei casi Covid. Il ministero fornisca subito i dati reali sui contagi

Roma, 19 gennaio – Dalle istituzioni scolastiche di tutto il territorio nazionale giungono in queste ore segnali allarmanti rispetto alla gestione dei casi di positività tra gli alunni e il personale.
I messaggi rassicuranti del ministro dell’Istruzione sull’andamento della pandemia contrastano con la reale situazione di scuole ormai allo stremo.

Come era prevedibile, ad una settimana dalla ripresa delle lezioni si stanno moltiplicando le classi con alunni positivi. Nella primaria sono saltati i tracciamenti con testing che le ASL non riescono più a garantire, nella secondaria l’autosorveglianza si sta rivelando troppo gravosa e persino inutile a causa dell’incalzare dei contagi che stravolgono ogni tentativo di assicurare la continuità del servizio di istruzione.

I dirigenti scolastici e le scuole sono abbandonati a loro stessi, tra la scelta irresponsabile di aver scaricato sugli istituti la gestione delle quarantene creando peraltro forte conflittualità tra scuola e famiglie e l’inaccettabile il silenzio del MI sui dati ufficiali della pandemia nelle classi, mai forniti, nonostante le pressanti richieste della nostra organizzazione.
Un modo concreto di uscire da questa situazione è convocare subito il tavolo congiunto, esaminare i dati reali sui contagi nelle classi e uscirne con soluzioni condivise.
La FLC Cgil ha inviato al Ministro una richiesta di convocazione urgente affinché, a norma di contratto, vengano forniti i dati che il ministro è obbligato da precise clausole negoziali a mettere a disposizione del Sindacato. Infatti, poiché esiste un protocollo condiviso, secondo le regole del confronto, che è un preciso istituto contrattuale, il Ministro ha l’obbligo di garantire la trasparenza dei dati.

LA PROTESTA DEI PRESIDI

*COMUNICATO STAMPA ANP PUGLIA*
*LE STRESSANTI PROCEDURE CARTACEE PER LA GESTIONE DEI CONTAGI NELLE SCUOLE, IMPOSTE DAL DIPARTIMENTO SALUTE REGIONALE.*
*LA PROTESTA DEI PRESIDI E DI ANP PUGLIA, CHE CHIEDE UN INCONTRO AL DIPARTIMENTO SALUTE*

In attesa delle *semplificazione procedurale promessa dal Ministro Bianchi* sulle procedure di gestione dei casi di contagio nelle scuole disposta dall’ultimo Decreto-legge del 7 gennaio (di cui pare si occuperà a brevissimo il Consiglio dei Ministri, *su nostra esplicita e pressante richiesta*), segnaliamo la situazione delle scuole e dei dirigenti scolatici qui in Puglia, ai quali viene imposto dalla Regione, nel secolo della dematerializzazione, *l’ennesimo carico di lavoro di compilazione cartacea*, quasi non bastasse lo stress giornaliero cui sono sottoposti ormai da moltissimi mesi per fornire ai cittadini il servizio di istruzione cui hanno diritto anche in epoca di pandemia.
Ci riferiamo al fatto che, *essendo con tutta evidenza saltato il sistema di tracciamento dei contagi da parte delle ASL pugliesi, esso viene di fatto trasferito alle scuole* da un Dipartimento della Salute regionale che appare ormai sempre più in affanno.
Ultimo nato è l’obbligo per i dirigenti scolastici – imposto con ripetute note del direttore del Dipartimento di Promozione della Salute della Regione Puglia – di *prescrivere direttamente i tamponi necessari per assicurare la frequenza in presenza degli alunni con propria comunicazione sottoscritta da recapitare individualmente alle famiglie, quasi fosse una prescrizione medica.* A parte l’evidente inefficienza della procedura, che provoca un inutile rallentamento di procedure che dovrebbero invece essere le più snelle possibili e le meno burocratizzate, proprio perché debbono far fronte ad un aumento dei casi di contagio sempre più difficile da contrastare, *dobbiamo ancora una volta lamentare il vezzo di addossare a funzionari dello Stato quali sono i dirigenti scolastici, da parte della Regione che non riesce a provvedervi efficacemente, compiti di natura sanitaria che non sono loro propri* e non pertengono alla natura e agli scopi che caratterizzano la loro funzione.
Per di più avulsi da qualsiasi rapporto di dipendenza gerarchica, in quanto *i dirigenti delle scuole non sono dipendenti della Regione. E da questa, peraltro, non coinvolti né consultati* prima dell’adozione delle misure loro imposte dal Dipartimento Salute regionale.
Abbiamo lamentato ciò in una lettera di *ferma e sentita protesta – ma anche di proposta costruttiva* basata sulla nostra concreta esperienza professionale – indirizzata al Dott. Montanaro, direttore del Dipartimento Salute della Regione Puglia, a cui abbiamo chiesto un incontro urgente per esaminare se non possano essere attivate, come crediamo possibile, soluzioni alternative basate sull’utilizzo più estensivo delle risorse informatiche regionali.
La lettera è allegata a questo comunicato, ed è indirizzata anche al presidente Emiliano (nella sua doppia veste di presidente regionale e di assessore ad interim per la Sanità), all’assessore al Diritto allo Studio, Sebastiano Leo, e al direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, Dott. Giuseppe Silipo.
Ribadiamo qui il fatto che *i dirigenti scolastici non si sono certo tirati indietro* di fronte alla necessità di contribuire al contenimento della pandemia, e continueranno a non farlo, con l’unico intento e dovere di assicurare per quanto possibile la didattica in presenza nelle loro scuole, consci dei danni che un utilizzo prolungato e diffuso della didattica a distanza ha provocato e provoca nei ragazzi in termini di disagio formativo ed esistenziale.
*Ai colleghi dirigenti assicuriamo che l’ANP è al loro fianco e che li tutelerà, come sempre, in ogni occasione e sede.*

Bari, 19 gennaio 2022

Roberto Romito – Presidente regionale ANP Puglia

Il Ministro esulta ma le scuole soffrono

Scuola: presidi Andis, il Ministro Bianchi esulta ma le scuole soffrono

Il famoso disastro che ci doveva essere con la riapertura della scuola dopo la pausa di Natale non c’è stato” esultava l’altro giorno il Ministro Bianchi, senza fornire però i dati su contagi e quarantene comunicati dalle scuole al Ministero. Avrebbe dovuto ammettere, comunque, che il “miracolo” di tenere aperte le scuole va attribuito esclusivamente al grande senso di responsabilità e alla profonda abnegazione del personale scolastico. Così in una nota Paolino Marotta, presidente dell’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici (Andis). 

“Nell’ultima settimana, infatti, i dirigenti e i loro collaboratori hanno dovuto lavorare senza tregua, anche in orario serale e festivo, per individuare e tracciare i contagi, sostituire i docenti assenti, reperire i supplenti, attivare la didattica mista, interloquire con le strutture sanitarie, gestire le comunicazioni con le famiglie. Un impegno immane, non riconosciuto, che ha prodotto nelle scuole un disagio non più tollerabile. 

“In queste condizioni di affanno non si può più continuare – sostengono i Presidi ANDIS – le procedure per la gestione dell’emergenza COVID nelle scuole devono diventare più snelle ed efficaci, a cominciare dalle certificazioni per il rientro dalle quarantene. I dirigenti scolastici non possono limitare il proprio impegno esclusivamente alle questioni sanitarie, ci sono altri importanti adempimenti istituzionali che richiedono un’attenzione e una cura costante e che non possono essere assolutamente trascurati”. 

“L’ANDIS continua a sostenere che, per garantire più alti livelli di sicurezza e funzionalità alle scuole nei prossimi mesi, servono investimenti cospicui e immediati in termini di organici aggiuntivi e di edilizia scolastica, a cominciare dalla installazione di sistemi di ventilazione meccanica controllata per i quali il Governo dovrebbe fornire fondi specifici, linee guida chiare ed un valido supporto tecnico”. 

“Non basta dichiarare come ha fatto il Ministro Bianchi: “Noi, come sistema nazionale, stiamo facendo dei grossissimi investimenti nelle scuole, con 12,5 miliardi nel Pnrr”. Dovrebbe chiarire, se non altro, che gli interventi previsti nel PNRR sono destinati a finanziare i progetti che gli Enti locali presenteranno e che comunque si realizzeranno entro il 2026. Il Ministro ha anche assicurato: “Stiamo ascoltando veramente tutti e stiamo trovando il modo per permettere a tutti di gestire al meglio una situazione che però è gestibile e sotto controllo”.  Gli vorremmo credere, ma la verità è che non ci ha mai convocati, forse perché non ritiene di doverci ascoltare”, conclude la nota. 

V.M. Caragnano, Se la maestra avesse il naso rosso

Valeria Maria Caragnano, Se la maestra avesse il naso rosso,
Dialoghi, Viterbo, 2021, pagine 66.

di Maria Buccolo

“Voglio essere una maestra con il naso rosso, perché il clown è un maestro di autoironia, non ha paura dei propri errori e delle proprie cadute”…

Si apre cosi il volume “Se la maestra avesse il naso rosso” che rappresenta  un saggio breve ma di grande intensità emotiva che nasce dall’esigenza dell’autrice di esprimere se stessa e il suo modo di essere all’interno di un modello di scuola e di vita che pone al centro la leggerezza e il sorriso come elementi di lettura ed interpretazione della realtà. L’autrice dopo aver svolto un per-corso come clown dottore presso alcune strutture sanitarie e associazioni di Roma, ha deciso di ri-pensarsi in una nuova veste mettendo in pratica una nuova metodologia di insegnamento fondata sulla pedagogia dell’umorismo, un percorso che pone al centro dei processi  di insegnamento-apprendimento la promozione del ben-essere degli alunni. La maestra col naso rosso come emerge più volte tra le pagine del volume è una docente sovversiva e provocatrice, che ricorre alla valenza educativa dell’umorismo, della risata e del pensiero non giudicante per entrare totalmente in simbiosi con i suoi allievi e le loro emozioni, esortandoli così a imparare anche a navigarle, esplorarle e non bloccarle o soffocarle come spesso accade a scuola. Facendosi carico di tutti gli aspetti relazionali, cognitivi e didattici di cui il ruolo dell’educatore è intrinseco, l’insegnante inizia a prendersi cura non solo dell’educazione e dell’istruzione degli alunni ma anche dei loro, e di conseguenza dei suoi, sentimenti. L’educazione emozionale viene, dunque,  messa al centro di tutto il percorso sia nella relazione educativa in classe ma anche nelle modalità e nelle pratiche di didattica attiva  che pongono al centro l’alunno come attore e protagonista all’interno del processo di apprendimento. L’opera è suddivisa in due parti, si apre con un racconto autobiografico che spiega le motivazioni che hanno spinto l’autrice a voler esprimere se stessa e il suo cambio di vita a seguito dell’esperienza da Clown che di riflesso ha modificato anche il suo essere insegnante e la sua pratica professionale.

Viene qui approfondito il concetto di umorismo educativo e il valore del sorriso per promuovere buonumore e creare un clima positivo in classe.  La parte finale del libro contiene i principi su cui si deve basare oggi una scuola e-motiva centrata sullo sviluppo dei pensieri positivi, il divertimento e la leggerezza tutti elementi che facilitano la relazione in classe e  gli apprendimenti.  La maestra con il naso rosso è un volume leggero, divertente ma anche ricco di elementi di pedagogia innovativa da applicare nel contesto quotidiano a scuola si consiglia la lettura a insegnanti, studenti ma anche educatori o altri profili professionali che operano in campo educativo.

La Rivoluzione francese e l’emancipazione femminile

La Rivoluzione francese e l’emancipazione femminile 

di Giovanni Ferrari (*)

Olympe de Gouges nacque in Francia a Montauban  il 7 maggio 1748, scrittrice ed attivista francese cha ha combattuto profondamente per i diritti delle donne, ha scritto la “ Dichiarazione dei diritti della donna e della donna nel  1791, dal 1789 ossia a partire dalla Rivoluzione francese e dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, fino al 1944, alle donne francesi non fu permesso di votare, tutto ciò significava chje le donne francesi non avevano tutti I diritti di cittadinanza, anche se le donne erano fortemente attive nella Rivoluzione francese.

I principi fondamentali della Gouges erano il manifesto della “Déclaration des Droits de la Femme et de la Citoyenne”, ossia non solo la donna in contrasto con l’uomo, ma citoyenne in contrasto con citoyen. Tra le idee più controverse nella “Dichiarazione” di Gouges c’era l’affermazione che le donne, in quanto cittadine, avevano semlicemente il diritto alla libertà di parola e pertanto avevano il diritto di rivelare l’identità dei padri e dei loro figli, ossia il diritto dei bambini nati da un matrimonio legittimo in piena uguaglianza, tutto ciòmetteva in discussione che solo gli uomini avevano la libertà di soddisfare il proprio desiderio sessuale al di fuori del matrimonio.

La scrittrice Gouges ha lottato una intera vita per i diritti delle donne. Una donna che ha pagato duramente con la vita per le sue battaglie e per le sue idee illuministe sulle donne.

Proprio in piena Rivoluzione francese, pose delle questioni pesanti agli uomini: “Uomo sei capace di essere giusto? E’ una donna che te lo chiede. Dimmi chi ti ha dato il potere sovrano di opprimere il mio sesso?”, Si batté fortemente a favore del divorzio e si schierò per l’abolizione della pena di morte e della schiavitù. Fu una delle poche donne a essere giustiziata per la pubblicazione di scritti politici; lo storico francese Olivier BLANC fù il primo scrfittore francese che nel 1981 a pubblicare un libro dedicato proprio a Olympe de Gouges.

Il movimento femminista nasce in Francia ai tempi della Rivoluzione Francese.

Le donne ai tempi della Rivoluzione francese non godevano di alcun diritto, erano escluse dalla vita politica erano succubi degli uomini e il loro principale compito era quello di prendersi cura della famiglia.

La Francia prima della Rivoluzione del 1789, era una monarchia assoluta, dove la supremazia del sovrano poteva essere ostacolata esclusivamente dall’Assemblea degli Stati Generali.

L’Assemblea degli Stati Generali era composta dai rappresentanti dei tre ordini, ovvero delle tre classi sociali in cui all’ epoca era suddivisa la Francia, Clero, Nobiltà e Terzo Stato (che rappresentava la grande maggioranza della popolazione, borghesia, artigiani e contadini).

Naturalmente i tre Stati non avevano gli stessi diritti, ad esempio clero e nobiltà non dovevano pagare le tasse, che venivano pagate esclusivamente dai componenti del Terzo Stato.

Negli anni precedenti la Rivoluzione,cominciarono a circolare in Francia tre opuscoli anonimi (curati in realtà dall’abate Sieyés) intitolati:

Saggio sui privilegi, un vero e proprio attacco ai privilegi della nobiltà;

Sugli Stati Generali, un invito alla trasformazione dell’Assemblea degli Stati Generali in un’Assemblea Nazionale;

Che cos’è il Terzo Stato? Che mette in discussione la suddivisione e l’organizzazione della Francia, contestando la classe nobiliare e facendo un appello al Terzo Stato per la creazione di un nuovo regime.

Fu proprio con la diffusione di quest’ultimo scritto che si può parlare di Seyés come del precursore della Rivoluzione Francese, egli con le sue famose parole “Che cosa è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato fino a oggi? Niente. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa.” ha spinto in qualche modo il popolo francese a muoversi per far vale re i propri diritti.1

E così quando il re fu costretto a convocare l’Assemblea degli Stati Generali, per rivedere la distribuzione delle tasse, per poter coprire il debito accumulato dalla monarchia negli anni, estendendone il pagamento anche alle classi del Clero e della Monarchia, queste due naturalmente si opposero. Di fronte all’opposizione degli altri due stati i rappresentanti del terzo stato decisero di riunirsi in Assemblea Nazionale, come suggerito da Seyés, nella sala della Pallacorda. Il Re ordinò di reprimere l’ Assemblea e minacciò di far intervenire l’esercito. I francesi allora si riunirono e decisero il 14 luglio 1789 di assaltare la Bastiglia.

Il 26 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale emanò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che sancì la fine dell’Ancien Régime, che si ispirava in parte alle idee di Seyés, e che costituiva una vera e propria elencazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino. È questa forse la prima grande eredità della Rivoluzione Francese. L’articolo 1 della Dichiarazione recita: “Gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei loro diritti. Le distinzioni sociali non possono essere che fondate sull’utilità comune”. Oltre che il diritto di libertà e di uguaglianza, nella Dichiarazione del 1789 vengono riconosciuti come diritti imprescindibili dell’uomo il diritto di

1 https://lospiegone.com/2019/08/02/ricorda-1789-1a-dichiarazione-dei-diritti-delIuomo-e-del-cittadino/

proprietà, di pensiero, di religione, di associazione, di resistenza all’ oppressione-, nume- rose Costituzioni moderne si sono ispirate ad essa, così come essa è stata un testo  fondamentale per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Uomo, adottata dalle Nazioni unite nel 1948 e per la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1950.

Nella Dichiarazione però non venivano in alcun modo menzionati i diritti delle donne. In quegli anni le condizioni delle donne non cambiarono, rimasero uguali, nonostante le lotte. Esse hanno avuto un ruolo attivo durante la Rivoluzione, erano parte delle folle in rivolta. Quelle donne che furono in un certo senso tra le protagoniste della Rivoluzione. In particolare , furono loro le protagoniste di varie insurrezioni, prima su tutte quella di Versailles. Quando il 5 ottobre 1789 il Re Luigi XVI si rifiutò di approvare la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, si sollevò un’insurrezione e le donne furono le prime a riunirsi in un corteo e ad invadere il castello di Versailles ed il re fu allora costretto a cedere. La partecipazione delle donne non è però solo insurrezionale, nel XVIII secolo creano dei club politici al femminile, come ad esempio la Società delle Donne Rivoluzionarie di Parigi. Le donne iniziano ad essere consapevoli del loro ruolo all’interno della società e cominciano a chiedere che ad esse vengano riconosciuti gli stessi diritti degli uomini.

A Parigi, negli anni della Rivoluzione sorsero due club femministi, il primo che chiedeva il diritto all’istruzione per le bambine povere, il divorzio e la concessione dei diritti politici, il secondo era un club vicino ai sanculotti ed era composto da militanti popolane.

A partire dal 1789 le donne proclamarono le loro richieste con opuscoli e petizioni.

Fondamentale in questo periodo storico, rimane lo scritto del 1791 di Olympe De Gouges Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne2 in cui si mette in difesa delle donne e riprendendo la Dichiarazione del 1789 la declina tutta al femminile, portando l’attenzione su come la Rivoluzione si sia dimenticata del ruolo delle donne e su come anche esse abbiano gli stessi diritti degli uomini; provocatoriamente essa affermò che se le donne potevano andare al patibolo come gli uomini, esse dovevano avere anche il diritto di salire sulla tribuna politica.

La voce della De Gouges rimase però inascoltata dai rivoluzionari, poiché anche sulla base delle idee dell’illuminismo, essi erano pienamente convinti dell’ inferiorità della donna, che poteva avere solamente il molo di cma della famiglia e di riproduzione, ma non poteva partecipare alla vita politica.

Le donne però ottennero delle piccole “concessioni”, come ad esempio il divorzio, in cui la posizione del marito e della moglie erano sullo stesso piano.

Nel frattempo, dopo l’emanazione della Dichiarazione del 1789 nel 1791 venne emanata una nuova Costituzione, che prevedeva la trasformazione della monarch ia da assoluta a monarchia costituzionale, poiché il Re deteneva solo il potere esecutivo mentre la sovranità era in mano al popolo.

Con la Costituzione del 1791, le donne vennero escluse dal diritto di voto e furono vietati tutti i club femminili; gli fu però riconosciuto l’accesso alla maggiore età a 21 anni come per gli uomini.

2 

De Marchi E. Percorsi di storia contemporanea, L’emancipazione femminile dalla rivoluzione francese alla Grande guerra, Pearson Italia Spa

Nel frattempo , la situazione diventò sempre più ” movimentata” il 10 agosto 1792 gli abitanti di Parigi si ribellarono ed assaltarono il Palazzo reale, il re fu deposto e venne convocata un’altra assemblea chiamata Convenzione, che di lì a pochi giorni dichiarò caduta la monarchia e proclamò la Repubblica; il sovrano fu processato e condannato a morte il 21 gennaio 1793.

Il 30 ottobre 1793, la Convenzione decise di chiudere tutti i club femminili, ecco un’altra sconfitta per le femministe francesi.

Nello stesso anno venne approvata una nuova Costituzione che accoglieva molte richieste del popolo tra cui il diritto all’istruzione e all’ insurrezione e il suffragio universale, anche questo però era solo maschile.

Tra il 1793 e il 1794 il potere venne assunto da Robespierre. Ebbe così inizio il periodo, durante il quale molte persone vennero uccise. Durante questi anni, nel nome della difesa della Rivoluzione, vennero in un certo senso sospese quelle libertà tanto desiderate nel 1789. La critica storica si è divisa tra chi considera Robespierre come un tiranno, che uccideva tutti coloro che cospiravano contro la rivoluzione e contro la Repubblica e chi lo considera un’ idealista, devoto alla causa rivoluzionaria così tanto da fargli perdere la vita. Venne soprannominato l’incorruttibile. Per la costruzione della sua società ideale, composta da uomini onesti, fece anche un tentativo di scristianizzazione della Francia. Ma come detto prima, le sue idee, probabilmente troppo estremiste, lo portarono alla morte, fu infatti vittima di un colpo di stato e condannato a morte.

Negli anni che vanno dal 1797 al 1799 le donne cercarono di mettere in discussione la concezione della famiglia, in cui esse erano sottoposte all’autorità assoluta dell’uomo, che decideva per loro chi sposare e che vedeva il diritto di eredità esclusivamente per i figli maschi. Le donne non venivano nemmeno viste come persone non veniva tenuto conto dei loro sentimenti e delle loro inclinazioni. Le rivoluzionarie femminili non videro realizzare le proprie aspirazioni poiché il femminismo era una cosa per pochi, nel senso che molte donne non si battevano per la loro autonomia e la loro indipendenza e per l’uguaglianza rispetto all’uomo, ma accettavano semplicemente il ruolo loro dato dalla società di sottomissione alla figura maschile.

Le forze borghesi istituirono un direttorio composto da cinque membri, che dettero il colpo di grazia alla dittatura rivoluzionaria. I monarchici a loro volta si batterono contro la supremazia della Borghesia, tentarono un’insurrezione che però fu sedata dal giovane ambizioso generale Napoleone Bonaparte, che nel 1799 tentò un colpo di stato ed ottenne la carica di primo console. Il 2 dicembre 1804, nella Cattedrale di Notre-Dame, Napoleone si fece incoronare imperatore alla presenza del Papa Pio VII. Sotto di lui venne stipulato un concordato con la Chiesa Cattolica con cui venne annullata la scristianizzazione che ebbe inizio con l’epoca rivoluzionaria.

Sempre nel 1804 Napoleone, che aveva iniziato un periodo di innovazione civile e legislative, emanò il Codice Civile. Per le donne dell’epoca il Codice Civile di Napoleone fu una vera e propria sconfitta. Esso prevedeva in campo di diritto di famiglia, una sudditanza assoluta delle donne nei confronti del padre prima e del marito poi. Il codice legiferava anche in materia di divorzio, naturalmente a sfavore della donna, quella che era stata una delle conquiste del movimento femminista fu cancellata. Vi erano solo tre cause ammissibili di divorzio: adulterio, eccessi ed ingiurie; l’ adulterio del marito era punito semplicemente con un’ammenda, mentre l’adulterio della donna era punito addirittura con la reclusione in casa di correzione della stessa per due anni.  Nel 1823 Auguste-Charle Guichard pubblica “Le code de femmes”3, ossia diritti ei doveri delle donne. La forma del romanzo è utilizzata per rendere pm comprensibile il codice civile alle donne, poiché secondo l’ autore era fondamentale che esse conoscessero cosa imponeva loro il Codice civile perché essendo sottoposte tutti i giorni alle sue norme esse dovevano conoscerle per potersi difendere.

Nel frattempo Napoleone era stato esiliato nell’isola di S.Elena, dove mori il 5 maggio del 1821.

Iniziò così il periodo della Restaurazione, il potere venne assunto prima da Luigi XVIII, e poi nel 1824 da Carlo X, suo fratello. Durante il periodo della Restaurazione si cercarono di superare tutte le idee rivoluzionarie e del periodo napoleonico. L’idea di autorità governava il mondo sia dal punto di vista del re che della Chiesa. Furono represse ogni idea di libertà e venne ripristinata l’alleanza tra il sovrano e la Chiesa.

Per minare la Restaurazione si diffuse l’idea del liberalismo, secondo la quale il potere del sovrano doveva essere limitato dalla Costituzione, che doveva prevedere la divisione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, così come teorizzata da Montesquieu. Il liberalismo, inoltre, si basava soprattutto sulla garanzia delle libertà individuali fondamentali: il diritto alla proprietà privata, alla libertà di espressione, di parola di stampa e alla libertà di iniziativa economica. Al liberalismo politico si affianca quello economico che prevede che lo Stato non intervenga nell’economia che si regola autonomamente per livellare le disuguaglianze..

Oltre che il liberismo in questo periodo nacque anche quel movimento filosofico, letterario e artistico a cui venne dato il nome di Romanticismo, che si fondava sul sentimento individuale e secondo il quale non era più fondamentale la ragione come nell’Illuminismo ma contavano le emozioni ed i sentimenti.

Carlo X si mostrò molto ostile a questi moti liberali, cercando di limitare i poteri del Parlamento e il 25 luglio 1830 fece un colpo di Stato il 25 luglio 1830, a cui seguirono da parte del popolo parigino le 3 giornate dal 27 al 29 luglio che costrinsero il re a fuggire da Parigi.

A lui successe il Duca d’Orleans Luigi Filippo, che si mostrò molto più vicino al liberalismo rispetto al suo predecessore. Egli, infatti, si proclamò re dei francesi per sottolineare come il suo potere non venisse dall’alto ma dal basso, dal popolo. Venne, sotto di lui, adottato il tricolore francese riprendendo i colori usati durante la Rivoluzione, vennero estesi i diritti politici e sociali alla borghesia, anche se furono escluse le masse e le donne.

Luigi Filippo era un sovrano soprattutto della borghesia e venivano di conseguenza trascurati gli interessi delle classi più umili; è in questo clima che si accendono i primi focolai rivoluzionari.

In particolare, nel 1845 il Primo Ministro Guizot decise l’aumento delle tasse, a cui si opposero in particolare i socialisti, che aspiravano a riforme sociali e ad una equa suddivisione delle risorse, i democratici, che volevano una riforma elettorale con il suffragio universale, i repubblicani, che auspicavano la nascita della repubblica ed infine i legittimisti, che volevano un ritorno al potere dei Borboni.

Nel febbraio 1848 ci fu la cosiddetta Rivoluzione di febbraio in cui venne proclamata la seconda Repubblica e Luigi Filippo fu costretto ad abdicare.

3

Mastroberti F., il “Codice delle donne”, Annuali della Facoltà di Giurisprudenza di TarantoAnno V, P.352,

Venne instaurato un governo provvisorio che introdusse il suffragio universale maschile che creò dei laboratori nazionali in cui veniva offerto lavoro ai disoccupati.

Nel novembre di quell’ anno si svolsero le elezioni e venne eletto Presidente della Repubblica Carlo Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone.

Ne l 1851 egli fece un colpo di stato e si autoproclamò imperatore con il titolo di Napoleone III.

Sotto di lui ci fu un forte sviluppo industriale ed economico e si assistette alla seconda Rivoluzione industriale, il cui simbolo divenne l’ acciaio, tanto che nel 1889 come simbolo di Parigi venne costruita la Tour Eiffel.

Ci furono numerose scoperte scientifiche, come ad esempio la pellicola cinematografica, ideata da Edison. Tali scoperte scientifiche portarono alla nascita di una nuova visione filosofica e di pensiero il Positivismo, teoria che si basa sulla cieca fiducia delle capacità umane per il progresso medico, scientifico, industriale e secondo la quale il progresso che si stava diffondendo poteva portare ad avvalersi nel quotidiano di beni e servizi capaci di migliorare il tenore di vita della popolazione.

Durante tutto il 1800 cresce il dibattito tra gli intellettuali su nuove forme politiche, più adatte alla rapida evoluzione industriale ed alcuni pensatori teorizza rono un modello diverso di società , modelli che presero il nome di socialismo e comunismo.

Nel 1848 Karl Marx, un filosofo tedesco di origine ebraica, pubblica il «Manifesto del partito comunista, che incita gli operai a unirsi contro il capitalismo, a ribellarsi e ad insorgere contro i padroni. Marx sosteneva che il suo modello comunista si basava su leggi scientifiche; la sua teoria viene poi approfondita nel libro Il Capitale, nel quale analizza il lavoro, il proletariato, il capitalista con un metodo più scientifico (non basato su opinioni, ma su osservazione e dati precisi) . Tra le altre cose sostiene che la proprietà privata è un furto non giustificabile. Queste idee trovano seguito anche tra gli intellettuali e i lavoratori francesi.

Durante la rivoluzione industriale un grande numero di abitanti si trasferì dalle città alle campagne, le donne affiancarono gli uomini nei lavori in fabbrica ed esse si resero conto di avere dei bisogni e delle esigenze precise, che non venivano rispettate.

Nascono in quell’epoca due movimenti femministi diversi, il movimento femminista liberale, che chiedeva eguali diritti tra gli uomini e le donne , pur mantenendo la società così come era, mentre il secondo il movimento femminista socialista, voleva la liberazione della donna attraverso la trasformazione della società.

Le femministe socialiste, guidate da Flora Tristan (zia del pittore Gauguin), fondarono la prima rivista femminista “La Femme libre”, in cui veniva ricordato come l’ emancipa zione dei lavoratori fosse irrealizzabile se non fosse accompagnata dall’emancipazione delle donne, che la rivendicazione dei diritti dei lavoratori andava fatta attraverso l’ unione dei lavoratori uomini e delle lavoratrici donne, le quali però devono liberarsi dal peso della famiglia.

Le rivendicazioni di questo femminismo (diritto al voto, diritto al divorzio, rivendicazioni salariali e sociali … ) furono esaudite nel 1871 con il programma della Comune di Parigi. Infatti, la sconfitta di Sedan segnò la fine del regno di Napoleone III, ci furono in Francia forti tensioni sociali e una grande instabilità politica e la notizia della prigionia di Napoleone III a Parigi portò alla proclamazione  della Repubblica.

Il popolo cittadino insorse e dette vita alla Comune, che ebbe vita breve, durò solo due mesi, ma che tramite il Consiglio generale, eletto con un suffragio universale, emise immediatamente dei provvedimenti a favore dei ceti popolari: la giornata lavorativa venne ridotta a 10 ore, le fabbriche che risultavano abbandonate dai proprietari, vennero affidate alla gestione di associazioni operae.

In questo periodo nasce L’Unione delle donne per la difesa di Parigi, che dette un contributo fondamentale all’interno  della Comune, per l’emancipazione della donna e di tutti i proletari.

Nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale e le donne francesi dovettero sostituire tutti quegli uomini partiti per il fronte e dimostrarono in quei momenti come il loro lavoro fosse prezioso. Fondamentale la testimonianza di André-Pierre Citroen, che costretto dallo Stato a trasformare la sua fabbrica di automobili in fabbrica di munizioni, non avendo lavoratori uomini chiamò le donne e si rese conto delle capacità femminile, di quanto minuzioso fosse il loro lavoro, soprattutto nelle opere manuali, al punto che decise alla fine della guerra di continuare ad utilizzare in fabbrica la manodopera femminile, modificando anche le condizioni lavorative.

In Francia il diritto di voto alle donne è stato riconosciuto solo nel 1944, grazie all’ordinanza del Generale De Gaulle che stabilì che le donne sono elettrici ed eleggibili al pari degli uomini.

Il movimento femminista è nato quindi con la Rivoluzione Francese, ma si è dovuto attendere fino a tutto il XX secolo affinché alle donne venissero riconosciuti quei diritti, teorizzati nel 1789, anche se ancor oggi non si può definire raggiunto il diritto di uguaglianza. Oggi infatti esistono in Francia, come in tutto il mondo delle disuguag lianze sostanziali tra uomini e donne; quest ‘ ultime , infa tti, sono discriminate nella loro veste di madre, come lavo ratrici, soprattutto nei posti di responsabilità.

Sicuramente le cose negli anni sono cambiate, e dobbiamo ringraziare tutte quelle donne, che dai tempi della Rivoluzione Francese, si sono battute ed in alcuni casi hanno perso anche la loro vita, per fa sì che le donne fossero considerate e trattate alla stregua degli uomini, ma siamo ancora molto lontani dal punto in cui dovremmo arrivare.

PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE; SI CONSIGLIA LA SEGUENTE BIBLIOGRAFIA:

Les Femmes et la Révolution, 1789-1794, di P.M. Duhet, Julliard, Paris 1971.

Citoyennes tricoteuses. Les femmes du peuple à Paris pendant la Révolution française, di D. Godineau, Alinéa, Alex-en Provence, 1988.

Histoire du féminisme français du moyen ge à nos jours, , di M. Albistur-D. Armogathe, Editions des femmes, Paris. 1977.

Il primo femminismo (1791-1834), di A. Rossi Daria, Unicopli, Milano 1993.

E. Scaramuzza (a c. di) , Politica e amicizia. Relazioni, conflitti e differenze di genere(l 860-1915), Franco Angeli, Milano 2010.

G. Duby, M. Perrot (a c. di), Storia delle donne. L’ Ottocento, Laterza, Bari 2007.

Buttafuoco, Straniere in Patria. Temi e momenti dell’emancipazione femminile italiana dalle Repubbliche giacobine al fascismo, in A.M. Crispino (a e di), Esperienza storica femminile nell’e tà moderna e contemporanea, Atti del seminario, UDI, Roma 1988 , pp. 9 1-124 .

(*) Dipartimento Studi Umanistici
Università degli Studi di Napoli “FEDERICO II”

Scuola, sondaggio targato Swg: il 46% degli italiani è favorevole alla Dad

da Il Sole 24 Ore

La decisione del governo di mantenere la didattica in presenza in tutte le scuole al rientro delle vacanze risulta condivisa da una minoranza dell’opinione pubblica, il 39%

di Redazione Scuola

La decisione del governo di mantenere la didattica in presenza in tutte le scuole al rientro delle vacanze risulta condivisa da una minoranza dell’opinione pubblica, il 39%. Di parere contrario il 46% degli italiani che avrebbero preferito la didattica a distanza per le scuole superiori e molti di questi anche per le scuole degli altri gradi. A rivelarlo è un sondaggio Swg pubblicato il 18 gennaio. I genitori con figli alle materne, elementari e medie sono sostanzialmente in linea con le opinioni generali, nonostante il fatto che buona parte di loro ritenga che la Dad comporti delle difficoltà. In particolare, per 1 genitore su 4, il disagio dovuto alla chiusura delle scuole in presenza sarebbe notevole, non tanto per problematiche legate alla disponibilità di strumenti tecnologici, ma soprattutto a causa dello scarso rendimento scolastico dei ragazzi quando seguono le lezioni da casa.

Nodo personale

Un’ulteriore criticità della scuola in questo periodo, rivela il sondaggio, è la carenza di personale, dovuta sia ai contagi che alle defezioni conseguenti al requisito del Green pass rafforzato. Nonostante queste difficoltà, una larga maggioranza degli italiani considera tale requisito opportuno. In generale, i genitori tendenzialmente promuovono la performance delle scuole nella gestione degli aspetti legati alla pandemia, anche se il giudizio su materne, elementari e medie si mostra sensibilmente più basso rispetto a quello riferito alle scuole superiori.