Come seduti su un vecchio baule…

Come seduti su un vecchio baule, la scuola attende ancora il suo discorso

di Giovanni Fioravanti

È nata la didattica a distanza, di cui avevamo poca o quasi nulla esperienza. Ci siamo arrangiati come si è soliti fare nella scuola italiana ormai da sempre, acquisendo la consapevolezza di aver messo a punto uno strumento in più al servizio dell’ apprendimento, ma non certo in grado di sostituire la scuola né come luogo fisico né come offerta formativa.

Tuttavia l’emergenza di una didattica in rete ha portato con sé il venir meno, l’infrangersi dell’identificazione dell’apprendimento con la scuola. Con la scuola come edificio, con le classi, le cattedre e i banchi. L’apprendimento a distanza ha fatto delle nostre case tanti edifici scolastici e delle stanze dei nostri ragazzi tante aule. È stato messo all’angolo ciò che il tempo ha accumulato nell’immaginario collettivo, concetti e categorie da lungo sedimentati su scuola e istruzione.

Per chi non se ne fosse accorto l’abbecedario e la cartella di Pinocchio da lunga data non frequentano più la narrazione della scuola.

Ora il problema è quello di gestire l’uscita dalla cesura. Si può uscire cercando di rimettere insieme i pezzi delle abitudini di prima o facendo l’inventario di ciò che è bene conservare, di ciò che è necessario cambiare, di ciò che va definitivamente eliminato.

Se la Dad, la didattica a distanza, ha provato, se ce n’era bisogno, che si può fare scuola anche senza la scuola con i suoi annessi e connessi è evidente che si rende necessaria una riflessione per restituire smalto alla funzione della scuola.

Il mondo non era fermo prima del virus, tanto meno lo starà ora. Da tempo conoscenza, competenze, patrimonio di saperi non solo hanno cambiato volto, hanno pure mutato percorso, abbandonando i sentieri tradizionali per intraprendere strade nuove. Anziché bagaglio nozionistico, riserva di erudizione da esibire, si sono trasformati in risorsa preziosa del capitale umano. 

L’educazione permanente è divenuta una necessità, ma ancora non sappiamo praticarla, tanto che non abbiamo provveduto a moltiplicare i luoghi e le modalità dell’apprendimento oltre la scuola. Imparare è il risultato di un’orchestrazione, non è monocorde, anzi direi che è stereofonico, con una collocazione spaziale ampia, dilatata, dinamica, ma questo spartito ci siamo scordati di suonarlo.

Ora che sarebbero necessari più spazi questi ci mancano, perché non ne abbiamo approntati altri, a partire da musei, biblioteche, archivi e gallerie, teatri, dimore antiche e ancora se ne potrebbero aggiungere, luoghi spesso ostinatamente più di conservazione che di azione. Non li abbiamo attrezzati come avremmo dovuto con spazi interattivi, modulari, con ambienti per fare didattica, con la rigidità prussiana che un museo e una biblioteca non sono una scuola. Idea davvero stravagante visto che ciò che ospitano e conservano ha fatto scuola nei secoli e ancora fa scuola. L’esperienza dei laboratori didattici ancora non si è tradotta in consuetudine, in modo che sia più che naturale l’intercambiabilità tra spazi scolastici e spazi delle istituzioni culturali.

Spazi sono le classi o, meglio, le aule, come horti conclusi, senza il fascino del giardino.

Classe è termine da coscritti della leva. Qualcosa di militare che ancora resiste alle radici delle nostre scuole. L’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante in classe, l’allineamento dei banchi, le classi assemblate per età anagrafica, il numero degli alunni, tanti plotoni pronti ad ingaggiare la lotta con il sapere, per non parlare di coloro che ancora vorrebbero bambini e bambine in divisa, con il loro grembiule. Sembra di raccontare di un altro secolo, eppure è la registrazione di quello che, incredibilmente, ancora resiste oggi, e spesso incontrando il compiacimento di tanti a partire dai laudatores temporis acti. E non ci si rende conto degli anacronismi, della muffa che pervade il proprio cervello, del vulnus di non essere riusciti ad immaginare finora altro.

Non ci sono più gli ospedali con le camerate, forse le camerate hanno abbandonato anche le caserme, le classi no, le classi sono un pilastro che come ogni cariatide che si rispetti sfida i tempi.

È come se stessimo seduti su un vecchio baule trovato in soffitta, senza avere il coraggio di aprirlo per tenere ciò che è ancora buono e gettare ciò che è divenuto inservibile.

Adesso sarebbe il momento giusto per fare pulizia, di parlarci, di confrontarci, di avviare un discorso con metodo, gli argomenti non mancherebbero.

Patti formativi, piani di studio, crediti, tutoraggio, un linguaggio che non è mai appartenuto alla scuola, ma che l’università ha da tempo fatto suo. Flessibilità e differenziazione dei percorsi potrebbero costituire gli elementi di una istruzione rinnovata a partire dal primo grado del ciclo secondario. Non più studenti che attendono il cambio dell’ora seduti in aula, ma studenti che al cambio d’ora si muovono da un laboratorio all’altro specificamente dedicato alle singole  discipline o transdisciplinare. Gli esami a conclusione del primo e del secondo ciclo potrebbero essere sostituiti da progetti concreti, la cui realizzazione dovrebbe accompagnare l’intero curricolo dello studente e sia il risultato dell’interazione tra scuola e  territorio. Oppure si potrebbe pensare qualcosa che assomigli a una vera tesi, sinossi dell’intero ciclo di studio. Quanto è ancora indispensabile la pratica degli scritti e degli orali? È proprio necessario che tutti studino le stesse discipline o si potrebbe dare spazio ad opzioni più legate ai propri interessi, alle proprie attitudini, ai propri progetti? Le discipline devono continuare a resistere come discipline o è meglio “dematerializzarle” nella  tessitura dell’intreccio dei saperi?

In territori ricchi di strutture sportive, piscine e palestre, è ancora necessario proseguire nella cultura della mens sana in corpore sano che tradizionalmente ha dato luogo alla pratica scolastica dell’educazione fisica? Movimento, sport, educazione motoria non potrebbero essere delegati al territorio anziché alla scuola?

Allo stesso modo sarebbe ora di affrontare seriamente la questione dell’insegnamento della religione cattolica nell’ambito dell’orario scolastico. 

Sono convinto che tanta pigrizia, noncuranza per il rinnovamento della scuola siano anche dovute a tare che resistono come l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica.

Liberare ore dell’orario scolastico sarebbe importante ad esempio per dare spazio ad apprendere seriamente la musica, a suonare uno strumento che non sia il flauto dolce, anziché continuare nella pratica della musica come attività per i soli baciati da dio.

Socialità e appartenenza anziché passare per le classi e le sezioni identificate con le lettere dell’alfabeto, potrebbero essere coltivate dal partecipare a gruppi orchestrali e corali scolastici o compagnie teatrali o a gruppi di filmmaker.

Educazione lungo l’intero arco della vita e scuola a “pieno tempo”, come la voleva Lorenzo Milani, avremmo voluto che si incontrassero e si intrecciassero. Non sono utopie, attendono solo il momento che la storia ce ne imponga la scrittura.

Non si tratta, dunque, di invenzioni, neppure di idee tanto nuove, semmai di esperienze e riflessioni che sono andate accumulandosi negli anni, nate non dal nulla,  ma dal vivere spesso le contraddizioni del nostro sistema formativo, dal pensare come si sarebbe potuto fare meglio, senza che mai fossero prese realmente in considerazione.

Continuiamo a reclutare insegnanti precari per una scuola precaria, perché al di là delle nostre volontà la scuola non potrà rimanere così com’è, così come l’abbiamo conservata finora. Non solo è un vecchio attrezzo è anche un attrezzo che non funziona più bene, considerata la nostra collocazione tra i paesi Ocse per i bassi livelli di competenza, l’alta dispersione scolastica e il ridotto numero di laureati.

Non è che la scuola può cambiare da un giorno all’altro e neppure che ci possiamo permettere di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Ciò che non ci possiamo assolutamente permettere è continuare a ignorare l’urgenza di dare avvio a un discorso corale sull’istruzione, capace di raccogliere il contributo di idee e esperienze accumulate negli anni, di chiamare all’appello innanzitutto gli insegnanti, che sono i professionisti della cultura, e le intelligenze migliori, archiviando per sempre ogni nostalgia per le predelle e per le classi, perché è proprio ciò di cui non sentiamo assolutamente il bisogno. Discorso è discorrere, è percorrere una strada, è darsi un percorso, è disegnare il percorso dell’istruzione nel nostro paese.

Inps: via libera a 39.700 pensionamenti nella scuola

da la Repubblica

Sono 39.700 le certificazioni del diritto a pensione del personale della scuola dal 1° settembre 2020. E per quanti hanno diritto alla pensione il trattamenti verrà erogato a settembre, senza interruzione con lo stipendio. Ad annunciarlo una nota Inps che spiega come le operazioni siano state svolte nei tempi grazie alla collaborazione tra Inps e Ministero dell’Istruzione.

Al 3 giugno, infatti, risultano lavorate circa il 97% delle cessazioni dal servizio trasmesse dal Ministero dell’Istruzione. Considerando le sole verifiche con esito positivo, risultano certificati i diritti a pensione per circa 39.700 nominativi.In particolare 29.900 il personale docente che si è fatto certificare il diritto alla pensione; 8.860 tra il personale Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario); 446 insegnanti religione. E ancora 363 dirigenti scolastici e 99 tra il personale educativo. Questo consentirà al Ministero dell’Istruzione l’apertura delle operazioni di mobilità del personale e di immissione in ruolo, dice ancora l’Inps.


Pagelle, istruzioni per l’uso: dove c’era un 5 ora spuntano il Pai e il Pia. Cosa sono?

da Corriere della sera

Marco Ricucci *

La cosiddetta didattica a distanza (DAD) non solo ha arricchito il vasto campionario della burocrazia della scuola italiana, ma ha «figliato», per così dire, due gemelli: il PIA e il PAI. Presto i genitori dei nostri alunni potranno familiarizzare con questi due nuovi acronimi: il Piano di Integrazione degli Apprendimenti, in cui il docente precisa la parte del programma che non ha potuto svolgere in questo annus horribilis, e il Piano di Apprendimento Individualizzato, cioè le parti in cui alunne e alunni, promossi ope legis sono deboli e carenti, e potranno svolgere i corsi di recupero da settembre. Le famiglie riceveranno probabilmente via mail le lettere con il PAI, se i figli hanno avuto una insufficienza nella pagella di fine anno scolastico, ma potranno stare sereni, in quanto tutti sono stati ammessi all’anno successivo. Che cosa ci aspetta al nostro rientro a scuola, è un mistero e persino la data è un rebus cronologico, da rendere compatibile con le votazioni e il referendum costituzionale. Sicuramente il vaso di Pandora è stato scoperchiato e la scuola ha bisogno di un serio rinnovamento, basato non solo su adeguati finanziamenti, ma anche su una sua riorganizzazione: la DAD e tutto quello che ci sta dietro è solo il trampolino di lancio per dare slancio alla nostra scuola, iniettando auspicabilmente un po’ di entusiasmo.

La Dad ai tempi di San Paolo

Ma andiamo all’essenza della parola «didattica», cioè alla sua etimologia: ci sono pochissime attestazioni nella lingua greca antica dell’aggettivo «didaktikos», che viene dal verbo greco «insegnare»: nella Lettera a Timoteo (I, 3, 2), Paolo usa «didattico» nel senso di pronto, desideroso di insegnare: «Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare». Girolamo tradurrà in latino nella Vulgata con il termine doctor. Sempre Paolo nella seconda lettera inviata a Timoteo (II, 2,24) usa la parola, con un significato attivo: «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite». Docibilis, in latino. Altre attestazioni dell’uso dell’aggettivo, se si eccettua una «virtù didattica» di cui parla in maniera cursoria Filone di Alessandria, filosofo ebreo di cultura greca, vissuto nel I secolo d.C., non ce ne sono nel periodo classico della civiltà greco-romana.

Il fiuto del docente in presenza

Nonostante la DAD, è arrivato così l’ultimo giorno di scuola e il tempo è volato, davanti a un monitor di computer e con una classe virtuale: nella mia didattica, il distanziamento fisico, dettato dall’emergenza sanitaria, si è fatto sentire, in un certo senso, in quanto, lasciandosi andare al ricordo, mi ero quasi abituato a gridare, in classe: «Aprite le finestre! Devo ripeterlo ogni volta…». Ogni volta, appunto, il martedì alla seconda ora, quasi fosse una routine consolatoria: la classe era appena tornata dall’ora di ginnastica (adesso si chiama scienze motorie) e ne era testimonianza la traccia di afrore che aleggiava in classe da 28 adolescenti in pieno sviluppo fisico. Il distanziamento della didattica fa venire in mente persino questo particolare non certo gradevole, ma con la medesima vividezza dell’associazione mentale rievocata da Marcel Proust, in un momento epifanico del romanzo «Dalla parte di Swann», nel gustare un sorso di tè con una morso alla madeleine. Manca al docente un rito di fine anno: una passeggiata tra le aule della scuola, che erano riempite dalle voci festose delle ragazze e dei ragazzi, nella fine di un anno vissuto insieme, quando si è un po’ più maturi (la speranza di docenti e genitori), e si gusta di più la libertà di un’estate ricca di divertimento, purché non si abbia il debito a settembre, dal punto di vista dei ragazzi. Anche questo rito si è portato via la DAD: questo renderà meno piacente la distanza dalla scuola e da ciò che essa rappresenta, cioè lo stacco, il distacco, di cui il corpo docente ha bisogno, essendo a contatto con altri essere umani in crescita per molte ore, e non solo fisicamente.

Aristotele e il benessere del suo alunno Alessandro Magno

L’insegnamento – mi sono fatto questa idea, pur nella mia breve esperienza – è basato perlopiù sulla qualità della relazione umana tra docente e discente, se si vuole, come dice la parola stessa, lasciare il segno. Lo sapeva bene un grande umanista del Rinascimento italiano, Guarini, che scrive nel suo trattato La didattica del greco e nel latino del 1459: «E pertanto, in questo ambito, i giovani imiteranno l’esempio di Alessandro Magno che più volte ripeteva di essere debitore verso il suo insegnante Aristotele non meno che verso il padre Filippo, poiché da quest’ultimo aveva avuto solo la vita, dal primo invece aveva imparato la virtù». Propterea quod ab hoc esse tantum, ab illo et bene esse accepisset. Ecco io, come docente, ho imparato una lezione fondamentale dalla DAD, nell’epoca della pandemia del Covid-19: dare la massima importanza al benessere delle mie alunne e dei miei alunni, in un periodo dove «il cor si spaura» nell’abisso di scenari pestilenziali. Nel senso che lo tradurrei più pedagogicamente e meno filologicamente: bene esse come star bene. E se hanno copiato durante un compito in classe… o meglio a casa (loro), pazienza! Almeno non conosceranno il PIA…o PAI?

**docente di italiano e latino al Liceo Scientifico «Leonardo» di Milano e professore a contratto all’Università degli Studi di Milano


Scuola, corsa alla pensione ora mancano 50 mila prof

da Il Messaggero

Per riaprire le scuole in sicurezza è necessario, innanzitutto, avere i docenti in cattedra, al loro posto, il 1 settembre perché le classi, di certo, il prossimo anno non possono essere accorpate in attesa del supplente. Neanche per 10 minuti. Ma si tratta di un obiettivo che fino ad oggi probabilmente non è stato mai raggiunto. Ed è un problema enorme, visto che ora per riattivare la didattica in presenza servirebbero anche molti più docenti di quelli previsti in condizioni di normalità. E così, mentre i precari e gli aspiranti docenti aspettano i concorsi già banditi e che si svolgeranno non prima dell’autunno, si fa la conta sui posti vacanti dello scorso anno e sui docenti che, dal 31 agosto prossimo, andranno in pensione. Dati alla mano, i conti rischiano di non tornare. Un anno fa il ministero dell’istruzione chiese oltre 62 mila assunzioni ma il ministero dell’economia gliene concesse 57.322. Cinquemila in meno in base al calo degli iscritti. Quel taglio imposto dal Mef comunque non pesò sul risultato finale visto che, da viale Trastevere, si riuscì ad assumere appena 22 mila docenti. Meno della metà. Il motivo è da cercare nella giungla delle graduatorie dei precari: quelle di merito, dove si trovano i vincitori di concorso, e quelle ad esaurimento sono praticamente finite. In Italia non ci sono precari da assumere. O meglio ce ne sono tantissimi nelle graduatorie di istituto, ad esempio, pronti ad insegnare ma senza abilitazione perché non hanno avuto modo di prenderla. Il concorso straordinario e quello abilitante serviranno proprio a sanare questo paradosso. Sta di fatto che, esclusi i posti riservati a quota 100, sono rimaste scoperte circa 25 mila cattedre. Per settembre il problema potrebbe essere identico a quello di un anno fa, se non addirittura peggiore visto che di nuovi abilitati non ce ne sono. Ma si complica anche a causa dei pensionamenti: l’Inps ha infatti dato esito positivo alle domande di pensionamento ricevute dal mondo della scuola. Su un totale di 39.700 pensionamenti del personale scolastico, 29.990 sono docenti.

IL VINCOLO

I loro posti andranno in parte a disposizione della mobilità per i trasferimenti e in parte alle immissioni in ruolo. Considerando la parte riservata alle assunzioni, si potrebbe arrivare a un totale di 47 mila massimo 50 mila posti vacanti a cui vanno aggiunti tutti gli incarichi annuali e le supplenze brevi, per oltre 100 mila precari. Inevitabilmente quindi termineranno i docenti da assumere, provenienti dalle graduatorie di merito e ad esaurimento nelle diverse provincie. Quest’anno il ministero dell’istruzione punta su una nuova possibilità: la call veloce. L’idea della ministra Azzolina è di dare il ruolo, una volta esaurite le operazioni tradizionali, a coloro che accettano di spostarsi da altre regioni garantendo comunque il vincolo di restare sullo stesso posto per almeno 5 anni. Gli uffici scolastici regionali individueranno i posti rimasti liberi, dopo le assunzioni, e li metteranno a bando: i docenti inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e dei concorsi di altri territori potranno fare domanda, volontariamente, e si procederà con una graduatoria temporanea per punteggi. L’incognita sul prossimo anno, quindi, è tutta sulla partecipazione dei precari alla call veloce. Per i concorsi infatti bisognerà aspettare ancora diversi mesi. Sono iniziate intanto le iscrizioni per il concorso ordinario per scuole medie e superiori: secondo una rielaborazione di Tuttoscuola, dei 33 mila posti a disposizione una buona parte è destinata all’insegnamento di italiano per circa 5571 posti complessivi, di matematica per 4129 posti e per il sostegno dove devo essere assunti da concorso 5764 docenti.
Lorena Loiacono

Azzolina, addio classi pollaio col Recovery fund

da Orizzontescuola

di redazione

“Ritornare sui banchi per l’esame è stata la scelta migliore”. Lo ha detto Lucia Azzolina, ministro dell’Istruzione, durante il “RipartelItalia”, tour online organizzato dal Movimento 5 Stelle.

“La didattica a distanza è stato un metodo nuovo che potrà continuare ad essere utilizzato sia in classe, dove si torna a settembre. Non possiamo permetterci di perdere persone per strada anche perché il rischio è quello di finire nelle mani della criminalità organizzata e in questo la scuola ha un ruolo fondamentale. Avevo ricevuto sulla pagina Fb una richiesta da una famiglia calabrese per una bambina disabile per un tablet ed un montascala a cui abbiamo provveduto, sarebbe stata un caso di dispersione.

Per questo abbiamo creato al Miur un fondo che risponda a tutte le richieste di aiuto che arrivano dalle regioni del sud perché ogni richiesta inevasa è un rischio di dispersione scolastica. La stessa attenzione sarà data alle classi pollaio che il Covid ha evidenziato. Per ridurre il numero di alunni nelle classi servono fondi e tempo. Per farlo utilizzeremo il Recovery fund”.

Graduatorie provinciali al via, Azzolina conferma: lavoriamo senza sosta per settembre

da Orizzontescuola

di redazione

“Si lavora senza sosta per settembre anche per l’aggiornamento delle graduatorie provinciali. Buon fine settimana a tutti.”

Così la Ministra che in questo primo sabato post scrutini per numerosi insegnanti, con scuole secondarie di primo  e secondo grado ancora alle prese con gli esami di stato, posta su FB una foto mentre è intenta ad un documento.

Con ogni probabilità, il decreto per la trasformazione delle graduatorie di istituto in provinciali, come disposto dal Decreto scuola convertito con modificazioni nella legge 41/2020.

Collaboratori scolastici: “recupero” del periodo Covid, attenzione alla normativa

da Orizzontescuola

di redazione

Personale ATA e decurtazione coatta del lavoro straordinario in regime emergenziale. Attenzione al rispetto della normativa.

Una nostra lettrice chiede

Salve sono una collaboratrice scolastica e gradirei maggiori delucidazioni in merito al “recupero” del periodo Covid quando la scuola era chiusa. Oltre le ferie relative all a.s. precedente è vero che possono toglierti x chi ne aveva, ore di straordinario fatte?
Infine se posso volevo sapere se avendo lavorato tutti su 5 gg e sabato libero  e la scuola era ogni giorno aperta x più di 10 ore xché non vogliono riconoscere le 35 ore settimanali ma lavoriamo ad oggi x 36. Spero gradita risposta.

di Giovanni Calandrino – NON È ASSOLUTAMENTE CONSENTITA LA DECURTAZIONE DELLO STRAORDINARIO!

In base a quale riferimento normativo può essere decurtato il lavoro straordinario?!? La Nota dipartimentale n. 323/2020, afferma la possibilità dell’adozione “degli strumenti delle ferie pregresse, del congedo, della banca ore, della rotazione e di altri analoghi istituti, nel rispetto della contrattazione collettiva”.

Pertanto non esiste normativa alcuna che possa giustificare la decurtazione coatta del lavoro straordinario.

In questi casi consiglio sempre di farsi mettere per iscritto tale disposizione illegittima in modo da poter impugnare il provvedimento nelle giuste sedi.

La invito alla lettura della scheda: Ferie personale ATA: quanti giorni spettano, in quale periodo. Mai imposte d’ufficio, neanche in emergenza Coronavirus

Per quanto riguarda il secondo quesito, la norma che regola la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali è l’art. 55 del CCNL scuola/2007: Il personale destinatario della riduzione d’orario a 35 ore settimanali è quello adibito a regimi di orario articolati su più turni o coinvolto in sistemi d’orario comportanti significative oscillazioni degli orari individuali, rispetto all’orario ordinario, finalizzati all’ampliamento dei servizi all’utenza e/o comprendenti particolari gravosità nelle seguenti istituzioni scolastiche:

  • Istituzioni scolastiche educative;
  • Istituti con annesse aziende agrarie;
  • Scuole strutturate con orario di servizio giornaliero superiore alle dieci ore per almeno 3 giorni a settimana.

Sarà definito a livello di singola istituzione scolastica il numero, la tipologia e quant’altro necessario a individuare il personale che potrà usufruire della predetta riduzione

Dal quesito non è chiaro se la scuola ha un orario di servizio giornaliero superiore alle dieci ore per almeno 3 giorni a settimana durante tutto l’anno scolastico, in questo caso non vedo motivi ostativi all’applicazione della riduzione.

Rientro a settembre, alcune famiglie pensano all’istruzione parentale

da Orizzontescuola

di redazione

Sergio Leali – L’anno scolastico 2019/2020 con la fase degli esami sta volgendo al termine, tra criticità non sempre risolte e comunque bene o male sopportate.

Il prossimo orizzonte è il nuovo anno scolastico verso cui gli sforzi della politica, della scienza, delle comunità e delle famiglie si stanno indirizzando.

Molti invocano il ritorno alla normalità pre-coronavirus, altri sperano che sia l’occasione per reimpostare il sistema dell’istruzione e delle educazioni.

LAIF, l’associazione nazionale per l’homeschooling, si trova in questo secondo gruppo, non in numerosissima compagnia.

L’occasione è importante e non si tratta di inventare cose assolutamente nuove; si tratta invece di riprendere con attenzione ed attuare “indicazioni” che sono già scritte in documenti dello Stato e del Ministero e che giacciono in una sorta di sgabuzzino mentale delle cose belle, ma dimenticate.

Il riferimento particolare è alle “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” del 2012 del MIUR, aggiornate nel 2018.

Nelle pagine iniziali c’è buona parte della materia che può nutrire un sistema dell’istruzione e delle educazioni moderno ed efficace in Italia.

Perché, quindi, è finito nel ripostiglio delle cose belle e dimenticate?

Il problema è il sistema, in cui avrebbe dovuto agire. Ponendo lo sguardo su due dei protagonisti di questo sistema, emergono alcune evidenze che già di per sé, possono spiegare lo stato dell’arte attuale.

Ci si riferisce qui alla famiglia ed ai servizi scolastici.

La prima ha ridotto drasticamente e gravemente il suo profilo educativo dirottando le proprie funzioni naturali e legali su soggetti esterni ad essa, non curando con essi rapporti di collaborazione effettiva, ponendo in capo alla scuola, ad esempio, problematiche ed aspettative educative che non sono proprie di quest’ultima.

Non è superfluo ricordare che la Costituzione Italiana all’articolo 30 attribuisce solennemente ai genitori il dovere ed il diritto di educare ed istruire i figli, quando non ne avessero le capacità, o non volessero esercitarle, interviene lo Stato perché tali compiti siano assolti. Quindi la prima battuta è dei genitori.

I servizi scolastici, sia per organizzazione fisica che per un certo senso di autoreferenzialità, per scarsità di risorse, per incapacità di dar corso alle cospicue energie disponibili e per altri motivi ancora, si trovano nella innegabile impossibilità di concretizzare le indicazioni contenute nel documento. Gli stessi servizi scolastici in non pochi casi hanno vissuto e vivono il rapporto con le famiglie in termini formalistici e distaccati, per la verità non essendo stimolati d’altra parte più di tanto ad arricchire il loro atteggiamento.

Attualmente non c’è un rapporto necessario e sufficiente tra famiglia e servizi scolastici; spesso il contatto è teso, se non violento; solo il distanziamento sociale da coronavirus ha interrotto una sequenza di fatti in preoccupante escalation.

Con questi ed altri presupposti, le bellissime indicazioni MIUR non possono attuarsi e diventare moderna e civile realtà.

Alcuni frammenti di questo prezioso materiale sono rinvenibili tra i vari provvedimenti adottati dalla ministra Azzolina ma questi non sono ancora in grado di costituirsi in un organismo operante.

Tra le scelte che la Ministra ha fatto compaiono riferimenti suscettibili di sviluppi positivi: la scuola anche fuori dalla scuola, la ripresa di un’accezione moderna del concetto di valutazione ad esempio. Sono segnali da accogliere con interesse e con l’impegno di svilupparne le potenzialità. Se si potenzia la disponibilità al dialogo tra i soggetti, ministra Azzolina e vice ministra Ascani, famiglie, insegnati, dirigenti, una via d’uscita da questo marasma, esiste.

Noi famiglie in istruzione parentale, pur nella ingiustificata e insufficiente considerazione in cui siamo tenuti, possiamo testimoniare la virtuosità di percorsi educativi e di apprendimento, in cui una nuova commisurazione dei ruoli soprattutto di famiglia e servizi scolastici ha portato a risultati importanti.

Il coronavirus ha accelerato l’avvicinamento della fine di un sistema ed ha introdotto i primi movimenti lenti e difficoltosi di una metamorfosi che in tempi non necessariamente lunghi andrà a compimento.

Non poche famiglie stanno vivendo con estremo disagio e preoccupazione il ritorno a scuola a settembre, per questo stanno pensando di non mandare i propri figli a scuola fra due mesi e di intraprendere invece un percorso di istruzione parentale.

Potrà essere un’occasione importante da vivere per le sue potenzialità più che con le preoccupazioni prodotte da un retaggio di consuetudini non ravvivate, ingabbianti e ad onor del vero fallimentari.

Non si tratta ora di progettare nuovi scenari da portare alla ribalta solo perché sono “nuovi” e tecnologicamente scintillanti, ma di immaginarne uno nuovo e “moderno” che, ricomprendendo la complessità della storia e della contemporaneità, crei le condizioni per un equilibrato sviluppo delle nuove generazioni.

Per vivere il presente ed il futuro saranno necessarie competenze umane, in senso pieno e articolato, ben più sviluppate di quanto non stiamo consentendo di sviluppare nei nostri giovani.

Per questo servirà più studio, più vita; per queste finalità il “ritorno alla normalità” del sistema dell’istruzione è gravemente inadeguato.

Valutare il livello di inclusione in una scuola, l’auto-analisi: questionari da scaricare gratuitamente

da Orizzontescuola

di Antonio Fundaro

Valutare il livello di inclusione percepito in una scuola, mediante la somministrazione dei questionari dell’INDEX, strumento destinato alle istituzioni scolastiche che hanno come obiettivo la trasformazione della loro cultura e delle loro pratiche, è necessario e indifferibile per arrivare a essere delle scuole davvero per tutti.

L’attenzione deve essere posta su tutti gli alunni della scuola.

Infatti, il termine inclusione non si limita agli alunni disabili oppure agli alunni con bisogni educativi speciali, ma prende in carico l’insieme delle differenze.

In questa dimensione il concetto normativo viene superato per recuperare l’insieme delle espressioni e delle potenzialità di tutti.

Il processo di autoanalisi

Il processo di autoanalisi di un’istituzione scolastica ha l’obiettivo di ridurre le barriere all’apprendimento e la partecipazione degli studenti, monitorando la propria adeguatezza rispetto al modello inclusivo stesso: in questa direzione l’analisi attraverso gli indicatori mira a sostenere lo sviluppo inclusivo delle scuole, mettendo l’accento sui valori e sulle condizioni dell’insegnamento e dell’apprendimento, come si legge nella “Sintesi dei risultati dei questionari di autovalutazione del livello di inclusione scolastica percepito nell’Istituto” dell’Istituto Comprensivo Usini-Uri, diretto dal dirigente scolastico prof. Luciano Sanna.

Non dimentichiamoci, assolutamente, che i passaggi importanti del lavoro coi questionari sono:

  • A chi somministrare: insegnanti, alunni e genitori?
  • Adattamento dei questionari;
  • Come somministrare? -In presenza/a distanza; in situazione “ad hoc” o generica;
  • Analisi dei dati

Il coinvolgimento degli alunni

Questi sono inseriti in una prospettiva di coinvolgimento attivo degli alunni in un processo che mette in relazione le conoscenze formali con quelle personali ed esperienziali.

L’Index for inclusion (Indice per l’inclusione), proposta realizzata da Tony Booth e Mel Ainscow (2002) per il Centre for Studies on Inclusive Education, rappresenta uno dei primi tentativi operativi di caratterizzare il concetto di inclusione all’interno delle strutture scolastiche. Frutto di tre anni di lavoro condotto da un gruppo di insegnanti, genitori, dirigenti, amministratori locali, ricercatori e rappresentanti delle organizzazioni disabili, lo strumento è destinato alle istituzioni scolastiche che hanno come obiettivo la trasformazione della loro cultura e delle loro pratiche per essere la scuola di tutti.

L’Index for inclusion e i quattro componenti

L’indice è costruito attorno a quattro componenti:

  • i concetti chiave che permettono di avere punti teorici di riferimento in grado di sostenere il senso dell’autoanalisi
  • le dimensioni e le sezioni che permettono di organizzare e strutturare l’approccio alla valutazione e allo sviluppo della scuola
  • gli indicatori con domande che consentono un’analisi dettagliata dei vari aspetti che definiscono l’inclusione
  • il processo inclusivo che orienta il percorso di analisi, pianificazione e messa in atto delle decisioni.

Inclusione scolastica è

Prima di procede sulla modalità di monitoraggio dell’inclusione è necessario fissare meglio su quai indicatori costruire il monitoraggio.

Partiamo, dunque, banalmente, ma non troppo, ribadendo che con il monitoraggio dobbiamo verificare se l’inclusione scolastica sia davvero:

  • valorizzare in modo equo tutti gli alunni, le loro famiglie e il gruppo docente; • accrescere la partecipazione degli alunni—e ridurre la loro esclusione;
  • riformare la scuola affinché risponda alle diversità degli alunni;
  • apprendere, attraverso tentativi, a superare gli ostacoli all’accesso e alla partecipazione di particolari alunni, attuando cambiamenti che portino beneficio a tutti gli alunni;
  • migliorare la scuola sia in funzione del gruppo docente che degli alunni;
  • enfatizzare il ruolo della scuola nel costruire comunità e promuovere valori, oltre che nel migliorare i risultati formativi;
  • promuovere il sostegno reciproco tra scuola e comunità.

L’Inghilterra e la scuola per tutti, e l’Italia?

Index per l’inclusione trae origine dal modello sociale di disabilità.

In Inghilterra c’è una decisa critica alle scuole speciali e una seria ed impegnativa battaglia, culturale, per assicurare, agli alunni e alla società, scuole per tutti.

L’Italia detiene, anch’essa, un modello che si orienta verso l’inclusione di tutti gli alunni.

Con questi obiettivi comuni, però:

  • piena partecipazione;
  • massimo apprendimento possibile ma per un gruppo di alunni diverso.

I due concetti si arricchiscono l’uno con l’altro:

  • inclusione porta l’attenzione sul contesto, i suoi ostacoli e i suoi facilitatori;
  • buone prassi di integrazione sono necessarie per una buona inclusione (lettura dei bisogni, metodologie specifiche, gestione della classe eterogenea, collaborazione extrascuola).

Considerazioni

La scuola italiana è complessivamente inclusiva. Realtà della quale tutte le forme di sostegno sono abbastanza coordinate. Questo emerge dai dati dei numerosi piani di miglioramento visionabili.

Alcuni dati ci inducono però ad alcune riflessioni:

  • Il sentirsi «comunità» decresce nei vari ordini di scuola;
  • Le aspettative riposte nei confronti della Scuola da parte delle famiglie vengono in parte disattese alla fine dell’iter scolastico;
  • La motivazione alla partecipazione scolastica da parte egli alunni diminuisce toccando minimi risultati alla conclusione delle classi terminali (fine primo e fine secondo ciclo);
  • Una buona percentuale di docenti non attribuisce alla formazione un ruolo importante per affrontare le diversità degli alunni.

Cosa servirebbe? Quali proposte?

Necessità, immediatamente, rafforzare l’identità inclusiva della Scuola in quanto come afferma Bruner «L’apprendimento è come un attaccapanni: se non si trova il gancio a cui appendere il cappotto, questo cade a terra». Questo attaccapanni e lo strumento che serve. Ma per funzionare dobbiamo, necessariamente, affrontare, in sinergia con gli Enti del territorio e le famiglie, in modo trasversale e pluridisciplinare, alcune tematiche come:

Educazione alla cittadinanza, alla pace e alla convivenza civile per prevenire forme di isolamento e bullismo;

Educazione alla salute e all’ affettività intesa come «star bene a scuola», per prevenire ogni forma di discriminazione, anche di genere e di rispetto del «diverso»;

Educazione ambientale per rafforzare il senso di appartenenza al territorio e alla comunità;

Educazione a un corretto uso delle nuove tecnologie.

Perché, come dice Edgar Morin nell’incertezza della vita, voi docenti avete una missione da affrontare: aiutare gli allievi a imparare a vivere. La conoscenza fine a sé, infatti, non serve, deve invece servire per vivere».

Le fasi del processo di autovalutazione e automiglioramento

Le fasi del processo di autovalutazione e automiglioramento, proposti dalla Libera Università di Bolzano, prevedono le seguenti 5 fasi:

Fase 1: cominciare

Decidere di cominciare Importante condividere:

  • idea di inclusione
  • indicazioni pratiche sul lavoro passaggio formale nel Collegio Docenti si rivela come fondamentale.

Fase 2: autovalutazione

Gli indicatori di Index divengono il contenuto di strumento per l’autovalutazione che raccolgono dati sulla percezione sull’inclusione dei membri della comunità scolastica.

Fase 3: progettare priorità e strategie

La cosa più importante è non temere di compiere scelte e, quindi, di limitare le tematiche rilevanti emerse nell’autovalutazione.

Criteri per la scelta:

– forza della tematica

– diffusione della tematica

– rilevanza della tematica nel contesto.

La cosa più importante è che queste siano realizzabili.

Caratteristiche importanti: Concretezza; Economia e fattibilità in un tempo definito.

Fase 4: realizzare priorità

Mantenere l’attenzione sulle priorità e la motivazione per la realizzazione delle strategie;

Avere una pianificazione chiara e dettagliata e informare tutte le persone coinvolte;

Valutazione in itinere.

Fase 5: revisione del sso

Analisi della documentazione attraverso:

• Questionari di autovalutazione con aggiunta di alcune domande • Interviste e interviste di gruppo con gli insegnanti • Colloqui con le classi di alunni.

I questionari

I questionari sono anonimi, le informazioni che forniscono sono utilizzate nel massimo rispetto della privacy e analizzate solo in forma aggregata, quindi come statistiche. Le risposte sono completamente riservate e coperte dal segreto statistico, ai sensi del DL n. 196/2003 “Codice in materia di protezione dei dati personali”. I questionari sono stati somministrati, in formato digitale, a tutte le componenti della Scuola: Alunni, Docenti, Genitori e Personale ATA. Le informazioni scaturite dall’analisi dei risultati saranno elementi fondamentali da considerare nella revisione del RAV e nella conseguente proposta di miglioramento.

Questionario Valutazione Inclusione LdA

Questionario Valutazione Inclusione LdA docenti

Questionario Valutazione Inclusione LdA ALUNNI PRIMARIA

Questionario Valutazione Inclusione LdA GENITORI INFANZIA

Questionario Valutazione Inclusione LdA GENITORI PRIMARIA E SECONDARIA

Alunni disabili reiscritti alla stessa classe. Forse l’inclusione sta facendo passi indietro

da La Tecnica della Scuola

Per il prossimo anno scolastico gli alunni disabili, su richiesta della famiglia, potranno essere reiscritti alla stessa classe frequentata quest’anno: lo prevede una norma inserita nella legge di conversione del decreto scuola; per la verità la reiscrizione non sarà automatica in quanto sulla richiesta dei genitori si dovranno esprimere anche il consiglio di classe interessato e il Gruppo di lavoro per l’inclusione.

La disposizione, fortemente richiesta dalle associazioni delle famiglie, non è però condivisa da tutti.
Per capire meglio la questione ne parliamo con Raffaele Iosa, già dirigente tecnico del Ministero e da sempre attento studioso dei problemi dell’inclusione.

Cosa ne pensa, ispettore?

E’ uno dei numerosi passi indietro dell’ultimo decennio, e non è solo un fatto di carattere normativo, è un fatto sociale culturale che ha a che fare anche con il fatto che purtroppo molto spesso l’inclusione è stata sostituita da pratiche di isolazionismo.

Cosa vuole dire?

Coloro che sono contrari alla possibilità di far ripetere l’anno all’alunno disabile sostengono che questa soluzione è sbagliata perché in tal modo l’alunno disabile perde i propri compagni e il proprio gruppo di riferimento. Magari le cose stessero così.
In realtà ci sono ormai migliaia e migliaia di ragazzini disabili che hanno rapporti occasionali e precari con i propri compagni perché, occorre dirlo, non basta mettere il ragazzino disabile nel banco a fianco di un altro alunno per fare inclusione.
Va anche detto che purtroppo si sta sempre più tornando ad una sorta di “pedagogia speciale” indotta anche dall’idea di “curare”:  in atto ormai da tempo una sorta di medicalizzazione della disabilità ma anche di altre forme di “diversità” (DSA, BES e così via).
Stiamo abbandonando il principio di Don Milani (“i care”, cioè “mi prendo cura”) per passare a quello del “ti curo”.

Però le famiglie qualche ragione ce l’hanno, o no?

Certo che sì. Le famiglie si trovano spesso di fronte a situazioni difficili con insegnanti di sostegno che cambiano spesso, talora anche ogni anno e quindi è comprensibile che pensino che il male minore è ancora quello di dare più tempo al figlio disabile.
Nel passaggio dall’ultimo anno della “media” alla scuola “superiore” ci sono angoscia e paura del cambiamento e questo, paradossalmente, si accentua nei casi in cui la scuola media ha fatto un buon lavoro.
Nella secondaria di secondo grado emerge un altro problema molto serio perché è la fase in cui il ragazzo entra nella vita adulta e le paure delle famiglie sono alimentate anche dal fatto che non sempre il territorio è in grado di offrire i servizi necessari.

Come si esce da questi problemi ?

Io credo che la questione sia più generale: fino a che avremo un sistema che alla fine di ciascun anno prevede due sole uscite (promosso o bocciato) non se ne uscirà. Dobbiamo pensare ad un modello scolastico diverso per tutti.
Per i disabili, e soprattutto per i più gravi, vanno pensati e approntati progetti a lungo termine che vadano al di là dei confini scolastici.

Classi pollaio, Azzolina: per cancellarle useremo il Recovery fund dell’Ue. Ma per settembre non si farà in tempo

da La Tecnica della Scuola

“Per ridurre il numero di alunni nelle classi servono fondi e tempo: per farlo utilizzeremo il Recovery fund”, il fondo di centinaia di miliardi di euro che l’Unione europea metterà a disposizione dei paesi membri: a dirlo è stata la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, intervenendo il 20 giugno a “RipartelItalia”, tour online organizzato dal Movimento 5 Stelle che ha fatto tappa in Calabria.

“Ritornare sui banchi per l’esame è stata la scelta migliore”, ha ribadito la titolare del Mi, anche se “la didattica a distanza è stato un metodo nuovo che potrà continuare ad essere utilizzato in classe, dove si torna a settembre”.

A proposito della dispersione di alunni, Azzolina ha detto che “non possiamo permetterci di perdere persone per strada anche perché il rischio è quello di finire nelle mani della criminalità organizzata e in questo la scuola ha un ruolo fondamentale. Avevo ricevuto sulla pagina Fb una richiesta da una famiglia calabrese per una bambina disabile per un tablet ed un montascala a cui abbiamo provveduto, sarebbe stata un caso di dispersione”.

Basta con le classi numerose

“Per questo abbiamo creato al Miur un fondo che risponda a tutte le richieste di aiuto che arrivano dalle regioni del Sud perché ogni richiesta inevasa è un rischio di dispersione scolastica. La stessa attenzione sarà data alle classi pollaio che il Covid ha evidenziato”: l’obiettivo, quindi, è insistere sulla riduzione del numero di alunni per classe. Con i fondi, i 170 miliardi relativi al Recovery fund, che l’Unione europea metterà a disposizione proprio per la ripresa, anche della scuola, dopo il Covid-19.

Utilizzando i fondi dell’Unione europea, ovviamente una parte, si potrebbe quindi realizzare quel disegno di legge sulla cancellazione delle classi pollaio (con punte di 34 alunni raggruppati, anche in vista del prossimo anno scolastico) e sulla riduzione del numero massimo (non oltre 22-23) che il M5S ha presentato da tempo alla Camera (quando Azzolina era sottosegretario all’Istruzione), il quale si è però arenato nelle commissioni parlamentari per mancanza di finanziamenti pubblici adeguati.

Tempi stretti

I tempi per vedere realizzata la riduzione di alunni già a settembre sono però troppo ridotti. Se ne sono accorte anche le Regioni, che ora chiedono rassicurazioni e non a caso hanno fatto rinviare di una settimana la pubblicazione delle Linee Guida per la ripresa delle lezioni: chiedono garanzie sugli spazi, innanzitutto, visto che lo sdoppiamento delle classi numerose sarà scontato. E anche un numero maggiore di docenti e Ata.

Bonaccini: servono edifici adatti

“Vogliamo che riapra a settembre, in presenza in aula, e che il Governo avvii un massiccio piano di investimenti pluriennale sulle strutture scolastiche e il personale, docente e non”, ha detto presidente emiliano-romagnolo e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, parlando a Misano Adriatico, dove si è svolto un appuntamento con protagonisti gli alunni di tre classi della quinta elementare per la consegna del diploma di fine scuola.

“Guardare questi bambini e queste bambine – ha detto Bonaccini – è vedere sì il nostro presente ma, soprattutto, il nostro futuro e questo ci impegna nella costruzione di un mondo capace in primo luogo di accoglierli, secondo i loro talenti e le loro inclinazioni, stimolando la loro creatività e intelligenza. Per questo è importante anche avere edifici scolastici adatti, confortevoli e sicuri”.

Grieco: tenere conto pure del parere degli scienziati

Le Regioni stanno comunque facendo la loro parte per consentire alle scuole una riapertura in sicurezza: lo ha ribadito l’assessore toscano Cristina Grieco, coordinatrice della Commissione istruzione formazione e lavoro della Conferenza delle Regioni, annunciando che nella riunione straordinaria del 25 giugno, programmata dal ministro Francesco Boccia, bisognerà definire la “riorganizzazione delle attività e la formazione delle classi in tempo utile”.

“Le Regioni, come è noto – ha proseguito Cristina Grieco – hanno presentato già alcune prime proposte che saranno ulteriormente valutate, anche alla luce delle indicazioni che proverranno dal mondo scientifico, e su cui è già in corso un confronto proficuo con il ministero”.

Nella scuola del futuro più poteri ai dirigenti scolastici?

da La Tecnica della Scuola

Nel lungo periodo del lockdown ci siamo posti tante volte la domanda” come ne usciremo?”. Ne usciremo migliori o tutto tornerà come prima?

Dietro all’onda dell’”andrà tutto bene” che ci ha sorretto moralmente ed ha unito gli italiani come succede solo durante le partite della Nazionale di calcio, ognuno di noi ha lasciato nella propria testa dubbi, incertezze, paure.

Qualcuno ne è uscito senza lavoro, altri con la cassa integrazione, altri con lo smartworking.

Gli studenti hanno chiuso l’anno scolastico salutando virtualmente compagni e professori, pieni di speranza di sedersi a settembre su quei banchi che tanto sono mancati in questi mesi.

E’ difficile togliere i dubbi nella loro testa visto che la scuola resta un terreno in cui le incognite continuano a superare gli aspetti noti.

Nel frattempo, in queste settimane che hanno accompagnato alla conclusione l’anno scolastico, si sono accese discussioni sulla scuola che verrà.

Da una parte abbiamo visto i docenti cimentarsi con le implicazioni di tipo burocratico delle Ordinanze ministeriali sugli esami di stato e sulla valutazione degli studenti, dall’altra le Camere hanno affannosamente convertito in legge il Decreto sulla scuola. Tutto questo mentre studenti e genitori hanno riconquistato le piazze per ribadire la necessità e l’importanza di tornare dentro le aule magari con un modello di scuola nuovo, diverso che tenga conto anche dell’esperienza appena conclusa.

Di quali trasformazioni possiamo parlare? L’articolata riflessione prodotta dall’ala più oltranzista tra le organizzazioni di categoria dei dirigenti scolastici sottolinea la necessità di apportare profonde modifiche all’assetto complessivo del sistema d’istruzione, come si legge dall’ ANP (l’associazione nazionale Presidi)

Gli assi portanti della proposta dell’ANP sono l’ennesima riproposizione della concezione manageriale del governo delle scuole, la richiesta di abbattere le rigidità che rendono vane le capacità di gestione dei dirigenti e l’appello a riformulare i curricoli puntando al superamento dei saperi disciplinari in nome delle “competenze”. Una sorta di aggiornamento della “governance” delle scuole cioè delle competenze degli organi collegiali ferme alle disposizioni legislative del lontano 1974. Negli ultimi mesi si è parlato invece di riporre nelle mani dei dirigenti scolastici compiti inediti, con la ministra Azzolina a investire i presidi del ruolo di “comandanti della nave

Nelle conclusioni del proprio documento i presidi dell’ANP rivendicano apertamente la “valorizzazione del ruolo dei dirigenti scolastici in materia di scelte organizzative e gestionali, sull’esempio di quanto avvenuto durante la fase emergenziale “Aggiungendo inoltre che devono essere eliminati i vincoli burocratici e gli ostacoli organizzativi che impediscono ai dirigenti di assumere con la dovuta celerità le decisioni inerenti alla gestione delle risorse umane, economiche e logistiche.

In sostanza la logica che c’è dietro questo ragionamento è che lo stato di emergenza ha dimostrato che le scuole funzionano in maniera efficiente se le catene al comando che le governano sono corte e senza intoppi burocratici lungo il percorso. Da qui anche la richiesta dell’introduzione di una nuova figura, quella del “Middle management” cioè la figura di docenti che fungano da “quadri intermedi” in grado di collaborare e supportare il preside nel governo della scuola, secondo i più comuni modelli aziendali.