Ausili per la didattica inclusiva

Da oggi la Direzione generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico rende disponibili due nuovi strumenti

La Direzione generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico rende disponibili due nuovi strumenti, concepiti per favorire l’acquisto e l’uso di tecnologie assistive e sussidi didattici appropriati ed efficaci per alunni con disabilità.

La Piattaforma “Anagrafe Nazionale degli Strumenti e degli Ausili Didattici”  è utile a tutti gli attori del processo di acquisto e gestione degli ausili didattici. Consente di digitalizzare le procedure giuridico amministrative necessarie per pubblicare i bandi, presentare i progetti e utilizzare gli ausili acquistati. Gli utenti (USR, CTS, scuole) hanno a disposizione un servizio di assistenza tecnica per ricevere supporto in fase di inserimento delle domande. 

Il Portale e-learning “Gli snodi dell’inclusione”, accessibile da qualsiasi operatore in possesso di credenziali SIDI, offre a tutto il personale scolastico un percorso completo e dettagliato per orientare l’intero processo, dalla definizione del fabbisogno dello studente con disabilità, alla scelta dell’ausilio più idoneo per la didattica inclusiva, alle modalità per una corretta ed efficace partecipazione ai bandi di acquisizione degli ausili didattici.

Della DAD ed altre amenità

Della DAD ed altre amenità

di Maurizio Tiriticco

La fatica dell’insegnante! E’ bello dire oggi, in forza delle aule scolastiche deserte, che tutto si può insegnare a distanza. E che si tratta, quindi, di una bella esperienza anche per la scuola di domani, quando questo corona virus sarà un ricordo lontano. La DAD! Che bella invenzione! Facciamo tutto da casa! Insegnanti ed alunni. Oggi è possibile, ma grazie alle TIC più avanzate! Qualche decina di anni fa, invece… potevi attaccarti solo al telefono! E non c’era in tutte le famiglie!

Oggi nella scuola in presenza il rapporto interpersonale docente/alunni, o meglio docente/alunno x, y, z, ecc. non è sempre semplice da gestire da parte di un insegnante. Il che comporta una serie di fatiche. Pensiamo al fatto che un gruppo/classe di alunni – ma in effetti qualsiasi gruppo di persone – vede sempre il costituirsi di un mix di molteplici relazioni/interazioni. Pensiamo ad una classe di 20 alunni, cioè di 20 soggetti. In effetti ciò che conta non sono tanto le persone, VISIBILI; quanto le relazioni che intercorrono tra loro, INVISIBILI. in un gruppo di venti persone o alunni, le interazioni sono 20 x 19 = 380. Non lo dico io: lo dice la sociometria, la disciplina inventata dallo psichiatra rumeno Jacob Levi Moreno (1889-1974). Stando alla ricerca sociometrica, due membri (una coppia, o meglio una diade) attivano due relazioni; tre membri ne attivano sei; quattro membri ne attivano dodici! Pertanto, il numero dei membri del gruppo moltiplicato per lo stesso numero meno uno ci dà il cosiddetto “coefficiente relazionale”. Ne consegue che, per un insegnante, attivare, motivare, controllare, dirigere, valutare ed altro ancora, 20 alunni, di fatto equivale a dover gestire un insieme di 380 relazioni! Ed il che non è affatto una cosa semplice. Difficile in un’aula in presenza, ancora più difficile… nell’aria, in un’aula a distanza!

Comunque, non sarei così preoccupato, tanto meno adirato, nei confronti del “nuovo che avanza”, come si suol dire! Il problema è l’utilizzo che se ne fa. La polvere da sparo ha permesso l’invenzione del fucile, per sparare ed uccidere, appunto, ma ci ha anche consentito di scavare gallerie. Non puoi rinunciare al telefono per il pericolo che l’innamorato respinto ti chiami notte e giorno all’infinito! Per certi versi anche il buon Marshall McLuhan ci ha messo in guardia dal fatto che, con una incontrollata proliferazione delle TIC, il mezzo può anche diventare il messaggio… qualunque messaggio, anche il più scellerato. E che dire di Umberto Eco, che ha ironizzato in modo paritario – potremmo dire – sia nei confronti degli apocalittici che degli integrati? Per non riandare a Platone, che temeva che la scrittura irrigidisse la mobilità e la ricchezza del pensiero.

E, se un certo Gutenberg non avesse inventato la stampa a caratteri mobili, la Bibbia non avrebbe inondato tutti i Paesi del mondo! E dopo la Bibbia furono stampati tanti tanti altri libri, belli e brutti! Il che preoccupò non poco la Chiesa, che volle creare l’”Indice dei libri proibiti”! Vade retro satana! In effetti poi un certo Comenius, grazie alla stampa,pubblicò il primo sillabario, quel gigantesco album a fumetti – scusatemi il paragone un po’ casereccio – intitolato, appunto, “Orbis Pictus”, il mondo ad immagini! Menomale che esiste la stampa! Pensiamoci! Oggi come farebbero i nostri alunni a leggere l’incipit della Commedia? O la “preghiera alla Vergine”? O gli odiati “Promessi Sposi”? Ed io non avrei mai potrei leggere ieri “Le Ricordanze” o i fumetti dell’Uomo Mascherato, di Flash Gordon, di Mandrake. Parole e immagini! Sì quei fumetti che mia madre mi sequestrava puntualmente per tutte le ragioni che si possono immaginare! Solo i romanzi di Salgari e di Verne erano ammessi, ovviamente oltre alla pesantissima antologia e agli altri testi scolastici. Comunque, sempre evviva la stampa! La libera stampa! Che non tutti i Paesi conoscono! Oggi non potrei leggere “la Repubblica”! E neppure Martin Mystère! E Dylan Dog! E, per andare sul classico: Tex!

Ed oggi c’è la DAD! La possibilità di integrare il nostro lavoro di insegnanti con strumenti “altri”! La lavagna di ardesia l’ho utilizzata a iosa da alunno e da insegnante! La Lim mi è mancata! Peccato! Non vado oltre, altrimenti non mi leggete! Dico soltanto che lo strumento conta e serve per l’uso che ne sai fare! Non puoi rinunciare all’automobile per la paura di provocare un incidente! L’importante è saperla guidare.

Insomma, le poste in gioco sono sempre importanti.Riassumo il mio pensiero. La DAD è sempre esistita nella nostra scuola, e non ce ne siamo mai accorti: i “compiti per casa”!!! La quale potrebbe essere produttivamente sostituita dalla “didattica laboratoriale”: o meglio, in forza della DIP, “tutta la didattica in presenza in aula”. Il web e un corretto uso del pc consente oggi forme di apprendimento più produttive. In altri termini, OGGI in molte scuole c’è il cosiddetto laboratorio di informatica! E’ auspicabile che nelle nostre aule ogni alunno possa disporre di un PC. Non penso, ovviamente, ai primi anni dell’istruzione primaria, quando il nostro alunno deve imparare a leggere, scrivere e far di conto, ovviamente con le sue manine. Sapete meglio di me quali rapporti corrono tra cervello, occhio, mano, ai fini di un corretto e produttivo sviluppo/crescita ed uso degli strumenti!

Ed i primi e i più elementari strumenti, ai fini della costruzione di un rapporto efficace e produttivo, sono la carta/matita/pennarello! Quei disegni che sono spia – per chi li sa leggere – dei primi tratti fondanti della sua personalità, delle sue ansie e delle sue aspettative, delle sue paure e delle sue gioie! Mi piace ricordare che Anna Oiliverio Ferraris ha scritto in proposito un bel libro per la Bollati Boringhjeri, dal titolo “Il significato del disegno infantile”. Insomma, i bambini “parlano” sempre e comunque. Siamo noi adulti che, una volta cresciuti, ci siamo dimenticati quel linguaggio!

Ed è grave! Soprattutto per i nuovi genitori e per gli inseganti delle basse fasce di età.

BONUS MERITO SIA ASSEGNATO SOLO AI DOCENTI

BONUS MERITO SIA ASSEGNATO SOLO AI DOCENTI, APPELLO ALLE RSU

La Gilda degli Insegnanti lancia un appello alle Rsu docenti affinché non firmino le contrattazioni di istituto che assegnano i fondi del bonus merito a tutti i lavoratori della scuola. “Con questa iniziativa – spiega il sindacato – intendiamo ribadire la specificità e la centralità della professione docente che non può essere assimilata a mere funzioni impiegatizie. Pur se nell’ambito della contrattazione d’istituto, dunque, le somme che la legge 107/2015 aveva previsto per il bonus merito devono essere comunque destinate ad incentivare le attività degli insegnanti e non distribuite a tutto il personale scolastico. Il bonus, infatti, non è erogato con criteri uguali in tutte le scuole: non stiamo parlando dei differenti criteri del vecchio Comitato di valutazione, ma dell’inedita distribuzione fra docenti e Ata di questa risorsa, stanziata, occorre ricordarlo, per la valorizzazione dei docenti”.

“Assegnare le risorse del merito confluite nel Fis a tutto il personale scolastico significa far venire meno anche il riconoscimento della didattica a distanza e di tutte le difficoltà che ha comportato. In tal senso, riteniamo ingiusto che il cosiddetto ‘lavoro agile’ sia riconosciuto come modalità di prestazione del servizio soltanto al personale amministrativo e non anche agli insegnanti che, grazie al loro impegno e alla loro professionalità, hanno continuato a garantire il diritto all’istruzione ai loro alunni”. 

Una guida anti-panico a un esame ricco di novità

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

Il conto alla rovescia è iniziato. Tra 8 giorni, alle 8.30 di mercoledì 17 giugno, partirà la maturità 2020. Per un esame di Stato che, complice la pandemia in atto, sarà ricco di “prime volte”. Per tutti.

Lo sarà innanzitutto per i 515mila maturandi italiani – inclusi i 17mila privatisti che dal 10 luglio svolgeranno la prova preliminare in attesa di essere riconvocati per la sessione suppletiva di settembre – che torneranno in classe dopo 3 mesi e più di lezioni a distanza. Quest’anno, infatti, non ci saranno prove scritte. Niente fascicolo telematico, tracce e “cartuccera” anti-panico, dunque. L’esame sarà esclusivamente orale e, come vedremo ampiamente nelle pagine seguenti, si articolerà in 5 step. Tuttavia, lo scritto non scomparirà del tutto visto che si partirà dalla discussione dell’elaborato che i candidati dovranno inviare via e-mail entro il 13 giugno sulla base della traccia già concordata con il proprio prof della materia di indirizzo (Greco/Latino al Classico o Matematica/Fisica allo Scientifico) entro il 1° giugno .

La maturità 2020 sarà ricca di prime volte anche per gli insegnanti che ne hanno avuto un assaggio nelle scorse settimane. Il tradizionale “documento del 15 maggio”, con cui il Consiglio di classe traccia i binari entro cui la commissione poi svolge i colloqui, stavolta è arrivato entro il 30. Commissione – ed è un’altra novità di rilievo rispetto all’anno scorso – che sarà composta da 6 membri interni più il presidente esterno a cavallo tra due commissioni.

Luci puntate infine sui dirigenti scolastici che dovranno rendere le loro scuole “sicure” in vista della riapertura per la maturità, raccogliendo le indicazioni contenute in un protocollo siglato da ministero e sindacati. Tra obbligo di mascherina, sanificazione dei locali e misure anti-assembramento fuori e dentro gli edifici scolastici l’esame ormai prossimo si annuncia uno stress test anche per loro, soprattutto in vista della riapertura di settembre. Da qui la scelta del Sole 24 ore ha dedicare una guida di 72 pagine a un momento così importante per l’intero mondo della scuola. Con un occhio di riguardo per i ragazzi di quinta. Nella speranza di aiutarli a frenare l’emozione tipica della prima volta. Specialmente adesso che in un’ora di colloquio si giocheranno 5 anni di superiori.

Ritorno in classe per 515mila studenti italiani

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

L’attesa per i 515.864 maturandi 2020 sta per terminare. Entro sabato, 13 giugno, gli studenti dovranno trasmettere, per posta elettronica, l’elaborato su un argomento (concordato) delle discipline di indirizzo assegnato loro dai docenti delle stesse discipline, entro lo scorso 1° giugno. Poi, il 17 giugno, alle ore 8,30, prenderà il via l’esame di Stato, nella modalità, quest’anno straordinaria, del solo orale in presenza della durata indicativa di un’ora.

L’ordinanza ministeriale

A cancellare, con un tratto di penna, i canonici primi due scritti della maturità (italiano, e poi materie d’indirizzo), è stata l’ordinanza, firmata a metà maggio dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, con le ultime indicazioni a famiglie, studenti e docenti sulle prove finali delle scuole secondarie superiori. Sulla base di uno dei due scenari delineati dal decreto Scuola. L’altro, prontamente abbandonato perché prevedeva il ritorno in classe entro il 18 maggio, prevedeva la possibilità di eliminare una delle tre prove previste originariamente (primo scritto d’italiano, secondo prova d’indirizzo e poi l’orale). Invece a causa dell’emergenza coronavirus – che prolungherà fino alla fine dell’anno scolastico lo stop (sancito in tutta Italia il 4 marzo) alla didattica in presenza per lasciare spazio a quella a distanza – quest’anno ci si limiterà al solo colloquio. Con un’opzione b ancora sul tavolo: il colloquio – che assegnerà 40 punti su 100 (mentre gli altri 60 arriveranno dal curriculum degli ultimi tre anni) – potrebbe essere svolto a distanza qualora la situazione sanitaria dovesse riaggravarsi e non consentire di svolgere l’esame in presenza. Il colloquio, cioè, sarebbe sostenuto in videoconferenza o in altra modalità telematica sincrona.

Un’altra novità della maturità 2020 è la composizione delle commissioni d’esame: dopo aver sperimentato negli ultimi anni una presenza mista (3 membri interni e 3 esterni), stavolta i maturandi si troveranno davanti 6 professori interni. Più il presidente che era e resta esterno. Una scelta su cui ha pesato sia la pandemia in atto, sia la volontà di semplificare il compito agli studenti dopo settimane piuttosto difficili. Come testimonia anche l’ammissione per tutti d’ufficio.

L’orale di un’ora e in 5 step

La cifra della maturità 2020 è la prova orale, di un’ora, dove si valuterà la preparazione accumulata dallo studente nei cinque anni di scuola. Punto di partenza sarà la materia d’indirizzo, al liceo scientifico Matematica/Fisica mentre al Classico Greco/Latino, sulla base dell’elaborato svolto dagli studenti e che verrà discusso, in classe e di persona, il giorno dell’esame.

Per gli studenti dei licei musicali e coreutici, la discussione andrà integrata con una performance individuale, a scelta del candidato, della durata massima di 10 minuti. Per i licei coreutici, il consiglio di classe, sentito lo studente, valuterà l’opportunità di far svolgere la prova performativa individuale, ove ricorrano le condizioni di sicurezza e di forma fisica dei maturandi.

Anche lo step successivo nasce dall’esigenza di recuperare un altro argomento su cui doveva tenersi lo scritto: l’italiano. Ai ragazzi, in sede di colloquio, verrà sottoposto un testo (una poesia, uno stralcio di un romanzo, un saggio) studiato durante l’anno e contenuto nell’elenco indicato dal consiglio di classe nel documento del 15 maggio (quest’anno compilato in via eccezionale entro il 30 maggio).

Dopo averlo analizzato il ragazzo passerà alla terza parte dell’orale che è anche quella più simile agli anni scorsi. Tranne che per l’assenza delle tre buste da cui ogni candidato doveva pescarne una. Stavolta sarà la stessa commissione a predisporre, per ogni alunno, «un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema». Con l’obiettivo di «favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline e del loro rapporto interdisciplinare». In pratica, i commissari daranno il “la” e i ragazzi dovranno fare i tradizionali collegamenti tra una materia e l’altra.

Protagonisti delle ultime due fasi del colloquio saranno l’alternanza scuola-lavoro – che da un anno e mezzo si chiama «percorsi per le competenze trasversali e orientamento (Pcto) – e l’insegnamento di Cittadinanza/Costituzione. Per la prima lo studente dovrà raccontare in che cosa è consistita l’esperienza all’esterno, finché ha potuto svolgerla, e potrà utilizzare anche un supporto multimediale. Mentre nell’ambito di Cittadinanza/Costituzione – su input della ministra Azzolina – potrebbe essere affrontata anche l’emergenza coronavirus e tutto ciò che ha comportato. La maturità si conquista con 60/100. Per la lode serve l’unanimità.

Un momento importante di passaggio all’età adulta

da Il Sole 24 Ore

di Lucia Azzolina

Gli esami di Stato si avvicinano e quest’anno saranno innegabilmente diversi. Non solo perché semplificati nelle loro regole, ma poiché arrivano dopo questi mesi così particolari che abbiamo vissuto.

Questo è stato un anno scolastico del tutto straordinario: interrotto nella sua normalità, ripreso in una modalità nuova e mai sperimentata in modo così massiccio, la didattica a distanza, concluso con prove necessariamente riviste a seguito dell’emergenza.

La pandemia non era prevedibile e ha travolto i sistemi di Istruzione di tutto il mondo, con oltre un miliardo e mezzo di ragazzi costretti a casa, senza la loro scuola, di cui oltre 8 milioni solo nel nostro Paese.

Ma abbiamo tenuto duro. E hanno tenuto duro soprattutto le studentesse e gli studenti che devono sostenere gli esami, i piccolini del primo grado e quelli che tutti chiamiamo i maturandi. Da parte dei nostri giovani, c’è stata grande resilienza. Voglio ringraziare loro, i docenti che li hanno seguiti, i genitori.

Non sono mancati i problemi, le polemiche, un po’ di spaesamento. Ma siamo rimasti uniti. E dobbiamo esserlo ancora, il virus non ha mollato del tutto la presa e a settembre potremo riaprire la scuola, tornare in aula, solo se ci sarà la collaborazione di tutti: personale della scuola, famiglie, Enti locali. Non bastano le indicazioni del Governo, del Ministero per ritornare in classe, serve fare lavoro di squadra, serve giocare tutti la stessa partita. E serve farlo da subito. Abbiamo davanti una lunga estate di lavoro, di messa a punto del sistema, a settembre dobbiamo essere pronti per accogliere famiglie e studenti.

In queste settimane, al ministero dell’Istruzione abbiamo lavorato cercando di accompagnare le scuole, prendendo decisioni impegnative. Penso alla chiusura stessa delle scuole, che ci è costata tanto, ma anche, ovviamente, alle scelte fatte sulle prove finali del primo e secondo grado. Un cambio arrivato in corso d’anno, mi rendo conto, ma inevitabile. Non era possibile prevedere l’emergenza, come non era possibile decidere tutto nelle prime settimane, quando ancora non era chiara l’evoluzione del quadro epidemiologico.

Quelle sulla scuola sono decisioni che richiedono tempi congrui per il confronto con le parti, per gli atti che servono ad applicarle.

Abbiamo fatto delle scelte, dicevamo. Per le scuole di secondo grado abbiamo semplificato molto gli esami, ma li abbiamo mantenuti. Ed era importante farlo. Per preservare l’aspetto formale di una prova che porta al conseguimento del diploma finale, ma anche quello sostanziale ed emotivo. Quando si prende questo titolo di studio si passa, infatti, all’età adulta. Quella che tutti chiamano ancora la “Maturità”è uno snodo importante della vita di ogni studente, è la conclusione di un lungo percorso fra i banchi. In questa fase da ragazze e ragazzi si diventa donne e uomini.

Non facendo l’esame avremmo privato i candidati del 2020 di un pezzo importante della loro storia scolastica. Forse avremmo raccolto anche un facile consenso. Ma in futuro, ne sono convinta, i maturandi del 2020 avrebbero guardato a questo mancato momento di passaggio con amarezza e rimpianto.

La prova orale, unica prova per quest’anno, si svolgerà, perciò, in presenza. Ovviamente in condizioni di sicurezza, grazie anche alle regole fornite dal Comitato Tecnico-Scientifico del ministero della Salute condivise con i sindacati e fornite alle scuole. Staremo vicini a dirigenti e insegnanti, rispondendo anche a eventuali dubbi pratici.

Capisco le ansie di chi vorrebbe che l’esame non si facesse, ma ci tengo a rassicurare i ragazzi: i docenti terranno conto delle difficoltà che tutti possono aver incontrato svolgendo le lezioni a distanza.

Saranno comunque esami “storici”, eccezionali, li ricorderemo negli anni. Così come ricorderemo e, forse, apprezzeremo anche di più fra qualche tempo e nel tempo, come la scuola italiana ha reagito a questa crisi. E sono convinta che saremo poi fieri di come la scuola uscirà da questa crisi. Dobbiamo darle nuovo slancio, guardando al suo futuro. A questo lavoriamo, già da settimane, al ministero dell’Istruzione. Per un Piano complessivo che consenta il rientro a settembre ma anche di immaginare una scuola nuova.

Lavoriamo anche insieme al ministero dell’Università e della Ricerca, e al ministro Gaetano Manfredi, col quale sono costantemente in contatto. Guardiamo all’avvio del nuovo anno accademico, per accogliere al meglio i ragazzi che, dopo il diploma, sceglieranno di proseguire gli studi.

A tutti voi, per la prova che state per sostenere e per le scelte che indirizzeranno la vostra vita, il mio in bocca al lupo.

Come affrontare la prova sul testo da analizzare durante il colloquio

da Il Sole 24 Ore

di Mara Ferroni*

Per affrontare efficacemente la fase b) dell’esame di Stato, occorre tenere presente che essa è intesa idealmente come sostituzione della prima prova scritta degli scorsi anni. In considerazione di ciò sarà più facile inquadrare le competenze necessarie per sostenere, come indicato dal ministero, la «discussione di un breve testo, già oggetto di studio nell’ambito dell’insegnamento di lingua e letteratura italiana durante il quinto anno e ricompreso nel documento del consiglio di classe».
Vediamo ciò che è richiesto, nello specifico, allo studente.

È necessario, innanzitutto, chiarire che cosa s’intenda col verbo “discutere”, con l’indicazione “breve testo” e con il vincolo contenuto nel riferimento al documento del consiglio di classe.

Con l’indicazione di “testo” ci si può riferire ad un brano letterario, o in prosa o in poesia, o a un brano argomentativo. Il fatto, poi, che nell’ordinanza si faccia preciso riferimento alla brevità implica che si possano sottoporre all’analisi dello studente anche porzioni di testo quali strofe di una lirica, passi significativi di romanzi o estratti di saggi argomentativi. In ogni caso, tutti i testi, di qualunque tipo o lunghezza, devono comparire nella sezione di Italiano all’interno del documento del consiglio di classe dunque devono essere conosciuti dallo studente.

Veniamo invece a cosa si intenda parlando di “discussione”: il termine è ampio nella sua applicazione pratica. Come sarà condotta, infatti, questa discussione? Da quel che è scritto, si intuisce che sarà possibile agli insegnanti guidare il dialogo con una batteria di domande poste esplicitamente sul testo a guida dello studente oppure sarà possibile lasciare al candidato stesso la facoltà di orientarsi liberamente impostando un proprio discorso.

In ogni caso, però, trattandosi di una discussione, il docente potrà intervenire per richiedere approfondimenti o argomentazioni. Qualunque sia la forma prescelta, mi piace immaginare la discussione come un dialogo. Questo, in fondo, insegniamo ai ragazzi per cinque anni, a dialogare con un’entità complessa, il testo, che va rispettata e accolta nella sua diversità, con un’alterità a cui porre domande e di cui vagliare risposte, con un io, infine, che parla, pur lontano nel tempo e con parole o stilemi suoi propri, e che, pur tuttavia, interpella il nostro presente.

Didatticamente possiamo declinare tale dialogo in tre passaggi, corrispondenti alle fasi indicate nella prima prova degli scorsi anni: comprensione, analisi, interpretazione.
Nella parte della comprensione occorre sinteticamente ricondurre il brano al suo contesto generativo: al suo autore, all’opera a cui appartiene e, eventualmente, all’anno di edizione. Ancora è auspicabile indicare la tipologia del testo, specificandone il genere letterario e, nel caso di una poesia, la struttura metrica.

In presenza di testi pubblicati non autonomamente, è bene precisare il titolo della raccolta. In questo frangente molti alunni si dilungano su notizie biografiche sull’autore, in genere non pertinenti, a meno che non concorrano a comprendere più in profondità il brano. Si passa poi ad una ricognizione generale del contenuto informativo in cui il candidato deve cercare di guardare il testo nella sua struttura generale per individuare, tramite il riconoscimento delle parti, la progressione logica del discorso, l’evoluzione del ragionamento o dell’esperienza descritta. Bisogna evitare che l’allievo si lasci subito attrarre da un particolare che conosce perdendosi di vista la globalità.

Dopo questa fase ricognitiva, si passerà, con l’esame degli aspetti formali, all’analisi propriamente detta. Ogni testo porta in sé una visione della realtà che è espressa nella costruzione retorica ovvero nelle scelte metriche, lessicali e stilistiche. Ecco che, allora, in fase di analisi, occorrerà far emergere parole, figure retoriche, evidenze metriche, che si pongono come “spie”, indizi, chiavi d’accesso, per entrare, in modo metodologicamente corretto, nel cuore più segreto del brano. Potranno essere rilievi testuali già evidenziati dal lavoro della classe che, come comunità ermeneutica, ha precedentemente analizzato il brano, ma è auspicabile che l’allievo originalmente proponga notazioni personali assumendosi la responsabilità dell’essere in prima persona “lettore”.

Lo scopo di questa parte analitica è testare la capacità dello studente di comprendere il testo nei suoi impliciti, in quelle pieghe delle parole in cui si annidano perle preziose di significato. Per riuscire a fare ciò lo studente deve padroneggiare con sufficiente consapevolezza gli strumenti specifici dell’indagine letteraria. Questo non per arroccarsi nozionisticamente in essi, facendone l’elenco a mo’ di “lista della spesa”, ma per renderli chiavi d’accesso al senso profondo del testo.

Tanto più ciò è importante se si pensa che questa fase deve essere sempre accompagnata e seguita da una ricomposizione sintetica, al fine di giungere ad un’interpretazione generale e personale del senso del testo. Nella terza e ultima fase, quella interpretativa, sono anche inclusi ulteriori approfondimenti, tesi a cogliere il brano in relazione alla poetica del suo autore e nei suoi rapporti intertestuali. Nel caso poi che il testo in questione sia argomentativo, a sostituzione della tipologia B della prima prova scritta, lo studente dovrà paragonarsi con ciò che è stato sostenuto nel testo e fornire una personale opinione suffragata da un adeguato apparato argomentativo.

Quando detto finora, inoltre, trova rispondenza in alcuni degli indicatori contenuti nella griglia di valutazione predisposta dal ministero. Sottolineo, in particolare, «l’avvenuta acquisizione dei contenuti e dei metodi delle diverse discipline del curricolo», la «capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle tra loro», la «capacità di argomentare in maniera critica e personale, rielaborando i contenuti acquisiti» e infine la «ricchezza e padronanza lessicale e semantica, con specifico riferimento al linguaggio tecnico e/o di settore».

Dunque, che cosa auguro a me stessa e ai colleghi impegnati nelle prossima maturità? Di incontrare giovani lettori capaci, attraverso gli strumenti acquisiti, di accettare in prima persona la sfida che ogni testo lancia e capaci, parafrasando le parole di un noto professore dell’ateneo bolognese, di iniziare la propria ricerca laddove termine quella dell’autore.

  • docente di italiano e latino al liceo Malpighi di Bologna

#Scuola in Classe A – Istruzioni per l’uso: anche Enea scommette sulla riapertura in sicurezza

da Il Sole 24 Ore

di Davide Madeddu

A lezione a scuola in aule confortevoli, efficienti e salubri per livello energetico e qualità dell’aria. È questo l’obiettivo delle indicazioni dell’Enea contenute nella pubblicazione “#Scuola in Classe A – Istruzioni per l’uso”, in vista del ritorno degli studenti in classe a settembre dopo un anno scolastico caratterizzato da mesi di attività didattica a distanza a causa dell’emergenza Covid-19.

L’opuscolo informativo è stato realizzato nell’ambito della campagna nazionale per l’efficienza energetica “Italia in Classe A”, promossa dal ministero dello Sviluppo economico e portata avanti dall’Enea, che prevede attività di formazione e informazione rivolte alla pubblica amministrazione, grandi imprese e Pmi, istituti bancari, famiglie e studenti.
All’interno, schede ma anche suggerimenti per massimizzare i vantaggi in tutti gli edifici scolastici, sopratutto in quelli che non hanno impianti di climatizzazione e aerazione automatizzati. Il tutto rivolto sia al personale docente sia agli studenti delle scuole di ordine e grado.

«Le tante ricerche scientifiche svolte a livello internazionale – chiarisce Patrizia Aversa, l’esperta Enea che assieme ad Antonia Marchetti ha curato la pubblicazione – hanno mostrato con chiarezza come l’eventuale presenza di inquinanti chimici negli ambienti chiusi e i valori non confortevoli di temperatura e umidità peggiorino la qualità dell’aria e del microclima e portino a un aumento o a una cronicizzazione delle problematiche respiratorie, dei mal di testa, delle allergie e alla maggiore diffusione di batteri e virus».

Situazioni che, come rimarca l’esperta, non risparmiano le scuole. «Tutto questo è ancora più evidente in edifici, come le scuole, dove convivono a stretto contatto tante persone per diverse ore. Per questo motivo – prosegue – nelle aule bisogna garantire i giusti valori di temperatura e umidità, assicurando sempre un opportuno ricambio d’aria».

Quanto poi ai suggerimenti, si inizia con il controllo della temperatura che in inverno, per legge «deve essere compresa tra i 18 e i 20 gradi centigradi». Nel corso della stagione estiva «deve fermarsi attorno ai 26 gradi». L’auspicio è che la differenza tra interno ed esterno non sia superiore ai 5 gradi. L’umidità invece «va mantenuta tra il 40 e il 60%». Per rendere l’ambiente confortevole e salubre, «è necessario regolare il termostato se la temperatura è diversa da quella stabilita e deumidificare aprendo le finestre».

Altro elemento è quello di rinnovare l’aria. «Per questo è indispensabile aprire le finestre in presenza di cattivo odore e di aria viziata ed evitare di appendere i cappotti in aula. L’aria che proviene dall’esterno riduce temperatura e umidità e favorisce la diminuzione della concentrazione di anidride carbonica e degli inquinanti chimici e biologici che si trovano spesso negli ambienti chiusi». Quanto all’apertura delle finestre si sconsiglia l’ora di punta, per evitare la diffusione dei gas di scarico negli ambienti.

Non mancano i suggerimenti sull’impianto di illuminazione «ben dimensionato». «Finestre dotate di tende e tapparelle, se correttamente utilizzati, permettono di evitare zone d’ombra e abbagliamenti, favorendo un ambiente confortevole». Inoltre l’impiego di lampade ad alta efficienza, come i Led, e l’installazione di rilevatori di presenza e sistemi di gestione domotici ne aumentano l’efficienza e riducono sensibilmente i consumi di energia. Un altro suggerimento da seguire è quello di sistemare delle piante (una ogni 9 metri quadrati e senza acqua nei sottovasi), sia per abbellire gli ambienti sia perché «possono essere d’aiuto per regolare la qualità dell’aria e il microclima interno all’aula».

Settembre è già domani

da la Repubblica

Andrea Gavosto

Ministra e sindacati prima, maggioranza e opposizioni poi si sono scontrati sul decreto scuola approvato sabato. Che però — va ricordato — tocca solo marginalmente la questione centrale: come riaprire le scuole a settembre. Molto più grave è che il governo stia trasmettendo alle famiglie e alla scuola la sensazione di non avere una direzione di marcia.

Per capire meglio, facciamo un passo indietro. All’inizio del lockdown, molti insegnanti (non tutti) si sono impegnati a superare la propria impreparazione nella didattica digitale, pur di continuare a fare scuola a distanza. Con l’aiuto del ministero, che aveva dato una linea. Il Paese aveva apprezzato. Col tempo, però, il clima è mutato. Ci si è resi conto dei limiti della didattica a distanza, due sopra tutti: molti ragazzi sono stati tagliati fuori; spesso le video-lezioni hanno riproposto un modo vecchio di insegnare, la lezione frontale, ormai superato almeno nella scuola dell’infanzia e primaria. Sono così iniziate le pressioni per fare tornare al più presto tutti in aula, sempre più insistenti al ridursi del contagio: se riaprono bar e ristoranti, perché non le scuole? Gli argomenti non sempre erano fondati, ma la richiesta legittima. Anche perché il rischio di non recuperare la perdita di apprendimenti di questi mesi è drammatico.

Il governo non ha saputo dare una risposta convincente. Invece, in queste settimane ha cambiato rotta più volte, generando confusione e irritazione. Dapprima ha parlato di sdoppiamento delle classi: metà classe in aula e l’altra a casa, ignorando la difficoltà di una didattica che funzioni per entrambi i gruppi.

Oppure di turni mattina e pomeriggio. E ha stanziato fondi per recuperare e rinnovare spazi dentro e fuori gli edifici scolastici: una buona idea per il futuro, ma in tre mesi non si potranno fare grandi cose. Poi, ha proposto riduzioni delle lezioni a 40 minuti. L’ultima è tutti in aula, senza turni o sdoppiamenti di classe, con divisori di plexiglass nei banchi: idea costosa e dannosa per l’ambiente, pedagogicamente discutibile e anche illogica. Se basta questo per la sicurezza, perché si sono persi mesi, affermando che la riapertura era un’operazione complessa?

Scuole e famiglie devono conoscere subito la strada che il governo vuole percorrere di qui a settembre, pur tenendo conto di tutte le incertezze legate all’andamento epidemico.

Credo si possano condividere tre principi. Il primo è prudenza e giusto distanziamento. Nonostante la retorica prevalente sulla fase 3, il virus è ancora molto attivo nel mondo e sappiamo che scuole e università, per la frequenza di contatti in ambienti chiusi, potrebbero essere focolai di una seconda ondata. Non a caso, nessun Paese europeo ha riaperto le scuole completamente. Il secondo è che non esiste un’unica soluzione per i 40.000 edifici scolastici: ognuno con aule e corridoi di dimensioni diverse, ingressi differenti. Per non dire di fattori esterni, come i trasporti pubblici. Servirà un articolato ventaglio di soluzioni, ma queste dovranno essere adattate al singolo caso. Terzo, vanno definite ora le regole del gioco: chi decide infine come riaprire una scuola? Ragionevolmente, il dirigente scolastico. Che va però aiutato, tranquillizzandolo sulle responsabilità — civili e penali — e fornendogli le competenze tecniche necessarie. Altrimenti il rischio è che pecchi per eccesso di cautela.

Linee guida univoche, flessibili e con risorse adeguate sono la condizione necessaria perché tutti — dirigenti, docenti, enti locali e anche le famiglie — remino nella stessa direzione per far ripartire la scuola. Con quel che c’è da fare, settembre è davvero domani.

L’autore è direttore della Fondazione Agnelli

Tre miliardi e centomila docenti per tornare in classe a settembre

da la Repubblica

Ilaria Venturi

Almeno tre miliardi alla scuola per assumere tra gli 80 e i 120mila docenti e 28mila bidelli in più. Solo per partire, e non sarebbe abbastanza. Ma è l’investimento minimo nel personale, il conteggio che per ora non è entrato nella discussione sulla ripartenza. Si tratta di supplenti che saranno necessari alla ripresa in emergenza a garantire il distanziamento e dunque l’insegnamento a piccoli gruppi, senza tagliare tempi pieni e ore di didattica. Girano diverse simulazioni in questi giorni, una delle ipotesi avanzate è della stessa task force guidata da Patrizio Bianchi. L’economista domani sarà in commissione Cultura alla Camera a presentare il Rapporto intermedio degli esperti dove si ipotizza un aumento del personale tra il 10-15%.

Nel dossier non si fa cenno alle risorse, ma già Bianchi aveva stimato una cifra per difetto di tre miliardi per cinque anni. Da aggiungere a quello che c’è ora: 1,5 miliardi nel decreto Rilancio, in cui rientrano 331 milioni già stanziati — in media 40mila euro a istituto — e altrettanti promessi a giugno per il “mattone leggero”: dalla porta in più per garantire più ingressi e vie d’uscita alla parete in cartogesso da alzare per ricavare spazi. Risorse considerate insufficienti e che non riguardano il personale.

A fare i conti sono i sindacati, oggi in sciopero con l’appoggio dei genitori del comitato Priorità alla scuola. Si apre, dunque, una settimana calda dopo l’approvazione del Dl Scuola. Un decreto attaccato ieri dal presidente della Toscana Enrico Rossi, che richiama il centrosinistra a non accontentarsi di aggiustamenti: «Lascia delusi non solo perché arriva in ritardo, ma è sottofinanziato e non chiaro sulle scelte da fare». Scelte che influenzeranno gli investimenti. Il premier Conte confida nei soldi in arrivo dall’Europa, che dovranno essere anticipati. Non a caso nel videoincontro sulla ripresa aveva detto: «Sulle risorse abbiamo realizzato diverse cose, ma dobbiamo sempre tener conto del cerbero che si chiama ragioniere dello Stato ». La partita sugli organici cosiddetti “di fatto” — cattedre a tempo determinato — si aprirà a luglio e va giocata con il Mef. Nel frattempo arriveranno i dati sui pensionamenti, intorno ai 26mila insegnanti. E sebbene la ministra Azzolina escluda doppi turni e sdoppiamenti, come altrimenti restituire a 8 milioni di studenti la scuola sospesa dalla pandemia? La Cisl ha simulato costi e nuovi supplenti necessari alla ripartenza per materna e primaria ipotizzando un incremento delle classi del 50% per garantire gruppi da 10-12 bambini. All’infanzia il rapporto attuale è di oltre 21 piccoli per sezione: «Volendo ipotizzare una soluzione limitata rispetto ad altre esperienze in Europa, dove si arriva a 6 alunni per docente, è necessario prevedere uno spacchettamento delle sezioni per garantire il distanziamento » e oltre 40mila maestri per una spesa mensile di 94 milioni, un miliardo per supplenze fino a giugno 2021. Adottando lo stesso ragionamento alla primaria (dove il rapporto medio è 19 alunni per classe) si stima il fabbisogno di 71mila docenti al costo di 167 milioni al mese, totale: 1,8 miliardi. Altro fronte, i collaboratori scolastici: calcolandone uno in più per plesso, servirà stipulare 28.182 nuovi contratti, che per dieci mesi costeranno 590 milioni. E già così siamo a 3,3 miliardi che con un calcolo brutale potrebbero raddoppiare per garantire sdoppiamenti alle medie e superiori. Ma per i più grandi si ipotizzano lezioni da 40 minuti, operazione che porterebbe alle superiori al recupero per ogni insegnante di 7 “unità orarie” a settimana. Il comitato Bianchi indica poi la strada del terzo settore e degli educatori. Altra simulazione è quella della Flc-Cgil, che fa il conto sui 4 metri quadrati per alunno. Occorrono 33.039 nuove sezioni dell’infanzia e 89.580 alla primaria. Risultato: 160mila nuovi docenti per 4,5 miliardi da settembre a giugno. Per assicurare le 30 ore settimanali in 59.726 nuove classi delle medie e 89.292 delle superiori occorrono circa 245mila professori, con un costo pari a 7 miliardi per 10 mesi.

«Tutto dipende dagli spazi che avremo per garantire il distanziamento, con quelli attuali serviranno 150mila insegnanti in più per gestire la situazione», osserva Rino Di Meglio della Gilda. Per la rivista “Tuttoscuola”, per sdoppiare tutte le classi, dalla materna alle medie, ci vorrebbero 206mila nuovi insegnanti. Il conto? 5,5 miliardi. Tutto si gioca sui luoghi da moltiplicare per fare lezione in presenza e in sicurezza. E dunque sulle cattedre. Ma anche su un’idea di scuola che deve ripartire, risorse permettendo.

Alunni con disabilità, reiscrizione medesima classe: indicazioni Ministero

da Orizzontescuola

di redazione

Nota numero 793 dell’8 giugno 2020 del Ministero dell’istruzione. Alunni con disabilità – Reiscrizione alla medesima classe – Indicazioni.

L’articolo 1, comma 4-ter, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 22 (di seguito, Decreto Scuola), appena convertito con modificazioni dalla legge 6 giugno 2020, n. 41, prevede che “limitatamente all’anno scolastico 2019/2020, per sopravvenute condizioni correlate alla situazione epidemiologica da COVID19, i dirigenti scolastici, sulla base di specifiche e motivate richieste da parte delle famiglie degli alunni con disabilità, sentiti i consigli di classe e acquisito il parere del Gruppo di lavoro operativo per l’inclusione a livello di istituzione scolastica, valutano l’opportunità di consentire la reiscrizione dell’alunno al medesimo anno di corso frequentato nell’anno scolastico 2019/2020.

L’articolo 1, comma 4-ter non parla di non ammissione, ma colloca la decisione in merito alla reiscrizione in capo al dirigente scolastico in un momento ineludibilmente successivo allo scrutinio, realizzando così
una particolare fattispecie giuridica: ovvero di un alunno che, formalmente ammesso all’anno successivo, può essere, con provvedimento del DS, autorizzato alla “reiscrizione al medesimo anno di corso frequentato nell’anno scolastico 2019/2020”.

Per l’anno scolastico 2019/2020, l’automatica ammissione per tutti gli alunni a seguito dell’emergenza Covid, definita nell’OM n. 11 del 16 maggio 2020, ha però imposto rigidità applicative ritenute in alcuni casi non compatibili con il progetto di inclusione degli alunni con disabilità, ed è su queste situazioni che il nuovo dispositivo licenziato dal Parlamento intende intervenire.

Gli alunni con disabilità che concludono l’anno scolastico con valutazioni negative degli apprendimenti e delle autonomie, come previsti dal loro PEI, derivanti da qualsiasi causa personale o ambientale, connessa o non connessa all’emergenza Covid-19, pur ammessi alla classe successiva, possono ripetere, attraverso la reiscrizione, l’anno frequentato nel 2019/2020.

La nota suggerisce ai dirigenti scolastica la seguente procedura:

  • i DS, a seguito di specifica e motivata richiesta presentata dalla famiglia di alunni con disabilità, procedono ad acquisire il parere del relativo Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione (GLO) a riunire in video conferenza, stante quanto disposto all’articolo 1, comma 1, lettera q) del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 17 maggio 2020, ai sensi del quale sono sospese le riunioni degli organi collegiali in presenza;
  • il GLO rilascia parere motivato;
  •  la richiesta della famiglia e il parere del GLO sono considerati in sede di scrutinio finale da parte dei docenti contitolari della classe o del consiglio di classe che, solo a seguito di accertamento e verbalizzazione del mancato conseguimento degli obiettivi didattici e inclusivi per l’autonomia stabiliti nel piano educativo individualizzato e tenendo conto anche della valutazione degli interventi di natura pedagogico-didattica messi in atto, procedono a loro volta al parere, da verbalizzare quale “Proposta di reiscrizione al medesimo anno di corso frequentato nell’anno scolastico 2019/2020”, eventualmente con l’aggiunta “subordinata alla richiesta della famiglia/in acquisizione il parere del GLO”, qualora la documentazione di cui ai punti 1 e 2 non sia ancora acquisita.

Nota alunni con disabilità, reiscrizione

Smart working personale ATA: possibile anche dopo fine emergenza Covid?

da Orizzontescuola

di Francesco Rutigliano

La Legge 22 maggio 2017, n. 81, entrata in vigore il 14 giugno 2017, ha introdotto nel nostro ordinamento il cosiddetto lavoro agile o smart working, una nuova modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato svolto a distanza, anche all’esterno dei locali aziendali, senza precisi vincoli di orario, con il possibile utilizzo di apparecchi tecnologici.

Una modalità che dovrebbe aiutare il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, senza una postazione fissa, ma nel rispetto dei limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dai cc.nn.l. (art. 18, comma 1, legge n. 81/2017).

Per favorire una modalità di lavoro finalizzata a limitare gli spostamenti e il rischio contagio, il governo ha previsto nei DPCM delle deroghe a quanto prevedeva la legge 81/2017 sul lavoro agile.

Tale strumento lavorativo, proprio per la sua flessibilità, è stato applicato per fronteggiare lo stato di emergenza, dovuta alla diffusione dell’epidemia da Coronavirus, per un periodo pari a sei mesi – decorrente dal 31 gennaio 2020 – a ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza dell’accordo individuale che normalmente devono precedere l’avvio di tale modalità di svolgimento della prestazione a distanza (art. 4 DPCM 1 marzo 2020; art. 1 DPCM 4 marzo 2020; art. 2 DPCM 8 marzo 2020.

Con D.P.C.M. 11 marzo 2020 sono state previste ulteriori disposizioni attuative del D.L. n. 6/2020, recante misure urgenti in materia di contenimento del contagio da COVID-19, applicabili all’intero territorio nazionale.

Lavoro agile è stato apprezzato

I lavoratori, come anche i manager, sembrano che abbiano apprezzato il nuovo sistema ma ora i sindacati chiedono una regolamentazione nella contrattazione nazionale e aziendale, secondo cui occorre definire l’organizzazione del lavoro, gli orari, le pause, il diritto di sconnessione, le condizioni ambientali e di sicurezza, il trattamento economico, la certificazione delle competenze, il diritto alla formazione, la dotazione tecnologica nonchè l’agibilità dei diritti sindacali.

Secondo una indagine Cgil/Fondazione Di Vittorio, condotta attraverso un questionario online compilato da 6.170 persone ha rivelato che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo l’emergenza.

Le donne sono meno convinte e gli uomini più propensi. Per le donne, infatti, questa modalità di lavoro è infatti “più pesante, complicata, alienante e stressante”.

La stessa indagine ha rilevato che oggi, il 92,3% di questi dipendenti della PA sta lavorando in modalità “smart” e per l’87,7% di loro si tratta di un’esperienza completamente nuova, per cui hanno dovuto utilizzare in maggioranza PC, cellulari e connessioni internet personali, spesso condividendo lo spazio in cui lavorano con altri membri della famiglia, e senza ricevere una formazione specifica sul lavoro da remoto.

Eppure, il bilancio dello smart working “forzato” nella PA è assolutamente positivo: l’88% dei dipendenti giudica l’esperienza di successo e il 61,1% ritiene che questa nuova cultura, basata sulla flessibilità e sulla cooperazione all’interno degli enti, fra gli enti e nei rapporti con i cittadini e le imprese, prevarrà anche una volta finita la fase di emergenza.

Lo smart working ha permesso al 69,5% del personale della PA di “organizzare e programmare meglio il proprio lavoro”, al 45,7% di “avere più tempo per sé e per la propria famiglia”, al 34,9% di “lavorare in un clima di maggior fiducia e responsabilizzazione”.

In 7 casi su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% dei lavoratori l’efficacia è persino migliorata (per un altro 40,9% è rimasta analoga).

Per oltre il 50% la relazione con i colleghi è invariata, per il 20% addirittura migliorata.

Ministra Dadone: obiettivo lavoro agile per il 30-40% dei dipendenti pubblici

E se – come ha sottolineato la Ministra della PA Fabiana Dadone – una volta tornati alla normalità almeno il 40% dei dipendenti pubblici dovrà adottare una modalità di lavoro agile, questi si dicono pronti: il 93,6% vorrebbe continuare a lavorare in smart working.

Ma per la maggior parte (il 66%) il lavoro da casa deve essere integrato con dei rientri in ufficio organizzati e funzionali.

Secondo la Ministra della PA, intervenuta recentemente nel “Question time” al Senato, ”Il lavoro agile, o ‘smart working’, si è rivelato uno strumento chiave nel periodo cruciale dell’emergenza sanitaria, che ha consentito il proseguimento delle attività amministrative necessarie da parte degli uffici e dei lavoratori pubblici e, al contempo, il contenimento e la protezione dal contagio. Ciò ha riguardato, naturalmente, quei lavoratori per i quali lo svolgimento delle attività è potuto proseguire a distanza; siamo coscienti e riconoscenti dell’impegno profuso dalle categorie che sono state in prima linea nel combattere l’emergenza sanitaria”.

L’auspicio del Ministro Dadone per la fase definitiva è di avere una PA più flessibile, “che si mantenga questa esperienza del lavoro agile, non solo vista come situazione emergenziale, tra il 30% e il 40% dei dipendenti pubblici” ma nel contempo – ha riferito la ministra Dadone intevervenendo su Radio Capital – “vorrei anche che le Amministrazioni facessero un lavoro interno di valutazione di quali sono i lavori che si possono fare da remoto, oopure che si possono fare in co-working, e almeno la metà di quelli vengano fatti in questa modalità organizzativa, che deve essere sempre basata sull’ottica del risultato”.

La stessa Ministra Dadone desiderebbe “che il lavoro agile diventasse strutturale, con modalità di lavoro nell’ottica di riuscire a garantire un servizio ottimale da permettere alla PA di dare quello scatto che attendiamo da anni sul fronte della funzionalità dell’efficienza”.

Nella Direttiva 3/2020 della Ministra Dadone viene rimarcato l’aspetto che “…nell’ottica di accelerare l’innovazione organizzativa come presupposto per incrementare il ricorso al lavoro agile nella fase successiva all’emergenza, ciascuna amministrazione è chiamata ad implementare azioni di analisi organizzativa, di monitoraggio e di semplificazione delle procedure, oltre a quelle sopra indicate di investimento nelle tecnologie informative e di sviluppo delle competenze”.

Ancora smart working anche per il personale ATA?

Sebbene sinora DPCM e note dipartimentali abbiano indicato il lavoro agile quale modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni, stabilendo che la presenza del personale nei luoghi di lavoro sia limitata alle sole attività indifferibili che non possano essere svolte in modalità agile, sarà difficile applicare in maniera definitiva tale modello lavorativo per il personale ATA nelle scuole.

Se da una parte per i docenti la didattica a distanza è stato un modo per affrontare l’emergenza COVID-19, e quindi – come indicato dal comitato scientifico dell’istruzione – per il ritorno a scuola “sarà garantito il distanziamento tra i banchi, in corridoio, in mensa e in palestra. Non ci saranno i doppi turni, ma ore di lezione di 40 minuti e ingressi scaglionati”, da un’altra parte sarebbe poco attuabile applicare lo smart working per il personale ATA.

Sarebbe auspicabile però, come sostenuto dalla Ministra Dadone, che ciascuna Amministrazione valutasse e definisse le attività amministrative esercitabili da remoto in modo tale da decongestionare la presenza di personale in Ufficio, adottando per esempio la modalità di lavoro agile in giorni definiti.

Insomma, la gestione della fase 2 può oggi rappresentare l’occasione per rendere più efficaci le nuove modalità di lavoro, dimostrandone i benefici.

In questo modo la fine dell’emergenza non sarà per la PA un ritorno al passato, ma piuttosto un nuovo inizio da affrontare con modelli di lavoro più flessibili, efficienti e sostenibili.

Maturità 2020, compensi confermati per commissari e Presidente. La tabella

da Orizzontescuola

di redazione

Commissioni d’esame per la maturità 2020: sono stati nominati i Presidenti in base alle liste già note, nei prossimi giorni ci saranno ancora degli aggiustamenti.

Compenso specifico per docenti commissari e Presidente

Finora il Ministero non ha  detto nulla in proposito, ossia ha chiesto ai consigli di classe di nominare i docenti impegnati e ai candidati presidenti di presentare la domanda tacendo sui compensi per questa prestazione.

Pur trattandosi di un obbligo di servizio nel momento in cui si riceve la nomina esso ha sempre beneficiato di una retribuzione specifica.

I giorni di impegno

I giorni di impegno per lo svolgimento degli Esami di Stato quest’anno sono in numero minore.

Le commissioni si insedieranno il 15 giugno, il 17 cominciano i Colloqui.

5 studenti al giorno sosterranno il colloquio, per cui ipotizzando una classe media di 23  – 24 alunni l’impegno sarà di circa 5 giorni.

Seguiranno gli adempimenti finali, per cui può essere impiegata un’altra giornata.

Mancano i giorni delle prove scritte e i giorni delle relative correzioni.

Stessi compensi dello scorso anno

Secondo quanto anticipato dal Sole24Ore, il Ministero avrebbe deciso di lasciare inalterati i compensi.

A fronte di un numero minore di giorni di impegno a scuola infatti si vuole incentivare la partecipazione dei commissari, per i quali si teme un eventuale forfait dell’ultima ora.

D’altronde la tabella non è stata modificata neppure lo scorso anno, a fronte dell’introduzione di diverse novità nello svolgimento dell’esame.

La tabella dei compensi

La tabella compensi risale al 2007 e ad oggi non è mai stata modificata.

Essa naturalmente va adattata alla situazione di quest’anno (non ci sono i commissari esterni, ad esempio).

Pagamenti

Di solito avvengono a partire dal mese di agosto, fermo restando che ai componenti le commissioni d’esame nominati in comuni diversi da quello di servizio o di abituale dimora, possono essere concessi anticipi, a richiesta degli interessati, fino al 50% dei compensi forfetari lordi complessivamente spettanti.

Contrattazione di Istituto e bonus merito, la necessità di aprire il confronto

da La Tecnica della Scuola

In alcune scuole alla fine dell’anno scolastico si tirano le somme del lavoro che è stato svolto dai docenti durante tutto l’anno, come per esempio le funzioni strumentali, il team digitale, i Coordinatori di classe, i componenti delle commissioni elette dai collegi docenti, i lavori svolti in dipartimento, il lavoro svolto dai due collaboratori del DS e dai responsabili di plesso. C’è anche il certosino lavoro della commissione per i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento e di tutti i tutor interni.

Necessità di riaprire la contrattazione di Istituto

Come abbiamo fatto già presente i primi di aprile, gli accordi contrattuali per l’anno scolastico 2019/2020 sono stati stravolti dall’emergenza Covid-19 che ha sospeso le attività didattiche per oltre tre mesi.

Per esempio la chiusura dei plessi delle scuole ha interrotto il ruolo assegnato dai Collegi docenti ai responsabili di plesso, i direttori dei laboratori delle singole scuole hanno terminato i loro compiti a metà anno scolastico, i collaboratori dei Ds hanno lavorato in modalità agile i docenti di potenziamento non hanno svolto alcuni compiti a loro assegnati. Invece ci sono dei ruoli che anche nella fase della didattica a distanza hanno continuato ad operare pienamente nelle loro funzioni, pensiamo agli animatori digitali e il relativo team digitale, il responsabile della protezione dei dati personali e della privacy, anche i coordinatori di classe hanno lavorato per fare funzionare la didattica a distanza e risolvere le varie problematiche di orario scolastico a distanza e mantenere i contatti con le famiglie per tutte le problematiche causate dall’emergenza. Molti progetti del PTOF, come per esempio i laboratori di recitazione e teatro, sono stati bruscamente interrotti e non vedranno un prodotto finale, le commissioni dei viaggi di istruzione e delle uscite didattiche hanno terminato anzitempo il loro lavoro, i progetti di potenziamento e le commissioni che si occupavano delle varie olimpiadi di matematica, informatica, chimica o dei Certamina, delle Olimpiadi del talento piuttosto che dei vari giochi sportivi, hanno dovuto interrompere i loro compiti o in alcuni casi non li hanno proprio iniziati.

Tutto questo ha reso necessario, in alcune realtà scolastiche, la riapertura della contrattazione di Istituto per meglio definire la equa distribuzione del Fondo di Istituto.

Riapertura contrattazione e bonus merito

La riapertura della contrattazione di Istituto per redistribuire, alla luce dell’emergenza vissuta, il Fondo di Istituto, è l’occasione per indicare, ai sensi di legge come distribuire il bonus del merito 2019/2020.

Bisogna ricordare che con la legge di bilancio 2020, all’art. 1, comma 249, è previsto che le risorse del “bonus merito dei docenti” siano utilizzate dalla contrattazione integrativa in favore del personale scolastico, senza ulteriore vincolo di destinazione.

A rigore di legge, quindi, il bonus del merito dovrebbe entrare ad essere utilizzato dalla contrattazione integrativa e non potrebbe essere più gestito dal Dirigente scolastico senza stabilire un accordo contrattuale con la RSU di Istituto.

Immissioni in ruolo con call veloce: Azzolina firma il decreto. Le novità

da La Tecnica della Scuola

La Ministra Lucia Azzolina ha firmato oggi il decreto ministeriale che dispone le modalità di svolgimento della cosiddetta ‘chiamata veloce’, il meccanismo di assunzione previsto dal decreto-legge 126, approvato lo scorso dicembre, che punta a velocizzare i tempi di accesso al ruolo per gli insegnanti e a coprire più rapidamente le cattedre vacanti.

Per la ministra Azzolina la call veloce “rappresenta una novità assoluta e, insieme alla digitalizzazione e provincializzazione delle graduatorie dei supplenti è uno degli strumenti che abbiamo votato in Parlamento, lo scorso dicembre, per rendere più efficiente il sistema di copertura delle cattedre”.

Come funziona la call veloce

I posti che rimarranno liberi ogni anno, dopo le abituali operazioni di assunzione, spiega il MI in un comunicato, potranno infatti andare ai docenti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento o nelle graduatorie di concorso che decideranno di spostarsi volontariamente anche in altra regione per occuparli. Il che consentirà a molti insegnanti di ottenere più velocemente la cattedra, andando dove ci sono posti liberi. Ma anche di assegnare posti che, altrimenti, rimarrebbero vuoti e sarebbero coperti con contratti a tempo determinato. La procedura è valida anche per il personale educativo.

Alla chiamata veloce potranno partecipare coloro che sono inseriti nelle graduatorie di concorso vigenti e nelle graduatorie ad esaurimento. Ad esempio, chi è in graduatoria nel Lazio, ma non riesce ad ottenere l’assunzione per carenza di posti, potrà decidere di aderire alla chiamata veloce per ottenere una cattedra rimasta scoperta in una o più province di un’altra regione.

Gli iscritti nelle graduatorie ad esaurimento potranno optare per un’altra regione, ma anche per una provincia diversa della stessa regione in cui sono in graduatoria. Ad esempio, un iscritto in una delle graduatorie ad esaurimento di Pavia, in Lombardia, potrà concorrere alla chiamata per un posto libero a Milano. Tutte le specifiche sono indicate nel decreto. La domanda sarà presentata per via telematica. Tutte le tempistiche saranno successivamente indicate sul sito del Ministero dell’Istruzione.

La chiamata veloce, infatti, “offre una opportunità in più agli insegnanti per essere assunti: su base del tutto volontaria, potranno spostarsi in un’altra regione o anche provincia nel caso delle graduatorie ad esaurimento, per ottenere più rapidamente la cattedra. Andando ad occupare posti altrimenti destinati a essere dati a supplenza. Fino ad oggi non era possibile farlo. È uno strumento che ho fortemente voluto che fosse inserito nel decreto di dicembre”. La digitalizzazione e provincializzazione delle graduatorie dei supplenti “consentirà poi di velocizzare il meccanismo di chiamata e, quindi, di assegnazione dei supplenti per coprire le cattedre che rimangono vuote dopo tutte le assunzioni”, spiegano dal Ministero.