Fare come e perchè

Fare come e perchè

di Maurizio Tiriticco

Antonio Fundarò in un articolo dal titolo “Didattica a distanza, come rimodulare la progettazione delle attività didattiche”, pubblicato recentemente da edscuola.it, commentando la CM del MI del 17 marzo 2020, avente per oggetto “emergenza sanitaria da nuovo Coronavirus”, afferma tra l’altro quanto segue: “La didattica a distanza, molto più di quella in presenza a scuola, implica un coinvolgimento attivo individuale importante, sul quale i docenti non hanno possibilità di intervenire se non riprogettando e riadattando competenze, abilità e conoscenze anche se, per lo più, le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse. Si ricorda, infatti, che al dovere della scuola di attivare le modalità di didattica a distanza, modificando, talvolta profondamente la progettazione approvata ad inizio anno, corrisponde il dovere di partecipazione per gli studenti che sarà tanto maggiore quanto più adeguato sarà la rimodulata azione educativa-formativa”.

Non so quale vantaggio tragga il lettore insegnante da queste considerazioni. L’attività didattica – sia in presenza che a distanza – va sempre e comunque progettata. Mi piace ricordare il primo avvio della “progettazione educativa e didattica”, di cui al dm 9 febbraio 1979 relativo alle attività didattiche della scuola media. Ed è anche opportuno, quando sia il caso, riprogettarla: ad esempio, nel caso in cui dati obiettivi (ovvero le performance richieste ad ogni singolo alunno) si dimostrino troppo ambiziosi. Mi chiedo però che cosa significa affermare che “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. In realtà, in un’operazione finalizzata – semplice o complessa che sia – si realizza sempre uno stretto rapporto in crescendo – potremmo dire – che lega e sviluppa conoscenze, abilità e competenze. Un esempio banale: l’alunno “sa contare” (conoscenza), quindi è capace di acquistare un quotidiano (abilità). Poi, chiamato a svolgere una ricerca sul covid19, ovviamente eseguirà operazioni complesse e competenti, fondate  sulla ricerca delle fonti opportune.

In altri termini, un’azione competente è un insieme di attività strettamente connesse e a volte complesse, mirate ad un preciso scopo. Quando faccio la spesa al supermercato, si intrecciano tra loro molte operazioni: quali prodotti acquistare e perché; quali sono le disponibilità di danaro; quanti sono i membri della famiglia; quanto tempo dovranno durare; e mille altre variabili che non sto a dire. Sono esempi banali, lo so! Ma esistono attività lavorative professionali che richiedono progettazioni molto attente: il piastrellista, l’architetto, il medico, l’insegnante e tanti altri lavoratori devono conoscere bene il da farsi al fine di raggiungere un dato obiettivo, e devono valutare opportunamente tempi, modi, costi, eventuali difficoltà ed imprevisti. Pertanto CONOSCONO il da farsi, sono ABILI nel fare, COMPETENTI nel raggiungere l’obiettivo.

Ritorno alla citata considerazione di Fundarò: “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. Non ne capisco il senso. In realtà, ciascuna operazione finalizzata si intenda compiere, il rapporto che corre tra il conoscere, il fare (abilità) e il realizzare (competenza) un dato obiettivo atteso è molto stretto. In effetti, anche andare in pizzeria con gli amici richiede operazioni organizzative! Che, ovviamente, non sono quelle che attendono alla costruzione di un ponte! Ma alla gestione di una qualsiasi attività didattica, sì!

LIBERARE LE SCUOLE

LIBERARE LE SCUOLE

Una urgenza non più rinviabile, un modello cui ispirare un moderno sistema scolastico

L’esperienza della scuola vissuta durante questi mesi di forzata chiusura a causa dell’epidemia di Covid-19, ha reso ancora più evidenti alcune questioni sulle quali non è più possibile tacere e che indicano con chiarezza una strada da percorrere per il nostro sistema di istruzione.

Il primo e più importante aspetto da sottolineare è che insegnanti, dirigenti, gestori, studenti e famiglie, quando possono concentrarsi in autonomia sullo scopo per cui la scuola nasce, sono in grado di imprimere una spinta innovativa e creativa all’organizzazione didattica, educativa e gestionale delle scuole italiane. Pure in mezzo a grandi difficoltà, abbiamo visto e ascoltato innumerevoli esempi di ciò che la scuola è e può essere.

“Nell’imprevedibilità della situazione, le scuole paritarie hanno offerto il loro significativo contributo: hanno preso molte decisioni a livello organizzativo, hanno messo in campo creatività e assunzione di responsabilità. L’avvio del prossimo anno scolastico non potrà non far tesoro di quanto si è visto accadere; l’offerta delle scuole paritarie nel nostro paese è un bene prezioso e deve essere valorizzato e sostenuto”. (M. Masi, Presidente Cdo Opere Educative)

Il secondo aspetto, anch’esso di grande importanza, è che la nuova situazione ha reso ancora più evidenti i limiti dovuti alle già note rigidità strutturali, ai troppi lacci burocratici e alle conseguenti difficoltà (e timori) nell’assumersi quelle responsabilità che invece sono necessarie e inevitabili per conseguire lo scopo per cui ogni istituzione scolastica esiste: accompagnare il ragazzo nella sua crescita, nel prendere coscienza di sé e del mondo e sostenerlo nell’imparare.

“Auspico che, in una scuola autenticamente liberata, il responsabile della direzione possa ritornare alla sua propria funzione di promotore e coordinatore dell’attuazione della proposta formativa, valorizzando l’apporto dei vari soggetti educativi del proprio Istituto (docenti, personale, famiglie) e del contesto in cui opera la scuola” (E. Delfino, Presidente Disal)

Partendo da tali evidenze, le associazioni Cdo Opere Educative, Diesse e Disal hanno voluto stilare un “manifesto” comune – LIBERARE LE SCUOLE– col quale intendono formulare alcune proposte che possano segnare un riferimento per l’avvio di una rivisitazione delle norme scolastiche a sostegno di una autentica libertà di educazione ed in vista di un rilancio del sistema della scuola pubblica, in particolare di quella paritaria.

Il Manifesto “Liberare le scuole”, che può essere letto integralmente sul sito delle rispettive associazioni, vuole essere un contributo di riflessioni e di proposte perché la scuola italiana possa tornare a crescere, educare, collaborare fattivamente al bene delle nuove generazioni e della società intera.

“Si tratta di recuperare la dimensione di ricerca e sperimentazione didattica, proprie dell’autonomia scolastica, per superare la riduzione impiegatizia del mestiere dell’insegnante e valorizzare invece quella responsabilità e creatività, quella cura dei ragazzi, così importanti specie in situazioni difficili come quella che stiamo attraversando” (C. Di Michele, Presidente Diesse).

Liberare le scuole è oggi un’urgenza non più rinviabile e un modello cui ispirare un moderno sistemo scolastico perché è nell’esperienza di una libertà vissuta e riconosciuta che fiorisce il desiderio di educazione, e l’educazione è possibile solo dove esistono spazi di libertà.

Linee guida per la scuola: molto da fare sulla disabilità

Linee guida per la scuola: molto da fare sulla disabilità

Sono state dunque presentate le Linee guida per la riapertura delle scuole a settembre, un atto di indirizzo atteso da tutti e in modo particolare da chi considera l’istruzione anche come fondamentale ambito di inclusione.

Apprezziamo lo sforzo messo in atto dalla Ministra Lucia Azzolina che ha ascoltato le nostre richieste, recependone lo spirito anche se la loro complessiva attuazione richiede l’apertura e il mantenimento di un cantiere e di un monitoraggio costante”, commenta il presidente della FISH Vincenzo Falabella.

La FISH dimostra comunque di cogliere appieno il significato di quello specifico passaggio delle Linee guida che recita “Priorità irrinunciabile sarà quella di garantire, adottando tutte le misure organizzative ordinarie e straordinarie possibili, sentite le famiglie e le associazioni per le persone con disabilità, la presenza quotidiana a scuola degli alunni con Bisogni educativi speciali, in particolar modo di quelli con disabilità, in una dimensione inclusiva vera e partecipata. Per alcune tipologie di disabilità, sarà opportuno studiare accomodamenti ragionevoli [].”

Ed è proprio in quello studio di accomodamenti ragionevoli, concetto ben espresso dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che FISH punta per rendere effettivo quello che è il cardine delle richieste della Federazione: sicurezza e didattica in presenza per gli alunni con disabilità.

È chiaro che non ci possiamo certo accontentare di indicazioni su mascherine e dispositivi di protezione ed eventuali eccezioni o criteri. L’inclusione – reale, quotidiana, sostenibile – richiede molti e variegati accorgimenti, accomodamenti ragionevoli appunto, tarati e adattati alle specifiche e personalissime esigenze. Ci auguriamo che dirigenti, operatori ed enti locali sappiano cogliere la disponibilità e il supporto delle famiglie e delle organizzazioni delle persone con disabilità come appunto auspicato dalle Linee guida.” Così ancora Vincenzo Falabella che conclude: “Anche il prossimo anno scolastico vale, più forte che mai, la solita raccomandazione: la scuola deve iniziare lo stesso giorno per tutti, anche per gli alunni e le alunne con disabilità.”

Le nuove sfide per la scuola

Le nuove sfide per la scuola

Franco Buccino

da La Repubblica ed. Napoli, 29/06/2020

Abbiamo ottenuto che un po’ di persone non dormano la notte pensando all’avvio del prossimo anno scolastico. A cominciare dal ministro, che, a onor del vero, non ha elaborato un piano, quello contestato, molto diverso da quello condiviso nella conferenza Stato Regioni.

Un miliardo in più per la scuola può sembrare una cifra interessante, se consideriamo le circa ottomila istituzioni scolastiche, ai tempi dei bonus Covid. Ma diventa ben misera cosa rispetto a una manutenzione dei circa quarantamila plessi scolastici, o rispetto al pagamento dei supplenti.

Poi, pensare a misure più “strutturali” per la scuola in periodi di emergenza è complicato e pericoloso. Perfino stabilizzare precari, illudendosi che possano raggiungere i luoghi delle “cattedre scoperte”, è molto velleitario. Insomma, si rischia di spendere molti soldi e combinare grandi pasticci. Certo le riforme bisognava averle fatte: mi sembra una vera beffa affidarsi all’autonomia scolastica da parte dei Soloni del Miur dopo che l’hanno osteggiata e neutralizzata in tutti i modi. Per la verità non mi sembra che sia stata molto favorita neppure dai contratti collettivi di lavoro del personale, sia docente e Ata, che dei dirigenti scolastici. Innanzitutto per le misere risorse finanziarie a copertura, ma anche per resistenze interne alle diverse categorie della scuola.

Dall’inizio di marzo le scuole sono state chiuse, e da allora il personale è stato allo sbando. Sarei curioso di sapere la percentuale di docenti e ata che da allora è stato “in servizio”, per quanti giorni e quante ore è stato utilizzato. Quanti docenti sono stati coinvolti nella formazione a distanza. Quanti sono stati contattati o coinvolti in attività di formazione. E sia chiaro che di questa situazione il personale della scuola è vittima, insieme a alunni, studenti e famiglie.

Sarebbe accademica, ora, qualunque discussione sulla possibilità di una riapertura nelle ultime settimane, la possibilità di un prolungamento delle attività, magari fino a luglio. Ma una ripresa delle attività didattiche all’inizio di settembre, procedure “super semplificate” per avere da subito tutti i docenti e il personale necessario, i recuperi per alunni in difficoltà, l’uso sussidiario delle piattaforme digitali, si potrebbe fare.

Su queste cose, ed altre simili, io rifletterei. La categoria deve accettare la sfida. Diventare i protagonisti della battaglia per il futuro delle nuove generazioni, e del Paese.

Io non ho dubbi sulla generosità, sulla disponibilità, fino all’eroismo, di tantissimi che lavorano nella scuola, sulla risposta generosa degli alunni e delle famiglie.

Si supereranno tanti falsi problemi, incastri di orario e “ore buche”, giorni liberi e turni. In tanti ritroveranno la motivazione più vera del proprio lavoro, uscendo magari da periodi di lungo torpore. E potremmo trovarci a praticare una riforma della scuola, che poi potrebbe essere veramente, e finalmente, codificata.

La scuola riapre il 14 settembre Un milione di alunni senza aule

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

Con l’intesa politica di ieri si chiude il primo tempo della partita governo-autonomie per il ritorno in classe a settembre. Sul punteggio di 1 a 1, perché la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, porta a casa l’accordo in Conferenza unificata sulle linee guida per la riapertura delle scuole mentre i governatori incassano gli impegni ad avere maggiori risorse – con il premier Giuseppe Conte che in conferenza stampa ha parlato di «un ulteriore miliardo per nuovi investimenti» e di altre risorse che arriveranno dal Recovery Fund -, personale aggiuntivo (con altri 50mila supplenti in arrivo tra prof e Ata) e trasporti. Ma mai come questa volta per conoscere il risultato finale dell’incontro (e le ricadute tecniche) bisognerà attendere il secondo tempo. Che inizia oggi e si concluderà il 14 settembre (ma già il 1° partiranno le attività di recupero per chi ha chiuso l’anno con un’insufficienza), quando suonerà in tutta Italia la prima campanella per gli oltre 8 milioni di studenti italiani. Come, per quante ore, in quali giorni e in quale classe lo sapranno solo nelle prossime settimane. Quando i presidi faranno i conti sulle misure da prendere per assicurare la distanza di un metro tra le bocche degli alunni, le conferenze di servizi troveranno le soluzioni su arredi, aule e cantieri e i tavoli regionali monitoreranno il tutto.

Le criticità non mancano. E la stessa titolare dell’Istruzione ne è consapevole. Anche se, per sua stessa ammissione, si stima che le situazioni più difficili riguardano «il 15% degli studenti», che significa comunque un milione e passa di alunni da risistemare. O adeguando le classi o attingendo agli spazi esterni da reperire in parchi, musei, cinema, biblioteche, teatri e archivi oltre ai 3mila ex istituti dismessi. Nel frattempo, ma ci vorrà almeno fine agosto, il Comitato tecnico-scientifico del ministero della Salute valuterà il livello raggiunto dal contagio e deciderà se l’obbligo della mascherina (che adesso è dai 6 anni in più) potrà essere limitato agli spazi comuni ed eliminato in classe classi. A prevedere espressamente questa ipotesi (da rivalutare «2 settimane prima dell’inizio dell’anno scolastico») è l’ultima versione del Piano Scuola 2020/21, che ha imbarcato altre tre novità “politiche”.

La prima è la garanzia che ogni intervento straordinario per risolvere le criticità trovi «adeguata copertura finanziaria» rispetto ai 4,6 miliardi stanziati finora secondo i conti di viale Trastevere. La seconda riguarda il coinvolgimento dei sindacati nella verifica dell’attuazione del piano (anche sugli «incrementi di organico»). La terza interessa invece il trasporto locale e scolastico sotto forma di tavolo separato da avviare con Infrastrutture, Regioni Anci e Upi, anche per trovare fondi.

Minimi invece i ritocchi tecnici. Come la previsione che anche i presidi possano attivare le Conferenze dei servizi, l’eliminazione del riferimento agli educatori aggiuntivi da reperire con i «patti di comunità» – ci si limita a un più neutro «sostegno alle comunità scolastiche nella costruzione delle collaborazioni» – e la sostituzione dell’apertura di sabato con «una diversa modulazione settimanale del tempo scuola». Laddove restano ferme le altre opzioni in mano ai dirigenti scolastici anticipate nei giorni scorsi su questo giornale: ingressi scaglionati per alleggerire metro e bus, classi divise in sottogruppi, moduli orari ridotti, frequenza scolastica a turni, aggregazioni delle materie in aree più vaste e (solo alle superiori) mix di didattica in presenza e a distanza con quest’ultima solo «complementare».

Soddisfazione per l’accordo è stata espressa da tutti i protagonisti in campo. A cominciare da Conte e Azzolina, e poi dai ministri Roberto Speranza (Salute) e Francesco Boccia (Affari regionali), al presidente della Conferenza delle Rehioni, Stefano Bonaccini (Emilia Romagna). Opposizione a parte le uniche voci fuori dal coro sono arrivate dal governatore campano, Vincenzo De Luca, che non ha dato l’intesa perché contrario a votare il 20-21 settembre e i dirigenti scolastici. Con il presidente dell’Associazione presidi (Anp), Antonello Giannelli, che ha ricordato come le misure di sicurezza spettino all’autorità centrale e sull’uso dei cinema dice: «Meglio affittare un locale per un anno».

Con i fondi aggiuntivi in arrivo 50mila supplenti in più

da Il Sole 24 Ore

di Eu.B.

Il difficile per il Governo forse viene adesso. L’attuazione del Piano Scuola 2020/21, e soprattutto la sua riuscita, dipendono da due missioni parallele: trovare una soluzione al problema di spazio che affliggerà oltre un milione di studenti; assumere 50mila unità aggiuntive di personale per sdoppiare le classi o favorire la compresenza in classe alla primaria . Entrambe le misure serviranno a mantenere l’impegno comune preso in conferenza stampa dal premier Giuseppe Conte e dalla ministra Lucia Azzolina, contro le «classi pollaio». Una vecchia battaglia della titolare dell’Istruzione, che le aveva già messe nel mirino da deputata semplice prima e sottosegretaria (sempre a viale Trastevere) poi.

A disposizione ci sarà il miliardo in più annunciato dallo stesso tandem nella stessa conferenza stampa. Risorse che si affiancheranno ai 400 milioni per il 2020 e ai 600 per il 2021 previsti dal decreto Rilancio per il neonato fondo Covid-19 a cui le scuole potranno attingere per la riapertura in sicurezza. E la missione sarà la stessa anche per le risorse aggiuntive che arriveranno dai 10 miliardi attesi dal prossimo scostamento di bilancio.

In queste ore al ministero sono partiti i calcoli su come ripartire le risorse tra aule, arredi e personale ma visti i numeri in ballo è presumibile che gran parte del miliardo andrà all’assunzione di 50mila tra insegnanti e unità di personale Ata.

Un po’ perché gli organici per il 2020/21 ormai sono stati fatti, un po’ perché le graduatorie a esaurimento sono vuote in vaste aree del paese (soprattutto al Nord) e per diverse materie e un po’ perché su pressione di sindacati e di una parte della maggioranza (Pd e LeU) il concorso straordinario che serviva a reperire entro l’estate 32mila nuovi docenti alle medie e alle superiori è stato rinviato a dopo l’estate, fatto sta che le nuove risorse verranno utilizzate per sottoscrivere nuovi contratti a tempo determinato.

A settembre sono in arrivo 50mila nuovi supplenti dunque. Che si sommano ai circa 15mila messi in preventivo per coprire le immissioni in ruolo che non andranno a buon fine e allo stock di incarichi temporanei che ci trasciniamo dagli anni precedenti. Che fossero 109mila al 30 settembre, come dichiarato dalla ministra Azzolina al Sole 24Ore di lunedì 1° giugno, o 187mila qualche mese dopo come sottolineato dal direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, sempre su questo giornale è chiaro che, alla riapertura, supereremo i 200mila supplenti in cattedra.

Ma sempre a proposito di docenti degno di nota è infine un altro appuntamento citato ieri dalla ministra. A luglio scatteranno gli aumenti in busta paga per i prof: in media da 80 a 100 euro. Senza stanziamenti nuovi ma per l’effetto del taglio al cuneo fiscale previsto dall’ultima legge di bilancio.

Estate 2020, 3 studenti su 4 rinunciano al viaggio di Maturità

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Dopo i 100 giorni e la notte prima degli esami, la pandemia toglie ai maturandi un altro dei rituali classici: il viaggio post maturità. Per la maggioranza dei neodiplomati la tradizionale partenza di classe non ci sarà. Il motivo? La paura: tra chi rinuncia, in 2 casi su 3 a far saltare ogni progetto è il timore del contagio. Ma anche per chi parte, i programmi sono diversi da quelli immaginati: ci si deve accontentare di destinazioni italiane e gruppi ristretti.

È un must di ogni inizio estate. Ma quest’anno, soprattutto a causa dell’emergenza sanitaria, per molti ragazzi resterà solo l’ennesima cosa a cui hanno dovuto rinunciare negli ultimi mesi. Stiamo parlando del viaggio di maturità. Secondo un sondaggio effettuato dal portale Skuola.net – su 2.000 studenti che proprio in questi giorni sono alle prese con gli esami, o che li hanno appena finiti – 3 maturandi su 4 hanno infatti già rinunciato a partire. Nonostante, in teoria, le condizioni attuali permettano di organizzare qualcosa anche last second.

A metterci lo zampino, come anticipato, sono soprattutto gli strascichi di quanto vissuto dal nostro Paese negli ultimi mesi. Altrimenti sarebbero stati molti di più i giovani diplomati che avrebbero imbracciato lo zaino o riempito la valigia per godersi qualche giorno di meritato riposo.

Perché, laddove il viaggio salterà, in quasi la metà dei casi (43%) il Covid-19 è stato il responsabile numero uno e per un altro 23% non è stato determinante ma comunque un fattore importante. Alla fine solo il 34% dice che non sarebbe partito lo stesso o che salterà la vacanza post maturità per ragioni indipendenti dal virus. La paura di esporsi al contagio il freno più forte: tra i rinunciatari ‘causa Covid’, il 40% ammette di non fidarsi ancora di allontanarsi da casa mentre il 20% non vuole far stare in pensiero i genitori. Senza dimenticare chi non partirà perché la famiglia è in difficoltà economiche: è così per circa 1 su 4.

Ma, nonostante tutto, qualcuno che dopo un periodo difficile vuole celebrare il raggiungimento dell’obiettivo diploma c’è lo stesso: un 25% che, viste le premesse, non è pochissimo. Anche se, pure a loro, la pandemia – tra timori e difficoltà negli spostamenti – ha imposto qualche cambio di programma.

Il viaggio, per la stragrande maggioranza (70%), come prevedibile sarà in Italia. Una scelta che, però, molto spesso è stata un ripiego: per il 66% dei vacanzieri che rimarrà entro i confini nazionali l’obiettivo iniziale era infatti quello di andare all’estero (cosa che farà solo il 30%). Non solo, almeno quest’anno dimentichiamoci le comitive di ragazzi in giro per le varie località; in 7 casi su 10 i ranghi saranno ridotti: il 53% partirà con un piccolo gruppo di amici selezionati, il 17% al massimo con un paio di persone.

Sugli aspetti logistici, invece, l’impatto del coronavirus appare tutto sommato limitato. Confermando che a partire saranno solo i più temerari. Pur se, apparentemente, le scelte dei ragazzi porterebbero a pensare il contrario. L’alloggio sarà, in 2 casi su 3, un appartamento o una casa indipendente; mentre alberghi, b&b, villaggi, campeggi e ostelli – teoricamente più affollati – complessivamente raccolgono solo il 34% delle ‘prenotazioni’. Così come 8 maturandi su 10 condivideranno la stanza da letto con poche persone e fidatissime (fidanzati, parenti, migliori amici).

Ma, come detto, solamente 1 su 4 dice che tali scelte sono state dettate dalla precauzione. Lo stesso si può dire per gli spostamenti: solo il 36% userà un mezzo privato (auto, moto, ecc.); gli altri si divideranno tra aerei, treni, navi e pullman.

E, in un quadro così articolato, resiste anche un elemento di continuità col passato: è la destinazione preferita, immutata rispetto alla tradizione. Quasi tutti – l’80% tra chi rimane in Italia, il 63% tra chi andrà all’estero – hanno infatti puntato i posti di mare più gettonati. Molto meno battute le città: le capitali europee attireranno solo il 18% dei rispettivi vacanzieri, le città d’arte italiane appena il 4%. Meglio fanno gli itinerari misti, tour fai da te che prevedono vari spostamenti: organizzati da circa 1 su 10, all’estero come in Italia.

L’Istruzione ricerca licei per favorire l’acquisizione di competenze in campo biologico

da Il Sole 24 Ore

di Amedeo Di Filippo

Il ministero dell’Istruzione ha pubblicato l’avviso destinato ad individuare i licei classici e scientifici in cui attuare il percorso di potenziamento-orientamento “Biologia con curvatura biomedica”.

Gli obiettivi
Selezionare licei classici e scientifici nei quali verrà attivato, a partire dall’anno scolastico 2020-2021, il percorso di potenziamento di “Biologia con curvatura biomedica”. È qui racchiusa la finalità dell’avviso appena pubblicato dall’Istruzione, diretto a favorire l’acquisizione di competenze in campo biologico e orientare le studentesse e gli studenti che nutrono un particolare interesse per la prosecuzione degli studi in ambito chimico-biologico e sanitario.

L’iniziativa scaturisce dal protocollo d’intesa sottoscritto il 21 marzo 2017 tra il ministero e la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, finalizzato ad estendere su scala nazionale il modello di potenziamento-orientamento ideato e sperimentato dal liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria e dal locale Ordine dei medici. Il percorso ha durata triennale, per un totale di 150 ore, a partire dal terzo anno ed è destinato ai licei classici e scientifici statali e paritari.

La procedura
Le domande di partecipazione potranno essere inoltrate dal 30 giugno al 20 luglio, esclusivamente mediante la compilazione da parte del dirigente scolastico del form on line presente nell’area dedicata sul sito del Ministero. Le istituzioni scolastiche selezionate sottoscriveranno col liceo capofila della rete e con l’Ordine provinciale dei medici una convenzione riguardante il coordinamento progettuale e organizzativo, la condivisione di materiali didattici, la raccolta di dati per il monitoraggio e per i report periodici.
Ai fini della presentazione delle domande, i dirigenti scolastici devono, a pena di esclusione: acquisire la delibera del collegio dei docenti e del consiglio d’istituto; garantire la disponibilità di uno o più docenti di Scienze a partecipare, in qualità di referente di istituto, alle attività didattiche, di gestione e di monitoraggio; garantire la disponibilità dei docenti a prestare docenza nell’ambito del percorso; garantire la disponibilità di laboratori e aule dotate di accesso alla rete internet e di LIM e/o computer con videoproiettore; dichiarare la disponibilità a organizzare, di concerto con l’ordine provinciale dei medici, le attività degli studenti presso le strutture sanitarie, ospedaliere, universitarie pubbliche o private, formalizzandole come percorsi di alternanza scuola-lavoro e provvedendo ai necessari supporti logistici; dichiarare l’impegno a inserire il progetto formativo nel Ptof.
Il controllo verrà effettuato dalla Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione, tramite richiesta di informazioni e/o visite in loco.

«Mascherine sopra i 6 anni e controlli medici a scuola»

da Il Messaggero

Intervista al Ministro della Salute Roberto Speranza

«Per noi la riapertura delle scuole è fondamentale. Ma in piena sicurezza. Abbiamo fatto un primo passo importante con l’accordo sulle linee guida con Regioni, Province e Comuni, guai a immaginare divisioni su un tema che interessa milioni di famiglie». Roberto Speranza, ministro della Salute, guarda al 14 settembre, alla ripartenza delle scuole, alla sfida al coronavirus fatta di reperimento di nuovi locali per garantire le distanze, ingressi scaglionati ove necessari e mascherine sopra i sei anni («un uso appropriato a seconda del quadro epidemiologico»). I Dipartimenti di prevenzione delle Asl seguiranno gruppi di scuole, ci sarà un controllo medico costante, sul vecchio modello della medicina scolastica.
Cosa ci aspetta?
«E’ fondamentale riaprire in sicurezza, e possiamo farlo solo monitorando costantemente il quadro epidemiologico. L’epidemia ci ha colpito molto seriamente, non possiamo dimenticare ciò che è successo a marzo e aprile».
Se l’epidemia dovesse avere un’impennata le scuole potrebbero non riaprire?
«No. Le scuole riapriranno. Sono fiducioso, lavoreremo per garantire da una parte il ritorno alle lezioni, dall’altra la sicurezza. Abbiamo previsto un altro miliardo di euro per la scuola per trasformare questa crisi in una opportunità. Bisogna recuperare ciò che di buono c’era in passato e che si è perso negli anni Novanta: un rapporto sistemico tra le scuole e i dipartimenti di prevenzione delle Asl. Scuola e Sanità devono lavorare insieme».
Che tipo di misure dovranno aspettarsi le famiglie?
«Sarà garantita, come richiesto dal Comitato tecnico scientifico, la distanza di un metro tra gli studenti. Gli investimenti serviranno per il personale e anche a reperire locali laddove siano insufficienti. Dovremo evitare gli assembramenti anche con ingressi scaglionati se necessario».
Gli alunni dovranno indossare le mascherine?
«Oggi, ricordiamolo, è in vigore un Dpcm che prevede l’uso delle mascherine nei luoghi al chiuso aperti al pubblico. Dai sei anni in su. Due settimane prima dell’inizio delle lezioni valuteremo la situazione con il Cts, studieremo i numeri dell’epidemia. E potremmo pensare anche a provvedimenti differenti da regione a regione».
Farete i tamponi a tutti i dipendenti delle scuole?
«Stiamo lavorando su due idee del Cts: test sierologici al personale prima della riapertura; tamponi molecolari a campione durante l’anno scolastico. Vorrei far passare un messaggio: la scuola è la priorità assoluta, lavoreremo con tutte le energie per la riapertura in sicurezza».
In molti temono una seconda ondata del coronavirus. In Italia il virus circola, con focolai in varie regioni. Dobbiamo spaventarci?
«I focolai ci dicono due cose: che il virus non è scomparso, ma anche che abbiamo nelle regioni un sistema di monitoraggio più rapido ed efficace che ci consente di individuare i problemi. Ora conosciamo meglio il nemico, a febbraio il nostro personale sanitario inevitabilmente non lo conosceva. Ora possiamo combatterlo meglio. Stiamo cercando il virus, anche con i test sierologici, questo ci aiuterà».
Però non siamo riusciti ad azzerare la presenza del virus. E il rispetto delle regole, nei ristoranti, nei pub, nelle piazze, è saltato. Non servirebbero più controlli?
«Gli italiani, contro ogni stereotipo, hanno dimostrato grande maturità e affrontato enormi sacrifici durante il lockdown, così la curva dell’epidemia si è abbassata. Ora è stazionaria, bisogna proseguire con il rispetto delle regole essenziali come il distanziamento, l’utilizzo delle mascherina e l’igiene delle mani. Ma più che in un approccio securitario, io credo in quello della persuasione dei cittadini. Sta passando un messaggio che il virus è vinto, non è così. Faccio un appello a tutti, dobbiamo vincere questa sfida. Per me non lo si fa mettendo un agente delle forze dell’ordine a controllare ciascun cittadino. Nel mondo i numeri sono preoccupanti. Ne abbiamo parlato con i ministri del G7».
Il primo luglio l’Unione europea aprirà i confini anche a chi arriva da nazioni extra Schengen. Un rischio.
«Stiamo registrando tra i 150mila e i 180mila contagiati al giorno nel mondo, non sono mai stati così tanti. L’America Latina ha una situazione gravissima. Non solo il Brasile. Anche paesi come Cile e Perù ci hanno superato come numeri di contagiati, nonostante una popolazione molto inferiore alla nostra. Chi ha puntato sull’immunità di gregge, ha fallito. Le nostre scelte, dolorose, sono state giuste. Le assicuro che non è stato facile, ogni volta, per me o per il Presidente del Consiglio, firmare le ordinanze nei giorni più drammatici. Anche per questo, per noi resta valido il Dpcm che prevede, fino al 15 luglio, quarantena obbligatoria per chi proviene da paesi extra europei».
La Lombardia ha sempre moltissimi casi, anche 100-150 al giorno.
«Ma c’è stato un periodo che ne ha avuti 3mila. Anche la Lombardia sta scendendo».
Torniamo alla seconda ondata. Cosa abbiamo fatto perché in autunno non si ripeta la tragedia negli ospedali?
«Abbiamo stanziato 3,25 miliardi di euro solo nel decreto rilancio. In 5 mesi abbiamo investito più che negli ultimi cinque anni. Stiamo potenziando la sanità di territorio, la prevenzione, ci sono molti più posti di terapia intensiva, in tre mesi abbiamo assunto 28.182 tra medici, infermieri e operatori sanitari. Questa tragedia ci ha dimostrato quanto sia stata sbagliata quella norma che per quindici anni, ha bloccato la spesa sul personale sanitario».
Molte regioni vanno per conto loro, così la sanità non funziona.
«Io con le regioni, in questi mesi, ho collaborato seriamente. Bisogna trovare un punto di equilibrio tra l’ipotesi di neo centralismo anacronistico e un ultra federalismo che romperebbe l’unità nazionale».
Gli italiani avranno il vaccino?
«L’Italia è nel cuore della sfida. Con Germania, Francia e Olanda abbiamo investito sul candidato vaccino più promettente, sviluppato dall’Università di Oxford, con la multinazionale AstraZeneca, che vede protagoniste eccellenze italiane (il vettore virale viene da Pomezia, e l’infialamento avverrà ad Anagni). Sono 400 milioni di dosi, 60 prima della fine del 2020. Se si rivelerà efficace, le prime dosi andranno a personale sanitario, anziani e soggetti fragili. Ovviamente, non c’è ancora certezza del risultato e stiamo valutando anche altri vaccini, con la Commissione europea, che saranno pronti nel 2021. Il vaccino è la vera soluzione a questa pandemia; se arriverà, in tempi che non hanno precedenti per rapidità, gli italiani lo avranno e lo avranno gratuitamente».
Mauro Evangelisti

Curare il capitale umano

da Corriere della sera

Ferruccio De Bortoli

Gita Gopinath è la prima donna capo economista del Fondo monetario internazionale. Nella relazione alle previsioni (catastrofiche) del 2020, che vedono particolarmente colpita l’Italia, ha dedicato un capitolo alle perdite, non quantificabili in alcun bilancio, subite dalle giovani generazioni per la chiusura delle scuole in 150 Paesi. E, riprendendo una stima delle Nazioni Unite che parla di un miliardo e 200 milioni di studenti bloccati dal lockdown, si è soffermata su quello che paventa essere un danno pressoché irreparabile. Causa di ulteriore povertà e maggiore disuguaglianza. Originaria dell’indiano Kerala, Gopinath immaginiamo che scriva con cognizione di causa. Quando le chiesero che cosa consigliasse all’Italia, rispose di investire soprattutto sul capitale umano. Noi abbiamo discusso, nella settimana appena terminata, più di distanziamento, di adeguamento delle classi, di orari e contratti che di programmi di recupero e qualità dell’insegnamento. Del resto, i test Invalsi li abbiamo rimossi. E abbiamo dato così la spiacevole sensazione che sia tutta una questione di dove metterlo il capitale umano (senza peraltro riuscirvi), non di come farlo crescere.

Le reazioni al mio articolo pubblicato sul Corriere del 16 maggio (La classe dirigente che serve al Paese) sono state numerose e autorevoli. Il dibattito è stato ed è certamente utile. Non va disperso. Segno di una sensibilità crescente.

Le proposte sono state molte, ma vorremmo concentrare l’attenzione su due obiettivi irrinunciabili. Primo: scongiurare un nuovo calo delle immatricolazioni universitarie, come accadde dopo la crisi finanziaria del 2008. Nei dieci anni successivi la popolazione universitaria è calata del 5 per cento in Italia, ma è invece cresciuta del 14 per cento in Francia e del 40 per cento in Germania. Lo si legge in un rapporto, in via di pubblicazione, di The European House Ambrosetti cui ha collaborato Riccardo Pietrabissa, rettore della Scuola universitaria superiore di Pavia. Secondo: affrontare lo scandalo di tanti ragazzi che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet, Not in education, employment or training) che secondo l’Istat erano nel 2018, nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, 2 milioni 116 mila. Ultimi in Europa.

La pandemia ha mostrato quanto sia generosa (e disciplinata) l’Italia. Il 60 per cento dei cittadini ha fatto una donazione, alla Protezione Civile, agli ospedali, alle associazioni del volontariato. Piccole e grandi cifre. Perché qualcosa di analogo non può accadere per l’istruzione? Anche il capitale umano ha bisogno di cure. Il virus dell’impreparazione circola e mina la qualità del Paese, non solo della sua classe dirigente che decide e deciderà delle sorti di tutti. La sollecitazione del mio precedente intervento era rivolta soprattutto all’imprenditoria italiana, alla cosiddetta borghesia produttiva e ai ceti professionali che spesso mandano i figli a studiare all’estero. Ma credo che tanti altri, nel limite delle loro possibilità, pur tenendo conto delle drammatiche difficoltà di questo momento, siano sensibili al tema. Lo Stato non può farcela da solo, siamo sinceri. Ha bisogno dello spontaneo sostegno dei privati. Il diritto allo studio va incrementato e finanziato, accresciuta la possibilità degli studenti di accedere al credito bancario (solo l’1 per cento degli universitari in Italia ha chiesto il prestito d’onore).

Una grande campagna di borse di studio, finanziata con le donazioni dei privati, potrebbe farci risalire dagli ultimi posti della classifica per numero di laureati e dare un’opportunità in più, soprattutto ai figli delle tante famiglie che si impoveriscono. Un dovere civico, morale. Alcune proposte (in particolare i capitoli 79 e 80 del documento) sono state avanzate dalla task force di Vittorio Colao. Come, per esempio, un fondo speciale per il diritto alle competenze, soprattutto nelle discipline tecnico-scientifiche, o voucher che consentano agli studenti di scegliere gli atenei migliori sostenendo il differente costo della vita tra una città e l’altra. Un soggetto pubblico-privato, costituito ad hoc , potrebbe gestire nella massima trasparenza, insieme alla conferenza dei rettori, presieduta da Ferruccio Resta del Politecnico, il flusso delle donazioni. Attenzione al merito e al reale bisogno. Il finanziatore privato sarebbe ovviamente libero di scegliere a chi donare.

In Italia solo il 12 per cento degli studenti riceve un aiuto. L’Università di Bologna gode, si fa per dire, di contributi privati per poche migliaia di euro, pari allo 0,0004 per cento delle proprie spese. Inutile persino fare il confronto con quello che accade per gli atenei stranieri, e non parliamo solo di quelli più prestigiosi. La Bocconi, tanto per parlare di uno dei vertici dell’istruzione universitaria italiana, ha raccolto, nel 2018, donazioni per 10 milioni 795 mila 898 euro. Solo il 25 per cento va agli studenti. Le aziende sono 104 e gli individui 860. Si preferisce intestare un’aula o una cattedra anziché offrire una borsa di studio a uno studente bisognoso. L’aiuto al capitale umano del Paese potrebbe essere poi incentivato fiscalmente. Del resto si concede il credito d’imposta al 110 per cento per rifare casa ma la vita educativa di uno studente vale più di un infisso o un pannello solare.

La seconda proposta è diretta a offrire a giovani meno fortunati, che non studiano e non lavorano, a volte senza averne una colpa, un’opportunità di riscatto. Anche in questo caso con un maggiore coinvolgimento delle donazioni private, opportunamente incentivate. Ottantamila giovani chiedono ogni anno di fare il servizio civile universale e la loro domanda non viene accolta per mancanza di fondi. «Potrebbero essere impiegati — nota Riccardo Bonacina, fondatore di Vita — per dare una mano alle famiglie più povere anche a superare il digital divide ampliato dalla quarantena». Nel decreto Rilancio (34 del 2020) sono stati previsti solo 20 milioni, ovvero 4 mila giovani in più che si aggiungono agli attuali 30 mila. Un anno di servizio civile costa 5 mila 500 euro. Non stiamo parlando di cifre stratosferiche. Ieri, sul Sole 24 Ore , il neoeletto presidente dei giovani di Confindustria, Riccardo Di Stefano, ha lanciato l’idea di una «fase giovani». Perfetto. Ma non solo per aiutare chi vuol creare una sua start up . Le aziende che possono farlo «adottino» qualche giovane, che non studia né lavora, delle zone in cui operano. Offrano un contratto d’apprendistato, un’occasione, contribuiscano di più a curare questa gigantesca e purtroppo invisibile piaga sociale. Un piccolo grande investimento. Per tutti.

Con il raffreddore via da scuola per 3 giorni

da Corriere della sera

G.Fre.

roma Quest’estate sarà una corsa contro il tempo, probabilmente senza ferie per presidi e tecnici di Comuni e Regioni per cercare di sistemare il maggior numero di scuole: considerando che solo un terzo degli edifici ha meno di cinquant’anni e uno su quattro era stato costruito per altri scopi, l’impresa sarà complicata. I presidi sono molto preoccupati dei rischi di non trovare gli ormai famosi spazi esterni — cinema, teatri, musei di cui ha parlato la ministra Azzolina — in prossimità delle scuole e che siano in condizioni di poter accogliere gli alunni. Lo ha ribadito il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli, soddisfatto invece che il ministero abbia cancellato «l’improprio riferimento all’uso del sabato» per le lezioni.

Se sarà complicato rimettere in classe tutti gli studenti, rischia di essere ancora più difficile farceli rimanere. Nelle linee guida sono contenute le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile, che sulla questione delle condizioni di salute per andare a scuola, sono molto chiare: non solo bisogna non aver incontrato persone positive al Covid nei 14 giorni precedenti né essere stati in isolamento. Si deve stare a casa se si ha più di 37.5 di febbre o una «sintomatologia respiratoria». Fuor di linguaggio tecnico: non si può andare a scuola se si ha la tosse o il raffreddore. Non solo, nel caso l’alunno abbia avuto questi sintomi deve restare a casa per tre giorni. È vero che le scuole potranno avvalersi di un medico per tutte le emergenze, ma queste riguardano più i casi di contagio che non le normali influenze o infiammazioni della gola che affliggono i bambini specialmente durante l’inverno. Chi controllerà allora? Il Cts esplicitamente spiega che «si demanda alla responsabilità individuale rispetto allo stato di salute proprio e dei minori».

Regole sanitarie che valgono anche per le scuole dell’infanzia, per le quali è prevista la divisione degli studenti in piccoli gruppi che restino sempre negli stessi spazi, eventualmente anche per il pranzo, con giocattoli lavabili e assolutamente non portati da casa. Divisione in piccoli gruppi che per essere rispettata impone un grande investimento soprattutto in insegnanti, oltre che in spazi: oggi infatti in media le classi delle scuole dell’infanzia hanno in media 21,4 bambini.

Dalla prossima settimana la ministra girerà l’Italia per controllare lo stato dei lavori di adeguamento. Intanto l’opposizione affila le armi contro quello che ritiene che sia un piano confuso e inapplicabile. «Venga in Parlamento», la sfidano Lega e Forza Italia.

Gli istituti superiori e le grandi città Ecco dove mancano i posti nelle classi

da Corriere della sera

Gianna Fregonara e Orsola Riva

Un milione e duecentomila, circa. Nonostante il Cts abbia un po’ accorciato le distanze di sicurezza che gli studenti dovranno tenere in classe dal 14 settembre grazie alla ridefinizione del calcolo in base alle «rime buccali», sono ancora tanti i bambini e i ragazzi che devono essere ricollocati e sistemati nei prossimi due mesi e mezzo. Chi sono gli studenti che non hanno un posto in aula? I dati del cruscotto del Miur, in base ai quali la ministra Azzolina ha fatto i conti, sono custoditi sotto password al ministero. Ma una mappa si può cominciare a fare. I presidi hanno già lanciato l’allarme: temono che si finisca, proprio sulla base della disponibilità degli spazi, per avere scuole di serie A e scuole di serie B, cioè costrette a ridurre i tempi a scuola, a ricorrere alla didattica a distanza, ad arrangiarsi insomma.

Ci sono piccole regioni come il Molise, la Basilicata e la Valle d’Aosta, dove ci dovrebbero essere meno problemi. Al contrario delle aree metropolitane, in particolare Milano e Roma, Firenze e Bologna, anche se si segnalano casi a Urbino, in Toscana, a Varese.

Quest’anno i 40 mila edifici scolastici ospitavano 7,5 milioni di alunni dai 3 ai 19 anni, suddivisi in poco meno di 370 mila classi: 20,5 per aula in media, ma con enormi differenze a seconda del tipo di scuola e della regione. Alle elementari, una classe su 5 (il doppio in regioni come il Molise) sarebbe già in regola visto che ha meno di 15 alunni, mentre alle superiori, dove sono aumentati gli iscritti, una classe su 5 (una su 4 in Lombardia) ha più di 25 studenti, con punte anche oltre i 30. «Nel Lazio abbiamo difficoltà in 150 scuole circa — spiega Mario Rusconi, presidente del sindacato regionale dei presidi — e la Città Metropolitana non ci ha ancora fatto sapere nulla sulla possibilità di trovare spazi aggiuntivi». In uno dei licei scientifici della Capitale, il Newton, circa un terzo degli studenti sono al momento di troppo, servirebbero venti-trenta aule in più per poter sistemare tutti. Il circuito Cinema di Roma che si è proposto per mettere a disposizione le sale: ne ha 26 in tutto da offrire.

Il premier Conte e la ministra Azzolina, presentando le linee guida, hanno detto che non vogliono mai più classi pollaio. Ma con le regole anti-Covid anche una da 20 può essere troppo numerosa. È vero che negli ultimi cinque anni la scuola ha perso quasi 300 mila alunni e ci sono «3000 edifici scolastici dismessi dove recuperare spazi», come promette la ministra Azzolina. Ma non è detto che siano dove servono. In regioni come la Calabria, la Campania e la Sardegna l’80 per cento delle classi elementari ha meno di 22 alunni, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana le sezioni da dividere sono almeno il 40 per cento.

Molto peggio va alle superiori visto che, nonostante i ripetuti proclami grillini, nessuno ha ancora messo mano alla norma varata ai tempi della ministra Gelmini che fissa un numero minimo di 27 studenti per le classi prime, proprio nell’anno di passaggio che segnala sempre il maggior numero di abbandoni. Perché gli adolescenti possano frequentare in sicurezza a settembre bisognerebbe dividere circa trentamila classi. Peccato che appena qualche giorno fa al liceo classico di Montalto nelle Marche non si sia riusciti a formare una prima in più perché aveva «soltanto» 18 alunni.

Come se non bastasse da Milano a Roma sono decine i licei e gli istituti tecnici e professionali che in queste settimane si sono visti recapitare provvedimenti di taglio delle classi nel passaggio dal biennio al triennio. Spiega Roberta Fantinato, preside del liceo classico Minghetti di Bologna: «Ci hanno assegnato gli organici come se non ci fosse stata l’emergenza Covid. Con l’ulteriore paradosso che quest’anno nessuno è stato bocciato. Senza la consueta “tosatura” delle classi alla fine del primo biennio, le terze sono molto più affollate del solito».

Ci sono regioni come le Marche in cui alcune scuole hanno per tutto il percorso delle superiori più di trenta alunni in una stessa aula, con punte fino a 42. A Milano sono otto gli istituti superiori coinvolti dagli accorpamenti. A Varese, agli studenti del liceo Manzoni è andata anche peggio: hanno protestato contro la scelta di dividere una seconda di 19 alunni. Il preside ha spiegato che è già andata bene così perché è stata «tagliata» una sola classe quest’anno e in cambio la scuola ha ottenuto di avere una prima in più.

Esami di idoneità, integrativi e sessione straordinaria Esami di Stato: tutte le date. Ordinanza Ministero

da Orizzontescuola

di redazione

Ordinanza del 27 giugno 2020 su esami di idoneità, integrativi, preliminari e sessione straordinaria degli Esami di Stato: tutte le date previste dal Ministero.

Esami di idoneità nel primo ciclo per l’anno scolastico 2019/2020

Gli esami di idoneità nel primo ciclo di istruzione sono svolti in presenza e calendarizzati a decorrere dal termine delle lezioni e non oltre
il 1°settembre 2020.

Esami di idoneità nella scuola secondaria di secondo grado per l’anno scolastico 2019/2020

Gli esami di idoneità nella scuola secondaria di secondo grado sono svolti, in presenza,  entro la data d’inizio della sessione straordinaria (09 settembre 2020).
Sostengono gli esami di idoneità:
a) candidati esterni, al fine di accedere ad una classe di istituto secondario di  secondo grado successiva alla prima (per la partecipazione agli esami di idoneità sono considerati candidati esterni anche coloro che cessino la frequenza prima del 15 marzo);
b) i candidati interni, che hanno conseguito la promozione nello scrutinio finale, al fine di accedere a una classe successiva a quella per cui possiedono il titolo di ammissione, purché iscritti alla classe prima della scuola secondaria di secondo grado da un numero di anni non inferiore a quello del corso normale di studi.
I candidati sostengono gli esami di idoneità su tutte le discipline previste dal piano di studi dell’anno o degli anni per i quali non siano in possesso della promozione.

Esami integrativi nella scuola secondaria di secondo grado per l’a.s. 2019/2020

Gli esami integrativi nella scuola secondaria di secondo grado sono svolti, in presenza,  entro la data d’inizio della sessione straordinaria  (9 settembre 2020)
Sostengono gli esami integrativi:
a)gli alunni ammessi alla classe successiva in sede di scrutinio finale, al fine di  ottenere il passaggio a una classe corrispondente di un altro percorso, indirizzo, articolazione, opzione di scuola secondaria di secondo grado;
b) gli alunni non ammessi alla classe successiva in sede di scrutinio finale, al fine di ottenere il passaggio in una classe di un altro percorso, indirizzo, articolazione, opzione di scuola secondaria di secondo grado, corrispondente a quella frequentata con esito negativo.
I candidati sostengono gli esami integrativi sulle discipline o parti di discipline non  coincidenti con quelle del percorso di provenienza.

Esame preliminare dei candidati esterni

L’ammissione dei candidati esterni è  subordinata al superamento in presenza, le cui sessioni si svolgono secondo i calendari predisposti dalle singole istituzioni scolastiche,  anche in deroga al termine iniziale del 10 luglio 2020.

Sessione straordinaria dell’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione per l’a.s. 2019/2020

La sessione straordinaria dell’ esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione  per l’anno scolastico 2019/2020 ha inizio il giorno settembre 2020, con l’avvio dei  colloqui.
Le commissioni, nella stessa composizione in cui hanno operato nella sessione ordinaria, si insediano lunedì 7 settembre 2020.
Ai componenti le commissioni spetta una quota del compenso forfetario riferito alla  funzione e una quota dell’eventuale compenso forfetario riferito ai tempi di percorrenza dalla sede di servizio o di residenza a quella di esame.

Effettuazione delle prove d’esame in videoconferenza

I candidati degenti in luoghi di cura od ospedali, detenuti o comunque impossibilitati a  lasciare il proprio domicilio nel periodo dell’esame inoltrano al dirigente scolastico, prima dell’insediamento della commissione o, successivamente, al presidente della commissione
d’esame, motivata richiesta di effettuazione del colloquio fuori dalla sede scolastica, corredandola di idonea documentazione. Il dirigente scolastico  o presidente della commissione  dispone la modalità d’esame in videoconferenza o in altra modalità telematica sincrona.
La modalità d’esame in videoconferenza o in altra modalità telematica sincrona è  utilizzata anche per gli esami di Stato delle sezioni carcerarie, qualora risulti impossibile svolgere l’esame in presenza.

Partecipazione con riserva a concorsi o prove di ammissione a corsi di laurea

I candidati esterni  potranno nel frattempo partecipare con riserva alle prove di ammissione ai corsi di laurea numero programmato, ad altre prove previste dalle università, dalle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e da altre istituzioni di formazione
superiore post-diploma per l’anno accademico 2020/2021, nonché a procedure concorsuali pubbliche, selezioni e procedure di abilitazione, comunque denominate, per le quali sia richiesto il diploma di scuola secondaria di secondo grado.

Rientro a settembre, estate di mille incombenze per i Dirigenti Scolastici

da Orizzontescuola

di Elisabetta Tonni

Per i dirigenti scolastici sarà un’estate bollente. Al di là delle previsioni meteo, vacanze per loro se ne prospettano poche o quanto meno potrebbero essere piene di pensieri e preoccupazioni.

Le nuove linee guida per un rientro a settembre in sicurezza suggeriscono soluzioni su cui sarà necessario mettersi subito all’opera in tempi brevi.

Scatta infatti il conto alla rovescia per il reperimento degli edifici dismessi da adibire a locale scolastico per evitare che gli alunni e il personale scolastico non siano in condizioni di rispettare le distanze di sicurezza.

Stando alle dichiarazioni della ministra Azzolina, il 15% degli studenti devono essere portati fuori dagli edifici delle scuole di appartenenza. Per quanto la percentuale risulti ridotta, si tratta comunque di persone (fra studenti e personale scolastico) a cui deve essere garantito lo standard minimo di sicurezza.

Andranno poi assicurati anche gli strumenti adatti a strutturare le classi, dal minimo dell’arredo scolastico (banchi, sedie, cattedre e lavagna) agli strumenti tecnologici (computer, cavi, server e connessioni) da cui non si può più prescindere per lo svolgimento dell’organizzazione scolastica.

Non a caso nelle linee guida sono previsti anche interventi di edilizia leggera che, dato lo stato di semi-abbandono delle strutture, potrebbero non essere così “leggeri” ma andranno comunque affrontati. Si tratta a una prima stima ufficiale di tremila edifici dismessi.

C’è poi la questione del personale scolastico. Non a caso nella conferenza stampa per la presentazione delle linee guida definitive, il presidente del Consiglio, Conte ha affermato: “La scuola è al centro dei nostri pensieri” alle cui dichiarazione ha fatto eco quella della Azzolina: “Assumeremo fino a 50000 persone in più tra docenti e personale ATA con contratto a tempo determinato”.

Tradotto nelle attività di lavoro significa che ogni scuola deve considerare quanti sono gli alunni da trasferire nelle nuove sedi individuate, quanto personale scolastico sarà necessario impiegare, stimare – assieme alle figure competenti – a quanto potranno ammontare i lavori di ripristino, avviarli e monitorare che vengano eseguiti a opera d’arte pena la responsabilità di ciò che potrebbe avvenire nel malaugurato caso di incidente.

Il tutto, entro il 14 settembre.

C’è da giurare che non si prospetta un’estate di riposo.

Graduatorie provinciali, riunione sindacati – Ministero il 30 giugno. A breve si potrà presentare domanda

da Orizzontescuola

di redazione

Graduatorie di istituto trasformate in provinciali: dall’approvazione del DL 126/2019 del 1° ottobre ad oggi sono trascorsi molti mesi e si è reso necessario il DL 22/20 convertito con modificazioni nella legge 41/2020 per arrivare al risultato.

Il Ministero nella riunione del 30 giugno probabilmente presenterà ai sindacati un’ordinanza con i relativi criteri per la formulazione delle graduatorie, sia per posto comune che di sostegno, per II e III fascia.

Lo stesso Ministro Azzolina, la scorsa settimana, aveva affermato “Si lavora senza sosta per settembre anche per l’aggiornamento delle graduatorie provinciali”

Il testo dovrà quindi essere inviato al CSPI per il prescritto parere. Il CSPI ha sette giorni di tempo per esprimersi. Dopo la consultazione il testo dovrà essere sistemato dal Ministero in versione definitiva e si potrà dare avvio alla presentazione della domanda.

Probabilmente già nella riunione del 30 giugno il Ministero potrebbe comunicare delle date probabili previste per tale operazione.

Domanda telematica

Per la prima volta tutto il procedimento sarà online. Sia domanda, sia scelta delle scuole. Un procedimento che snellirà sia il processo di presentazione che la verifica dei punteggi da parte dell’ufficio Scolastico.

La procedura di iscrizione sarà indicata nel decreto.

Requisiti di accesso

Il titolo di accesso alla II fascia è l’abilitazione all’insegnamento per la classe di concorso richiesta.

Il titolo di accesso alla III fascia è laurea (con gli eventuali CFU richiesti per l’accesso alla classe di concorso + 24 CFU in discipline psicopedagogiche e metodologie didattiche di cui al DM 616/2017). per gli ITP vedi Graduatorie di istituto, docenti ITP al primo inserimento devono essere in possesso dei 24 CFU?

Le graduatorie avranno validità biennale, 2020/21 e 2021/22.

Saranno provinciali, per cui il candidato sceglierà una sola provincia di inserimento e concorrerà alle supplenze fino al 30 giugno e 31 agosto residue dopo l’assegnazione dalle Graduatorie ad esaurimento.

In aggiunta il docente potrà scegliere fino a venti scuole della stessa provincia dalle quali poter essere reclutato per le supplenze temporanee (max ultimo giorno di scuola).