Scuola: serve un piano straordinario per ripartire

Scuola: Landini e Sinopoli, serve un piano straordinario per ripartire

Roma, 13 maggio – Una eccezionale partecipazione alle assemblee in videoconferenza, che si sono svolte stamattina nelle scuole di tutto il paese. Oltre 400.000 lavoratrici e lavoratori si sono collegati per questa formula inedita di assemblee sindacali, per discutere delle tante problematiche ancora aperte in vista della fine di questo anno scolastico e, soprattutto, della riapertura del prossimo.                                                

“Grande soddisfazione per il risultato di partecipazione”, esprimono in una nota congiunta Maurizio Landini, segretario generale Cgil, e Francesco Sinopoli, segretario generale Flc Cgil. “La scuola ha bisogno per ripartire di un piano straordinario di investimenti – si legge nella nota – che colmi i tagli e i ritardi storici che si sono accumulati in questi anni. Per il ritorno in presenza, assieme a un protocollo specifico che garantisca sicurezza e salute per le lavoratrici e i lavoratori e per gli studenti e le studentesse, c’è bisogno di aumentare gli organici, docenti ed ATA”.

“Bene dunque – conclude la nota – l’aumento dei posti messi a disposizione per i concorsi, ma continuiamo a ritenere che l’unica strada per avere i docenti in cattedra dal primo settembre, sia una procedura per titoli. È importante fare adesso scelte che avranno importanti ricadute sulla scuola di domani”.

Nella giornata di oggi è partita anche la campagna di assemblee nell’università, nella ricerca, nelle accademie e nei conservatori, che proseguirà per le prossime due settimane. Al centro ancora una volta un piano di investimenti adeguati alla media europea e le stabilizzazioni del personale precario nella ricerca e nell’alta formazione.

Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione

Al Ministro dell’istruzione On. Lucia Azzolina
Viale di Trastevere
Roma
c/o segreteria.azzolina@istruzione.it

On.le Ministro,

a integrazione della lettera inviataLe sabato 9 maggio, Le rappresento le principali criticità desumibili dalla bozza ufficiosa dell’ordinanza relativa all’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione.

1) Sicurezza
Ribadisco le perplessità, formulate in più sedi, in merito all’opportunità di far svolgere i colloqui in presenza. Sebbene il CTS abbia autorizzato tale modalità di esame, mi corre l’obbligo di sottolineare che l’età media del personale scolastico è piuttosto elevata e che, per espresso riconoscimento dell’INAIL, i lavoratori di oltre 55 anni devono essere destinatari di particolari attenzioni e misure di prevenzione nei confronti del Covid-19.
È facilmente prevedibile, inoltre, che nelle commissioni d’esame siano state inserite numerose altre “persone fragili” che potrebbero legittimamente, anch’esse, presentare istanza di sostituzione. Tale situazione minerebbe alla base uno dei principi ispiratori della formula emergenziale scelta per lo svolgimento dell’esame di Stato, ovvero l’internità delle commissioni che, ai sensi dell’art.1, co. 3, lett. c) del DL 22/2020, è elemento fondamentale per garantire la migliore valutazione degli studenti. In altri termini, molte commissioni potrebbero trovarsi ad operare eludendo, di fatto, tale disposizione primaria.

2) Candidati esterni.
Poiché anche questi esami, secondo la bozza dell’ordinanza, dovrebbero svolgersi in presenza, valgono integralmente le perplessità già formulate.
In aggiunta a tale criticità, ritengo di dovere evidenziarne una ulteriore di carattere organizzativo. Le sessioni degli esami preliminari, infatti, si dovrebbero tenere “a partire dal 10 luglio 2020” davanti al consiglio della classe dell’istituto collegata alla commissione alla quale il candidato è stato assegnato (art. 14, co. 2 del D.Lgs 62/2017) ma, poiché gli ordinamenti delle scuole secondarie di secondo grado, in base ai piani di studio, prevedono prove su discipline diverse e che si differenziano anche nel numero e nelle modalità, sarebbe opportuno che le date di svolgimento degli esami preliminari fossero decise autonomamente da ciascuna istituzione scolastica.

Le chiedo, pertanto, di apportare al testo della emananda ordinanza le modificazioni necessarie a risolvere le suddette criticità.

Colgo l’occasione per inviare i più distinti saluti.

Roma, 13 maggio 2020

Il Presidente Nazionale ANP
Antonello Giannelli

S. Coluccelli, Il metodo Montessori nei contesti multiculturali

SONIA COLUCCELLI, IL METODO MONTESSORI NEI CONTESTI MULTICULTURALI

Esperienze e buone pratiche dalla scuola dell’infanzia all’età adulta

Può, oggi, una scuola montessoriana dare risposta a domande che non erano ancora state formulate all’epoca della pedagogista di Chiaravalle?

Quando Maria Montessori elaborava il proprio metodo, ancora non si poneva la questione dell’accoglienza e dell’istruzione dei bambini migranti.

Il metodo Montessori nei contesti multiculturali cerca di mettere il metodo Montessori in connessione con i temi della convivenza, del dialogo e della relazione tra esseri umani di differente provenienza e identità, applicandolo a diversi contesti: dal nido alla scuola primaria, passando per l’insegnamento dell’italiano come L2 per adulti con background linguistico anche molto distante, inclusi i casi di analfabetismo.

L’autrice, oltre a raccontare le esperienze concrete di insegnanti che hanno operato in contesti multiculturali (in Italia, ma anche in Africa), aiuta a comprendere i contorni del fenomeno riportando dati aggiornati sulla percentuale di studenti di origine straniera nelle nostre scuole, la loro provenienza, la previsione di successo e di abbandono scolastico.

«In un momento storico in cui siamo chiamati a costruire ponti, strade, barche, a tendere la mano a chi sta in cammino, questo libro ci mostra che il metodo Montessori è una delle migliori esperienze educative tra quelle che ci permettono di guardare agli altri e riconoscerli nostri fratelli, aiutandoli a crescere e imparare, perché siamo tutti allo stesso modo intelligenti, affascinati dal mondo, alla continua ricerca di significati, immersi nella speranza di amare e essere amati, conosciuti e riconosciuti. Perché siamo uomini e donne che vogliono vivere bene assieme.» scrive nella prefazione Andrea Lupi, segretario generale di Fondazione Montessori Italia.

Sonia Coluccelli, laureata in filosofia, dal 1994 è docente di scuola primaria. Dal 2013 è coordinatrice della Rete scuole Montessori dell’Alto Piemonte, formatrice e responsabile della formazione per Fondazione Montessori Italia. Per le Edizioni Erickson ha pubblicato Montessori incontra… Intrecci pedagogici tra scuola montessoriana e didattiche non tradizionali (2018), Il metodo Montessori oggi. Riflessioni e percorsi per la didattica e l’educazione (con S. Pietrantonio, 2017).Si occupa di ricerca educativa e di sostenere e supervisionare esperienze che promuovono un approccio dialogico che legga il pensiero montessoriano alla luce delle domande educative contemporanee e dei contributi di pedagogia e scuola attiva più recenti.

ALUNNI STRANIERI a.s. 2020-2021

All’attenzione dei Dirigenti scolastici di Roma e Lazio
in queste settimane, affiancando varie scuole nella didattica a distanza, stiamo misurando quanto impegno sia necessario per aiutare le famiglie straniere a fruire della piattaforma e risolvere una serie di micro criticità che richiedono connessioni quotidiane tra associazione, scuola, genitori e comunità migranti. 

La didattica a distanza, entrando stabilmente nel programma del prossimo anno scolastico, comporta il rischio concreto di ulteriori disparità tra alunni stranieri e autoctoni. Lo studio a casa, infatti, è più difficile, quando la lingua di istruzione è seconda lingua e non viene parlata in famiglia. Scuolemigranti ha inviato un Documento al MIUR (vedi allegato), per suggerire alcune azioni positive affidare all’autonoma organizzazione degli istituti: 
– Didattica in presenza. Istituire un laboratorio di lingua italiana in presenza, utilizzando l’organico funzionale di Istituto in modo flessibile, organico che andrà calcolato in base al numero di allievi di origine straniera  – Didattica a distanza. Stipulare intese con associazioni locali che godono la fiducia delle comunità migranti, per aiutare genitori e allievi. Consentire accesso alla piattaforma online. Coprire l’assicurazione dei volontari che, in accordo con la scuola, svolgeranno attività didattiche al di fuori della propria abitazione (abitazione dell’allunno, ecc.).      
Per la Rete Scuolemigranti è molto importante condividere il Documento allegato e ricevere eventuali osservazioni, prima di avviare un confronto con l’USR Lazio. E’ nel Lazio infatti che la Rete può agire in modo efficace, essendo radicata in tutte le province e molti quartieri della Capitale.
Colgo l’occasione per inviare i nostri più cordiali auguri di buon lavoro, in questa fase così critica per la riorganizzazione delle scuole nel Lazio

Paola Toniolo Piva
coordinatrice Rete Scuolemigranti


Studenti e famiglie di origine straniera.

Anno scolastico 20-21                                                                              

Roma 6 maggio 2020

Chi siamo

La Rete Scuolemigranti è attiva a Roma e nel Lazio nell’insegnamento dell’italiano a bambini, ragazzi, adulti di origine migratoria. Con 93 associazioni di volontariato e di promozione sociale, iscriviamo ai nostri corsi più di 10.000 immigrati adulti all’anno.  Collaboriamo, in gran parte a titolo gratuito, con vari istituti scolastici, per facilitare l’istruzione dei figli degli immigrati. Sia per chi arriva in età scolare senza conoscere la lingua di istruzione (ricongiungimenti familiari), sia per chi è nato qui e cresce con genitori che non parlano italiano. La Rete è sostenuta da CSV Lazio. www.scuolemigranti.org

Attività con le scuole: laboratori di lingua di primo ingresso, laboratori di italiano per lo studio, corsi per genitori immigrati, mediazione culturale nel rapporto con docenti, pratiche di intercultura. In questi mesi stiamo sviluppando la DAD per l’italiano, sia con migranti adulti che minori. Stiamo  registrando vari ostacoli ricorrenti nell’accesso all’offerta scolastica; pur dotati di tablet, i ragazzini non ottengono aiuto sufficiente dai familiari (cultura informatica e linguistica dei genitori, spazi e tranquillità negli orari di scuola)

Nuove disparità tra studenti stranieri e autoctoni?

Una buona conoscenza dell’italiano è fattore chiave, non solo per la riuscita scolastica, ma per lo sviluppo umano e sociale delle seconde generazioni. Rapporti ISMU-MIUR documentano di anno in anno come il gap linguistico continui a penalizzare studenti di origine straniera, soprattutto neo arrivati, ma non solo. Il prossimo anno scolastico – con il sistema misto di didattica in presenza e a distanza – potrebbe allargare ulteriormente le disparità tra studenti di origine straniera e studenti italiani.

Dal nostro angolo visuale stiamo già osservando varie criticità, per bambini e ragazzi immigranti, nel seguire la DAD (spazi, connessione, cultura informatica dei genitori, ecc.).

Con questa nota intendiamo proporre al Gruppo Tecnico del MIUR alcune misure positive, finalizzate ad abbassare la disparità educativa. Sono ricavate da esperienze dirette di insegnamento dell’italiano, in sinergia con istituzioni scolastiche, a supporto di studenti e genitori.

Laboratori intensivi dell’italiano e organico scolastico

Per assicurare pari opportunità nello studio ad alunni non italofoni, le scuole dovrebbero offrire il corso intensivo di italiano per alunni non italofoni, in presenza, in orario scolastico e con docenti interni. Aperto tutto l’anno per accogliere i neo arrivati. Questa offerta è frenata dalla mancanza di personale interno.

Attualmente l’organico scolastico viene definito in base a parametri che tengono conto di alunni con bisogni educativi speciali (BES), ma solo di quelli certificati ASL. Invece il BES linguistico (la non conoscenza della “lingua di istruzione”), non comporta un plus di organico e di ore di docenza, per la didattica dell’italiano lingua seconda.

Condiviso da molti scolastici è l’auspicio che, nel nuovo assetto organizzativo, venga inserito nella programmazione didattica un corso in presenza per alunni non italofoni. In tal modo gli istituti comprensivi potrebbero riappropriarsi di un compito che attualmente  delegano in massima parte al volontariato.

Sinergie tra scuole e associazioni

In questa fase, le associazioni educative potrebbero fare la differenza per studenti e genitori migranti. Il contesto familiare spesso non è adatto a allo studio (spazi, tempi dedicati, silenzio, ecc), in più gli alunni neo arrivati raramente possono contrare sull’aiuto di un genitore per l’apprendimento (compiti, testi scolastici, desiderata degli insegnanti, ecc.).

Le associazioni specializzate nella didattica della “lingua di istruzione” e vicine ai mondi migranti possono offrire rinforzo linguistico, accompagnamento allo studio delle discipline (tesi e lezioni in italiano), mediazione culturale nella comunicazione bilaterale scuola-famiglia. Alcuni genitori stranieri avranno bisogno di traduzione in lingua madre delle numerose comunicazioni di scuola.

L’istituzione dovrà ufficializzare con i genitori i compiti affidati alle associazioni e i genitori dovranno dare esplicito assenso. Indispensabile è l’accesso degli operatori alla piattaforma di istituto.

Inoltre, le ricche esperienze delle associazioni nell’educazione non formale potrebbero arricchire la vita scolastica, con iniziative extra orario, presso la scuola, con le dovute garanzie sanitarie e con il coinvolgimento dell’Ente Locale.

Per la scelta delle associazioni, valorizzando le norme sull’autonomia, i dirigenti scolastici andrebbero sollecitati ad accordare fiducia a organismi di sperimentata affidabilità. Agli operatori esterni andrà esteso in convenzione l’accesso alla piattaforma scolastica e alla DAD nonché l’assicurazione per il tempo in presenza (scuola, sede sociale, abitazione dell’alunno).

Scuolemigranti Via Liberiana 17 Roma

327 280 4675 ore 9 – 13

info@scuolemigranti.org

www.scuolemigranti.org

Dedicato a Silvia

Dedicato a Silvia…

di Maurizio Tiriticco

…e a tutti coloro che esultano per la libera scelta di “diventare mussulmani”. Come se il mondo mussulmano potesse costituire il migliore dei mondi possibili! Quando, invece, non è affatto così! Quando in un Paese Stato e Religione si identificano, non c’è affatto da stare allegri! Alla faccia dei nostri antenati, sì gli Antichi Romani, i quali, adorando più dei, avrebbero anche fatto a meno di perseguitare e massacrare i cristiani, se questi avessero semplicemente dichiarato che il loro Dio era assolutamente compatibile con quelli di Roma! Uno più, uno meno! E girava pure il culto di Mitra tauroctono! Ma per i Cristiani non era affatto così! Cristo è l’unico Dio e tutte le divinità romane e non romane sono un nulla o poco più! Storielle per bambini! E non solo! C’era anche il fatto che i sentimenti e le abitudini di Giove, Minerva, Giunone e dell’intero ricchissimo Pantheon dei nostri padri, Romani e Greci, non si discostavano affatto dalle normali abitudini dei comuni mortali. Quante ne ha inventate Giove, legittimo marito di Giunone, per “farsi” – come diciamo a Roma – tutte le dee dell’Olimpo? Ed anche le donne mortali! Per farsi Leda, si è tramutato in cigno: a lei gli uccelli piacevano tanto. Per farsi Danae, si è tramutato in pioggia… dorata! Europa se l’è rapita tramutandosi in toro. E gli piacevano pure i ragazzini: Ganimede, coppiere degli dei! Il “Ratto di Ganimede”: il famoso dipinto del Correggio! E non risparmiava neanche le sacerdotesse! La povera Era fu avvolta all’improvviso da una fitta nebbia e così Giove… meglio censurare!

Bel mondo quello degli antichi romani. Ma il mondo si fa brutto – diciamo così – quando si affermano le religioni monoteiste! Perché, quando è un dio solo che comanda, la vita si fa difficile! Qual è quello Vero? Tutto andava bene con i Romani! Pensiamo al loro grande Impero! Traiano ne aveva esteso i confini dall’Atlantico fino alla Dacia e al Ponto Eusino! Tutto andava bene: a ciascuno le sue divinità! Bastava pagare il tributo a Cesare! Ma poi ci si misero i Cristiani! Perseguitati sì, ma sempre più numerosi! Finché il generale Costantino, un gran furbone – lui e la madre Elena – capì che con il loro aiuto avrebbe potuto far fuori il grande rivale, Massenzio! E a Ponte Milvio, in forza della Croce, apparsa miracolosamente in cielo con la scritta “in hoc signo vinces”, Costantino, dopo una violenta e sanguinosissima battaglia, riuscì a far fuori Massenzio! Si rovesciarono così le carte in gioco! Ed i cristiani, da perseguitati, divennero persecutori! Andatevi e leggere l’Editto di Tessalonica, del 380: Teodosio il Grande stabilì che l’unica religione ammessa all’interno dell’Impero di Roma fosse il Cristianesimo. Così i credenti degli dei, costretti a fuggire dalle città, trovarono riparo nei pagi, villaggi di campagna! E furono detti, appunto, pagani! Il resto è noto e non mi dilungo. Nel 395 d.C., alla morte di Teodosio, l’Impero viene diviso in due parti. L’Occidente va al figlio Onorio e l’Oriente va all’altro figlio, Arcadio. Nascono così due imperi, ma… nulla sarà più come prima e l’Impero Romano di Occidente, dopo alterne vicende di fatto scompare, con la morte di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore! Siamo nel 476 d. C.! Ed ha inizio il Medio Evo.

Passano gli anni, anzi i decenni, finché all’inizio del settimo secolo d. C. nell’Asia occidentale sulle sponde del Mediterraneo, un certo Maometto riesce a fare delle tribù arabe una nazione e fonda uno Stato, ma assolutamente teocratico. Così mentre i Bizantini e i Persiani perdono terreno, gli Arabi muovono alla conquista dell’Occidente. Occupano l’Africa del Nord, poi passano in Spagna e… vorrebbero andare oltre ma poi… nel 778 al Passo di Roncisvalle sui Pirenei…hai voglia a suonare l’olifante, caro Orlando! Per chiamare Carlo, a noi meglio noto con l’appellativo di Magno. Il quale venne sonoramente sconfitto. Comunque gli Arabi non andarono oltre.

Gli Arabi, questi sconosciuti! Che c’entravano con l’Europa? Un insieme di tribù da sempre confinati nel Medio Oriente. Una terra estremamente inquieta. Bizantini e Sasanidi erano stremati da un durissimo conflitto che, protrattosi ormai da un secolo, con alterne vicende aveva visto la vittoria dei primi. Nel 614 i Persiani avevano conquistato e raso al suolo Gerusalemme, trafugando anche le reliquie della santa Croce. Nel 626 erano arrivati alle mura di Costantinopoli, ma due anni dopo Eraclio avviò un’efficace riscossa che condusse alla vittoria e all’occupazione della capitale nemica, Ctesifonte, allora una delle città più popolate. I Persiani entrarono così in una gravissima crisi politica e dinastica, ma anche i Bizantini erano ormai esausti a causa dell’ingente sforzo militare ed economico. Intanto Maometto, in quegli anni era riuscito a riunire gli Arabi e alla sua morte, nel 632, lasciò una vera e propria nazione.

Ma piantiamola con questi richiami storici. Pensiamo all’oggi! Tutto sarà cambiato nel mondo mussulmano? Diamo un’occhiata su ciò che accade in uno dei Paesi più avanzati, più ricchi anche, del mondo arabo dei nostri giorni! L’Arabia Saudita! Copio semplicemente dal web, e non credo che siano panzane, perché ho trovato più fonti. Com’è noto, la pena di morte esiste ancora in molti Paesi, anche negli Stati Uniti, ma…in certi Paesi arabi tocca livelli – a mio vedere – di “estrema raffinatezza”! Nell’Arabia Saudita la pena di morte, così come prescritto dalla Sharia (che è alla base di tutte le leggi del Paese), è prevista per vari reati ed è applicata in numeri tali da classificare il Regno come il terzo paese boia al mondo dopo Cina e Iran. La maggior parte delle esecuzioni riguarda reati di omicidio e stupro. Ma anche un buon numero di reati non violenti come la stregoneria, l’apostasia, la cosiddetta cattiva condotta sessuale e l’uso di sostanze stupefacenti si risolvono con la decapitazione. Secondo le leggi ivi vigenti, la massima pena può essere applicata per omicidio sia colposo che volontario, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio e apostasia (ovvero rinuncia della religione islamica). Sono previsti tre metodi di esecuzione, la crocifissione, la lapidazione e la decapitazione, in effetti la pena più applicata. Nel 2005 tutte le esecuzioni sono avvenute per decapitazione, anche se non sono mancate crocifissioni e lapidazioni. Le donne godono di un’eccezione! Possono scegliere di essere giustiziate con un colpo di pistola alla nuca per non essere costrette a togliersi il velo. Quanta gentilezza! Già! E’ il gentil sesso!

Alcune organizzazioni umanitarie hanno denunciato che in Arabia Saudita c’è una quasi totale assenza di garanzie processuali. Per esempio, ad alcuni imputati è stata negata molte volte la presenza di un avvocato o di una rappresentanza legale. Solo nel 2002 è stata consentita dal governo saudita la visita dello Special Rapporteur ONU per indagare sull’indipendenza dei giudici. Alcuni stranieri, soprattutto provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia, sono stati avvertiti della condanna comminata e della conclusione del loro processo solo quando i poliziotti sono entrati nella loro cella e li hanno portati nel luogo di esecuzione. Riguardo al numero di esecuzioni, il record è stato raggiunto nel 2019 con 184 esecuzioni; nel 1995 c’erano state 191 esecuzioni (i due terzi dei giustiziati erano stranieri); nel 2004 le esecuzioni erano state 33; nel 2011 le esecuzioni sono state 82, addirittura il triplo del 2010. Negli anni sono stati giustiziati anche diversi prìncipi resisi colpevoli di diversi reati: Faysal bin Musa’id bin ‘Abd al-‘Aziz Al Sa’ud, che uccise re Faysal, e Turki bin Sa’ud al-Kabir, colpevole di omicidio. E qui mi fermo!

Insomma, a mio avviso convertirsi all’Islam significa tornare indietro nel tempo. In effetti anche nel nostro mondo occidentale tanti tanti anni fa era così! Ma poi in Europa venne l’Età dei Lumi! Quando un italiano, un certo Cesare Beccaria Bonesana, marchese di Gualdrasco e di Villareggio, lanciò una forte denuncia: un libello intitolato “Dei delitti e delle pene”. E da allora il nostro mondo… insisto, occidentale cominciò a cambiare.

E. Ianniello, La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin

Ianniello tra fantasia e realtà

di Antonio Stanca

   Nato a Caserta nel 1970, Enrico Ianniello ha compiuto qui gli studi superiori e poi a Firenze ha frequentato la Bottega Teatrale di Vittorio Gassman. Si è formato per lo spettacolo e sue prime esperienze sono state quelle di traduttore, attore e regista teatrale. Attività che si sarebbero combinate con l’altra svolta presso la televisione nella serie Un passo dal cielo, dove ha interpretato il commissario Vincenzo Nappi. E’ il 2011, seguiranno altri lavori in televisione nonché al cinema. Verso lo spettacolo si è orientato Ianniello, lo ha preferito ad altri generi artistici e solo nel 2015, quando aveva quarantacinque anni, ha esordito nella narrativa col romanzo La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin. Altra scrittura sarebbe seguita ma in effetti solo un secondo romanzo, La compagnia delle illusioni, avrebbe acquistato evidenza. Del primo nel 2018 è comparsa, per conto della Feltrinelli, una terza edizione nella serie “Universale Economica”.

   E’ una scrittura quella dello Ianniello che risente della sua personalità piuttosto inquieta, dinamica, del suo pensiero sempre nuovo, sempre diverso, sempre difficile da fermare, stabilire, fissare. Anche il linguaggio riflette tale mobilità sia nell’esposizione sia nel lessico. Diverse sono le fonti dalle quali proviene compresa quella del dialetto casertano. Vero, autentico vuole riuscire lo scrittore nelle sue storie anche se la realtà, la verità non sono i loro unici contenuti poiché tanta invenzione, tanta fantasia comprendono come c’era da aspettarsi da un carattere così effervescente.

   Quando Ianniello comincia a scrivere è ormai un personaggio pubblico, è conosciuto per la sua maniera di produrre testi per il teatro, la televisione, il cinema. Lo scrittore non poteva non inserirsi in questo movimento, in questa dinamica e continuarla nelle sue stranezze, nelle sue contraddizioni, nelle sue invenzioni.

   La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin sarà un romanzo molto premiato. Contiene la storia di un ragazzo che, durante gli ultimi anni ’90, in un piccolo e povero paese dell’Irpinia è destinato fin dalla nascita ad esprimersi mediante il fischio, a fare di questo la sua voce, a crederlo una nuova lingua, a procurargli un vocabolario, il Fischiabolario. Isidoro pensa che avrebbero dovuto imparare a fischiare anche i suoi compaesani, che col fischio avrebbero potuto comunicare tra loro senza farsi capire dagli altri, così avrebbero preparato, loro poveri, quella rivoluzione contro i ricchi che da tempo perseguivano e della quale il padre di Isidoro, sindacalista, parlava al figlio. Una funzione non solo privata ma anche pubblica, un servizio non solo individuale ma anche sociale avrebbe dovuto svolgere il fischio secondo Isidoro. E tanto si eserciterà in esso da giungere a perdere la parola, da non saper più parlare ma solo fischiare. La sua diventerà una vita simile a quella degli uccelli, del merlo indiano che sempre è stato con lui, col quale sempre si è esercitato. Il suo sarà un caso eccezionale, se ne parlerà ovunque, diventerà famoso, un personaggio diventerà “quel ragazzo che fischia”. Darà prova della sua dote in pubblici spettacoli ed anche lontano dal suo paese.   

  Ma diventato adulto, morti i genitori nel terremoto dell’Irpinia, si accorgerà di come quell’impegno, che all’inizio gli era sembrato un privilegio, l’abbia privato delle tante altre cose della vita, di come lo abbia escluso dalle esperienze degli altri, dal loro contesto. Temerà di non potervi più entrare a far parte, soffrirà, ma quando tutto sembrava perduto, il bisogno, ormai insopprimibile, di una vita come quella di tutti, lo muoverà a stare tra questi, gli farà tornare la voce, incontrare la ragazza che aveva perduto. Aveva scoperto di poter vivere quando ormai non ci sperava più. Aveva trovato un lavoro, aveva formato una famiglia. Un uomo era diventato dopo che al genere animale aveva creduto di dover appartenere per sempre. Vivere voleva dopo che aveva sognato.

   Tra questi momenti della vita di Isidoro si muove la scrittura di Ianniello, tra l’età dell’evasione e quella dell’impegno.

   Ad una favola sembra di aver assistito a lettura finita, ad una favola tanto ben costruita da far apparire naturale anche la combinazione tra fantasia e realtà.

Digitalizzazione, “Pago in Rete”: la piattaforma per i pagamenti on line delle scuole

da Il Sole 24 Ore 

di Redazione Scuola

Il ministero dell’Istruzione mette a disposizione delle scuole il sistema centralizzato “Pago In Rete”, collegato alla piattaforma PagoPA che, dal prossimo 30 giugno, sarà utilizzata per l’erogazione di tutti i pagamenti verso le Pubbliche amministrazioni.

Tutti gli adempimenti sono già stati svolti dal ministero e non è prevista nessuna attività formale a carico delle istituzioni scolastiche per l’adesione alla piattaforma. Tramite “Pago in rete” sarà possibile gestire per via telematica oneri e tasse a favore delle scuole o del ministero.

“Pago In Rete” è già integrato con le principali soluzioni software di fornitori privati in uso presso le scuole e interagisce direttamente con PagoPA, come spiegato dalla nota n. 1125 dell’8 maggio 2020.

Per gli istituti la piattaforma vuole essere un mezzo per gestire i versamenti e monitorarne con efficacia il flusso, con risparmio di tempo e risorse. Il servizio consente di notificare i pagamenti per i servizi scolastici erogati e garantire un quadro aggiornato in tempo reale della situazione dei pagamenti stessi.

Tramite “Pago in Rete” le famiglie potranno effettuare tutti i versamenti per le tasse scolastiche, i viaggi di istruzione, le visite guidate, e ancora per la quota assicurativa annuale, le mense, le attività extracurriculari e i contributi volontari. Tutto a portata di pc, tablet o smartphone, in qualsiasi momento della giornata. Dopo la prima registrazione si potrà utilizzare il servizio anche con Spid.

Con un unico strumento sarà possibile emettere il titolo di pagamento e notificarlo alle famiglie, che attraverso la piattaforma procederanno al versamento da smartphone o altro dispositivo. La transazione effettuata entrerà immediatamente nelle scritture contabili della scuola, senza la necessità di tempi aggiuntivi.

La piattaforma permetterà anche a tutti i cittadini di effettuare versamenti destinati al MI, ad esempio tasse per partecipare ai concorsi del ministero dell’Istruzione e il bollo per il riconoscimento dei titoli di studio esteri.

Sono previsti già dal mese di maggio webinar per illustrare la piattaforma e fornire le prime istruzioni per configurare e gestire le procedure telematiche. Inoltre è attivo il numero verde di assistenza 800 903 080 (lunedì-venerdì ore 8-18:30, sabato ore 8-13:00) ed è possibile inviare richieste via web attraverso il link https://sidi.pubblica.istruzione.it/sidi-web/assistenza. A breve sarà anche disponibile una piattaforma di collaborazione su cui poter condividere contenuti, commenti, suggerimenti e informazioni accessibili a tutti.

L’intervento rientra nelle attività di coordinamento strategico dello sviluppo del sistema informativo affidate, nell’ambito del Codice dell’Amministrazione Digitale, al Responsabile della Transizione al Digitale del ministero dell’Istruzione (Rtd) con l’obiettivo di promuovere la trasformazione digitale dell’Amministrazione.

Dall’emergenza può emergere un nuovo sentimento educativo

da Il Sole 24 Ore 

di Monica Guerra *

Che la scuola debba ripartire, da quella per i più piccoli a quella per i più grandi, è una certezza, un sentire diffuso, il desiderio di tutti. Questa è la premessa per ogni ragionamento. Se fino a qualche settimana fa dei bambini e dei ragazzi si è parlato poco, oggi, anche grazie alle richieste portate da genitori, famiglie, educatori e insegnanti, il loro futuro, a cominciare da quello prossimo, è nei pensieri di molti, e finalmente appare esplicitamente anche nelle agende politiche. Non è abbastanza, ma non è neppure una premessa da poco, perché è il segnale di un possibile cambiamento di paradigma, il richiamo alla messa al centro di una priorità che nel nostro Paese non è sempre scontata. Dall’emergenza, dunque, può emergere un nuovo sentimento educativo, che va innanzitutto assunto e poi maneggiato con cura.

La cura, è ovvio, deve essere in primo luogo quella a garantire la sicurezza di tutti i bambini e i ragazzi, ma anche di tutti gli educatori, gli insegnanti, i collaboratori e le famiglie che saranno coinvolti in qualunque progetto di riapertura che verrà. Ma la cura deve essere rivolta anche al tipo di esperienze che si ipotizzano per la ripresa, perché possano avere un senso educativo e didattico. Per questo è importante considerare tutti i bisogni, sia quelli economici e sociali del Paese, sia quelli di lavoro e benessere delle famiglie, sia quelli prioritari di bambini e ragazzi: solo così l’educazione e la scuola possono riemergere con più incisività come motore formativo e culturale per il sistema Paese.

Ciò, oggi, significa innanzitutto riconoscere dove risiede il portato educativo più profondo dell’educazione e della scuola, una volta che vengono tolti spazi, materiali, tempi e forme più consueti, e provare a declinarlo in questo contesto completamente nuovo.

Contemporaneamente, occorre prestare attenzione a ciò che viene messo in campo, perché educare è anche offrire a bambini e ragazzi modi di interpretare il mondo: per questo bilanciare ogni bisogno sarà così importante, perché ciò che offriremo resterà nella loro memoria imprimendo un’idea di “altro” e di società che si conserveranno nel tempo. Ed è chiaro che non potranno essere idee timorose, che crescano individui diffidenti l’uno dell’altro.

Così, mentre ci chiediamo quando e come aprire, dovremo continuare a chiederci perché lo vogliamo e fare in modo che le risposte siano buone anche e innanzitutto per quei bambini e quei ragazzi, per aprire con cognizione e non a qualunque condizione.
Ogni progettualità, in questo senso, dovrà tenere conto di tutte le variabili in campo e, dopo averle considerate tutte, occorrerà fare un passo in più, perché progettare è anche lanciare in là lo sguardo, certo tenendo conto di risorse e vincoli, ma poi immaginando soluzioni possibili, coerenti, inedite e, non da ultimo, motivo di crescita per le persone che le abiteranno.

L’urgenza educativa di questo momento richiede competenze trasversali, dialoghi interdisciplinari, l’ascolto di tutti, l’esercizio più alto dell’autonomia. E insieme richiede un’attenzione altissima a preservare ciò che di educativo deve abitare i servizi per l’infanzia e le scuole, perché il rischio di riportare indietro il loro ruolo a un sistema di mera custodia per i primi o di mera somministrazione e verifica delle conoscenze per le seconde è in agguato. Per questo ora occorrono insieme pesi e misure, ma anche visione e creatività, innanzitutto pedagogica, per immaginare soluzioni percorribili e insieme straordinarie.

Occorrono criteri che orientino, e insieme occorre pensare in modo divergente, allargare lo sguardo e contemplare altri modi. Se oggi pensiamo di riaprire i servizi educativi e le scuole solo rivedendone i modelli organizzativi, il numero di persone in presenza o gli strumenti di distanziamento, dimenticando il portato educativo implicito in essi, faremo fatica a offrire opportunità di senso e a prospettare soluzioni diverse per questo tempo nuovo.

La scuola come la conosciamo, almeno per ora, non può riaprire, né quella dei più piccoli, né quella dei più grandi. Ma può cominciare ad aprire in altri modi, iniziando col rivedere ciò che non funzionava già prima e ora mostra tutti i suoi limiti e poi impegnandosi nella progettazione e nella sperimentazione, accorte, sostenibili e consapevoli, di proposte diverse, non solo in termini di turni e distanze. Del resto è quello che l’educazione, nelle sue migliori versioni, fa da sempre: ripensarsi di continuo per evolvere con i contesti in cui si esplica.

In questo c’è una straordinaria occasione di rileggere localmente le esperienze in campo, di dialogare nei territori con tutti gli interlocutori di un’educazione e di un’istruzione che sono da tempo formali ma anche informali e diffuse, di aprire le porte e provare a portare i servizi educativi e le scuole un po’ più fuori da dove sono collocati tradizionalmente, di ridurre le dimensioni dei gruppi e favorire nuove possibilità di ascolto reciproco. Per fare ciò abbiamo bisogno di pensare ogni intervento in chiave contestuale e sperimentale, prestando attenzione a come le proposte evolveranno, a cosa funzionerà e a cosa no, accettando a priori – come dovrebbe sempre essere – che strada facendo occorrerà aggiustare il tiro e talvolta anche cambiare proprio direzione, e offrendo un accompagnamento costante e mirato a tutti gli educatori, insegnanti, operatori, coordinatori e dirigenti che scenderanno in campo per provare a far ripartire il nostro sistema educativo e scolastico, perché lasciarli di nuovo soli è impensabile.

Ma abbiamo bisogno di pensarlo subito, adesso, per poter essere pronti appena possibile nel modo migliore e per non perdere l’occasione di fare del nostro meglio già ora. L’educazione non si è mai fermata, eppure deve ancora ripartire e per questo, una volta di più, o forse una volta per tutte, occorre metterla in cima ad ogni agenda e farne una priorità, di pensieri e di investimenti.

  • docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università di Milano-Bicocca

Microsoft Edu Day Live: l’evoluzione digitale della scuola italiana e dell’università al tempo del Covid-19

da Il Sole 24 Ore 

di Redazione Scuola

L’emergenza sanitaria, che ha cambiato le abitudini di molte famiglie nel nostro Paese, ha reso il digitale uno strumento fondamentale per tutti per non fermarsi e per non rimanere indietro. In pochi mesi, abbiamo assistito a una rivoluzione che ha cambiato in poco tempo anche l’esperienza di docenti e studenti, che hanno dovuto ripensare l’approccio all’insegnamento e all’apprendimento e applicare le proprie competenze in uno scenario completamente nuovo. È in questo contesto che si inserisce l’EDU DAY 2020, l’evento Microsoft dedicato al mondo della Scuola e dell’Università che quest’anno, in un’edizione speciale completamente digitale, ha visto l’alternarsi di interventi di importanti rappresentanti delle istituzioni del mondo dell’Istruzione, scuole, università, associazioni e aziende che hanno raccontato le sfide affrontate in questo periodo e analizzato le opportunità di crescita. Tra questi anche il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina e il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi che hanno sottolineato il ruolo cruciale delle nuove tecnologie e l’efficacia della collaborazione tra pubblico e privato.

«In un momento di emergenza sanitaria in cui abbiamo dovuto chiudere le scuole per salvaguardare la salute degli studenti, dei docenti e del personale scolastico e, con loro, quella di tutto il Paese, la tecnologia ci ha permesso di accorciare le distanze, di coltivare la vicinanza, anche se in un modo diverso da quello tradizionale – ha dichiarato la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina – La didattica in presenza non potrà mai essere sostituita dalla didattica a distanza. Ma quest’ultima è stata uno strumento importante per non lasciare soli gli studenti. È stata una didattica della vicinanza – ha sottolineato – Le scuole non erano del tutto pronte ma con una rincorsa incredibile e grazie anche ai finanziamenti erogati dallo Stato per acquistare tablet, pc e connessioni, è arrivata dove non era riuscita prima. Questo patrimonio di competenze, di dotazioni tecnologiche, di investimenti economici non deve andare perduto. Dobbiamo impegnarci a trasformare questo momento di difficoltà in un’opportunità per il futuro».

«L’emergenza va inquadrata nell’ottica più ampia del processo di transizione digitale, una transizione che l’università stava già vivendo e nell’ambito della quale l’emergenza è stata un acceleratore. La nostra sfida è il digital divide sul quale stiamo concentrando molti investimenti. Finito il tempo dei bilanci, questo è il tempo della visione. Non possiamo permetterci di avere un Paese senza una connessione ad alta banda che arrivi in tutte le famiglie e che sia garantita a tutti, se vogliamo essere un Paese democratico che guarda al futuro e all’innovazione come grande leva del cambiamento. Inutile soffermarci su contrapposizioni sterili e talvolta solo ideologiche tra formazione in presenza e formazione online nell’università, guardiamo al futuro. Dobbiamo immaginare una università che continui ad essere comunità in presenza – l’Università è luogo di formazione delle idee che poi vengono trasferite agli studenti in una dinamica veloce, gli studenti sono elemento proattivo anche per la ricerca – ma che utilizzi le potenzialità offerte dalle tecnologie e dal digitale per diventare più inclusiva e capace di rispondere ad esigenze che cambiano nella società, per una società più competente e più democratica. È importante non tralasciare l’innovazione didattica, che, grazie alle nuove tecnologie – realtà aumentata e intelligenza artificiale, solo per fare qualche esempio – ci offrono la capacità di una formazione potenziata non solo nelle discipline scientifiche ma anche in quelle umanistiche. Resta, infine, da non trascurare il tema della formazione continua della quale chi lavora necessita, che non è possibile svolgere in presenza lavorando, ma indispensabile per un nuovo Paese che richiede una messa a sistema di formazione, innovazione e competenza» ha commentato Gaetano Manfredi, ministro dell’Università e della Ricerca.

L’appuntamento rappresenta la prima iniziativa di Microsoft Italia in seguito al lancio del piano di investimenti per il Paese Ambizione Italia #DigitalRestart che vede nel mondo Education e delle competenze digitali un primo importante pilastro di rilancio e crescita del Paese. Il piano infatti prevede un focus importante sulla formazione di circa 1,5 milioni di persone tra studenti, professionisti e disoccupati nel corso dei prossimi tre anni.

L’evento è stata l’occasione per presentare i primi risultati di “Emotion Revolution: Emozioni e Didattica a Distanza durante l’emergenza Covid-19”, una ricerca qualitativa di Microsoft Italia, realizzata in collaborazione con PerLAB e Wattajob, che scatta una prima fotografia degli effetti emotivi dell’emergenza Coronavirus nel mondo della scuola, tra gli insegnanti e gli studenti e che si propone di monitorarne l’evoluzione fino alla fine dell’anno scolastico.

Vediamo i principali riscontri emersi nella prima fase della pandemia.
– In generale, i docenti italiani intervistati percepiscono all’interno della propria comunità scolastica un clima sostanzialmente positivo, che raggiunge un punteggio di 2,9 su una scala da 1 a 5 e rilevano un buon livello di soddisfazione (3,9 su 5) rispetto a questa nuova modalità di didattica.
– Interesse, determinazione e speranza sono le prime tre emozioni positive provate dai docenti italiani nei primi mesi dell’emergenza; ansia, stanchezza e insicurezza le prime tre negative, provate nella fase di picco della pandemia.
– L’incertezza verso l’organizzazione scolastica futura è la principale fonte di stress per i docenti intervistati, seguita dal raggiungimento del work-life balance e dalla gestione dei carichi di lavoro.
– Il 71% degli insegnanti dichiara un miglioramento significativo nel loro rapporto con la tecnologia, che ha generato notevoli benefici nello svolgimento della professione: l’uso di strumenti digitali ha reso infatti i docenti più motivati (18%), più concentrati (9%) e più soddisfatti in generale del loro lavoro (8%).
– Lo sviluppo di competenze digitali da parte degli studenti è il primo vantaggio concreto delle lezioni a distanza secondo il 15% degli insegnanti, seguita dall’acquisizione di una maggiore autonomia nella fase di apprendimento, secondo il 9% del campione. I corsi da remoto infatti hanno permesso agli studenti, dai più grandi ai più giovani di acquisire capacità informatiche – dalla partecipazione a un meeting virtuale, alla creazione e condivisione di contenuti online – in tempi molto più rapidi, innescando un processo a valore che li aiuterà nel loro percorso futuro.
– La mancanza di strumenti e infrastrutture adeguate – connessione internet non sufficiente e mancanza di dispositivi in alcune zone del Paese – resta il principale ostacolo alla piena implementazione delle lezioni online, indicato dal 23% degli intervistati, seguito dal numero maggiore di distrazioni a cui sono soggetti gli studenti a casa, rispetto all’aula tradizionale (14%).

«In un momento storico così delicato, Microsoft Italia ha aiutato e lo sta facendo tuttora scuole e università a dotarsi in tempi rapidi di tutto ciò che è necessario per le lezioni a distanza. Non è solo una questione di tecnologia e di strumenti ma di competenze, di connettività e di inclusività. Per questo abbiamo continuato a fare ecosistema con le istituzioni, le aziende, le associazioni e con i nostri partner sul territorio con l’obiettivo comune di offrire un aiuto concreto: dalla formazione per i docenti, all’accesso facilitato alla nostra piattaforma Office 365 for Education con supporto dedicato; dalla sinergia con gli operatori per garantire connettività a quella con gli Oem per donare dispositivi a chi non li ha, fino al lavoro con le associazioni per assicurare che anche la scuola a distanza sia inclusiva e accessibile. La risposta di scuole e atenei è stata incredibile. Dobbiamo cogliere questo momento di emergenza come un’opportunità per promuovere il cambiamento: scuole e università possono integrare fisico e digitale per nuovi modelli educativi e offrire ai giovani competenze più adeguate per affrontare il lavoro del futuro e contribuire così alla crescita digitale del Paese» ha commentato Elvira Carzaniga, direttore della Divisione Education di Microsoft Italia.

Il contributo di Microsoft Italia per la Scuola digitale
Sono stati 90.000 i docenti delle scuole primarie e secondarie che nei primi due mesi della pandemia si sono avvicinati alle tecnologie per la didattica a distanza. Microsoft Italia ha avviato infatti dall’inizio dell’emergenza una serie di misure volte ad aiutare gli istituti scolastici di ogni ordine e grado a dotarsi in tempi rapidi degli strumenti digitali e delle competenze più adeguate per erogare lezioni a distanza e garantire agli studenti continuità nel loro percorso di studi: oltre a Office365 Education, ovvero un pacchetto di programmi e applicazioni tra cui Microsoft Teams, da sempre disponibili gratuitamente, anche un calendario di webinar formativi organizzati in collaborazione con gli Uffici Scolastici Regionali di 14 regioni italiane per accompagnare il corpo docente in questo passaggio verso il digitale.

Microsoft Italia ha istituito anche un servizio di assistenza dedicata – che include un indirizzo mail scuole@microsoft.com e due numeri verdi 800 917919 / 800 694269 – per aiutare insegnanti e professori a padroneggiare questi strumenti.

Infine, Microsoft Italia ha creato una sezione online all’interno del suo sito web che contiene una guida completa di ulteriore supporto per dirigenti scolastici, insegnanti, studenti e personale amministrativo insieme a una sezione dedicata a contenuti didattici sul Microsoft Educator Centre, come Minecraft Education Edition, lezioni Stem in collaborazione per esempio con Nasa e Bbc.

Microsoft e Crui insieme per accelerare la trasformazione digitale del mondo accademico
L’emergenza sanitaria ha inoltre contribuito a dare un’ulteriore accelerazione alla trasformazione digitale delle Università italiane. Grazie a un lavoro sinergico tra Microsoft Italia e Crui, risultato di un Protocollo d’Intesa ultradecennale, oltre il 70% degli atenei sta erogando i propri corsi in modalità completamente digitale attraverso Microsoft Teams, hub che unisce conversazioni, riunioni e condivisione di file in un’unica applicazione.

Attraverso Teams è stato infatti possibile ricreare aule in cui seguire le lezioni, ascoltando e vedendo il proprio professore, interagendo con lui e collaborando con i propri compagni, ponendo domande e condividendo contenuti sullo schermo o nella chat integrata. Anche gli esami e le sessioni di laurea non si sono fermate, ma si sono svolte in modalità virtuale. La collaborazione con Crui si è ulteriormente consolidata nell’ambito del progetto Ambizione Italia che vede le due parti lavorare insieme per promuovere l’innovazione dei servizi universitari, della didattica e della ricerca oltre a sostenere la diffusione di quelle competenze digitali indispensabili per preparare i giovani ad affrontare i lavori del futuro e che saranno ancora più determinanti nella fase di ripartenza.

EDU Day 2020 rientra nel quadro del Protocollo d’Intesa siglato con il ministero dell’Istruzione finalizzato alla digitalizzazione della scuola e alla diffusione della cultura digitale e ha visto la partecipazione anche dei partner Acer, HP, Intel, Lenovo e Vodafone Business che hanno contribuito al racconto attraverso la condivisione di esperienze, storie di successo e buone pratiche di scuola digitale.

Pulizia dei locali, mascherine, un metro tra un banco e l’altro: i consigli dell’Oms per le scuole

da Il Sole 24 Ore 

di Redazione Scuola

Igienizzare gli ambienti, separare i banchi nelle aule di almeno un metro, sviluppare la sensibilità di tutti ad indossare le mascherine a scuola: queste alcune delle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ai Paesi che stanno organizzando il ritorno in aula degli studenti. In tutti i casi, la decisione di far rimanere chiuse o di riaprire le scuole, secondo l’Oms, deve essere guidata da un approccio equilibrato tra i benefici educativi e quelli sanitari per gli studenti, gli insegnanti e la comunità in generale. «La cosa più importante è comunque prevenire nuovi focolai di Covid-19 nella comunità», conclude l’Oms.

Le raccomandazioni da seguire
In vista della riapertura l’Oms sollecita innanzitutto un’adeguata igiene delle mani e raccomanda i saluti senza contatto. Nelle aule e all’ingresso delle scuole, prosegue l’Organizzazione, devono essere presenti i dispensatori di gel idroalcolico o sapone e acqua pulita. Si tratta anche di garantire una pulizia quotidiana regolare con disinfettante dell’ambiente scolastico, compresi i servizi igienici. «Le superfici più usate, come le maniglie delle porte, i giocattoli, il materiale didattico, gli interruttori, le attrezzature per il gioco, gli ausili educativi utilizzati dai bambini e le copertine dei libri devono essere pulite e disinfettate regolarmente», afferma l’Oms. A scuola è inoltre raccomandato l’uso della mascherina e la sorveglianza di chi, sia studente che membro del personale scolastico, presenti i sintomi del raffreddore. E’ inoltre importante mantenere la distanza fisica a scuola e per questo secondo l’Oms per quanto riguarda i pasti, è meglio evitare la mensa e in alternativa far pranzare gli studenti in classe.

I comportamenti da evitare
Così come è sconsigliato riunire varie classi insieme: saranno, dunque, gli insegnati a spostarsi da un’aula all’altra, mentre i ragazzi rimarranno sempre nella stessa. Le aule dovranno inoltre essere quanto più arieggiate. Per garantire il distanziamento sociale l’Oms ipotizza anche la possibilità di prevedere vari turni e considerare l’aumento degli insegnanti in modo da ridurre il numero di studenti per classe. Per l’Oms, è anche necessario informare e responsabilizzare i genitori delle misure messe in atto dalle scuole e chiedere la loro cooperazione per segnalare eventuali casi di Covid-19 che si verificano in casa. Infine, l’Organizzazione raccomanda ai governanti di considerare vari elementi prima di riaprire o lasciare chiuse le scuole. Si tratta di tenere conto della situazione locale e dell’epidemiologia del Covid-19 nel Paese in cui si trovano le scuole, ma anche della capacità di mantenere le misure di prevenzione e controllo.

Stop della ministra al primo tentativo di riaprire la scuola

da il Corriere della Sera

di DIEGO LONGHIN e CORRADO ZUNINO

Nuove assunzioni, altri 16 mila docenti, per sostenere la ripartenza della scuola a settembre. E i tentativi di sperimentare in anticipo un ritorno in classe non hanno l’appoggio del ministero. Il dietrofront nel Vercellese è arrivato ieri pomeriggio. Il sindaco di Borgosesia è convinto che all’origine ci sia il fastidio della ministra all’Istruzione Lucia Azzolina rispetto al servizio pensato nella scuola. La lettera è firmata dalla preside della elementare, Raffaella Paganotti. Prima aveva detto sì all’uso delle classi al sindaco Paolo Tiramani, che è anche deputato della Lega, per organizzare un servizio di assistenza per i bambini da 3 a 10 anni. La retromarcia da parte della preside è motivata dal dpcm di Conte, dal fatto che l’edificio, anche se di proprietà del Comune, è in concessione per i servizi scolastici fino a giugno. Il tutto corredato da una nota del provveditore di Vercelli. «Dietro a tutto mi sembra chiaro che ci sia un certo fastidio da parte della ministra Azzolina rispetto alla nostra iniziativa», dice il primo cittadino del Carroccio.

Oggi la campanella suonerà lo stesso per i 36 allievi di Borgosesia, Varallo Sesia e Quarona. Una sperimentazione che andrà avanti, ma non a scuola. Il sindaco ha trovato soluzioni alternative. «Per noi è fondamentale andare incontro alle esigenze dei genitori che sono tornati a lavorare — dice Tiramani — non è una questione ideologica. Io sono contrario alle idee espresse da Azzolina, ma vietare l’uso di un edificio di proprietà del Comune per un’iniziativa di sostegno alle famiglie mi sembra esagerato. Forse il ministro Azzolina non avendo figli non capisce le difficoltà di chi li ha». Tiramani userà le aule dell’asilo nido per i bimbi delle materne e due palestre per gli allievi delle elementari. A sorvegliarli gli educatori della cooperativa che seguiva il pre e il post scuola, dalle 8 alle 18.

Per ridurre il rischio sanitario è stato messo a punto un protocollo rigido. «Più rigoroso di quello che sta circolando ora rispetto all’apertura di Estate Ragazzi», dice il sindaco leghista. «Peccato, in classe i bambini avrebbero avuto più strumenti, come le lavagne luminose, e sarebbe stato un test sull’uso dell’edificio». I sindacati della scuola attaccano il sindaco: «Una mossa che non ci convince, ha un sapore populista», dicono Cgil, Cisl e Uil. «La scuola non è un baby parking», aggiunge l’Anief. Rispondono i genitori: «Giudicherò alla fine del servizio, ma per chi va a lavorare servono risposte concrete. E questa lo è», dice Claudio Tortoriello, uno dei padri che oggi affiderà i figli agli educatori.

A livello concreto il governo per la ripartenza prevede altre assunzioni: 16 mila stabilizzazioni di precari, 8 mila con un concorso straordinario tra luglio e agosto, altri 8 mila con un concorso ordinario ad ottobre. In tutto, tra i 62 mila già previsti, compresa la scuola per l’infanzia, e la nuova tranche si arriva ad un totale di 78 mila nuovi ingressi per riaprire le porte degli istituti a settembre.

Decreto rilancio: 1,5 miliardi per la scuola, ma (per ora) neanche un prof in più

da Corriere della sera

Gianna Fregonara e Orsola Riva

No, a settembre non ci saranno 16 mila prof in più nelle classi, come qualcuno ha immaginato dopo l’annuncio della ministra Azzolina via Twitter. Sedicimila sono semmai i posti in più per i due concorsi che nel giro di due anni dovrebbero portare in cattedra in tutto 65 mila nuovi prof. Di questi solo la metà sono destinati alla prima tornata concorsuale che dovrebbe svolgersi per direttissima ad agosto con una prova secca a crocette. Se tutto va bene, in questo modo si dovrebbe riuscire a promuovere da subito 32 mila precari (i 24 mila già previsti dal bando di concorso più 8.000 aggiunti dal decreto rilancio) assegnando loro in via definitiva una cattedra che finora occupavano solo in modo provvisorio. Una goccia nel mare rispetto ai duecentomila e passa supplenti già previsti per settembre. E comunque non si tratta di prof in più ma di cattedre già esistenti, finora ricoperte da una girandola di insegnanti, che grazie al concorso troveranno finalmente un’assegnazione stabile. Sempre ammesso, poi, che il concorso straordinario bandito qualche settimana fa (con un anno e più di ritardo) non abbia intoppi causa coronavirus. I sindacati e mezza maggioranza chiedevano di trasformarlo in un concorso per titoli, la ministra è riuscita a spuntare questi posti in più aumentando così le possibilità dei precari di lungo corso di diventare finalmente di ruolo. Ma l’organico delle scuole, per ora almeno, non cambia: 760 mila erano gli insegnanti l’anno scorso, altrettanti saranno l’anno prossimo.

L’equivoco

L’annuncio fatto lunedì sera al Tg5 dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri – e subito rilanciato dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina – ha destato qualche equivoco, perché vi si parlava di 16 mila posti in più da subito. Mentre saranno la metà: gli altri 8.000 posti che il ministero dell’Istruzione ha strappato al Mef arriveranno solo con l’altro concorso, quello ordinario, già bandito ma rinviato sine die. Se va bene se ne riparla a settembre 2022. Idem per i maestri che anche loro dovranno seguire la lunga trafila del concorso ordinario: in tutto sono previsti solo 13 mila posti per i prossimi tre anni, che erano stati calcolati in previsione dello spopolamento delle classi primarie causato dal calo demografico (negli ultimi 5 anni le scuole elementari hanno perso 150 mila alunni), ma che sono diventati del tutto insufficienti nella logica dello sdoppiamento delle classi che il Miur sta immaginando proprio per garantire ai più piccoli la certezza di poter fare scuola in presenza e non, come i ragazzi delle superiori, stando metà in classe e metà collegati da casa.

Organici potenziati, come?

Non a caso la sottosegretaria Anna Ascani aveva dichiarato a Skytg24 che stavano ancora trattando con Gualtieri per ottenere degli insegnanti di potenziamento in più alle elementari e alle medie, cioè dei docenti che potessero accompagnare i bambini in attività alternative alla didattica ordinaria (musica arte ginnastica programmazione digitale) in modo da alleggerire le classi. In serata, però, Ascani ha commentato così l’annuncio dei 16 posti in più: «E infine, una buona notizia – ha scritto in un lungo post su Facebook -: grazie alla collaborazione con il ministro Gualtieri siamo riusciti ad ottenere un ampliamento delle stabilizzazioni, rispetto ai posti previsti, per portarli ad un totale di circa 78.000». E gli insegnanti in più che dovevano servire per lo sdoppiamento delle classi a settembre? Per ora, non ce n’è traccia. Chissà se l’argomento tornerà d’attualità nelle prossime settimane quando i presidi dovranno inventare la didattica per la riapertura dopo l’estate.

La pax sindacale

Resta comunque da vedere se aver spuntato dal Mef 8 mila posti in più da subito (e altri 8000 fra due anni) basterà alla Azzolina per fare pace con i sindacati e convincerli ad accettare la prova a crocette da lei prevista per quest’estate. Finora è stato muro contro muro, perché i sindacati sostengono che l’emergenza Covid-19 renda impossibile lo svolgimento del concorso straordinario, anche nella sua versione super semplificata, e propongono in alternativa di mettere in fila i candidati in base agli anni di servizio e ai titoli e assumere quelli con il punteggio combinato più alto. Un’ipotesi sostenuta in Parlamento anche da una inedita coalizione trasversale che va da Fdi e la Lega a Pd e Leu, che hanno presentato ciascuno un proprio emendamento per chiedere di non fare il concorso, col rischio però di dover riscrivere daccapo i bandi e far slittar ulteriormente le assunzioni .

In aula a settembre, primo sì Il nodo Maturità: mancano i presidenti di commissione

da Il Messaggero

A settembre si potrà tornare a scuola, rispettando ovviamente tutte le misure di sicurezza, e il primo vero banco di prova sarà l’esame di maturità quando gli istituti apriranno le porte ai candidati per l’esame di Stato. Tutto dovrà andare per il meglio, proprio per testare il ritorno tra i banchi a settembre. Ma c’è già qualcosa che scricchiola: non si trovano presidenti di commissione disponibili a svolgere l’esame nell’anno del coronavirus.

POCHE CANDIDATURE

E allora mentre il Comitato tecnico scientifico cerca soluzioni per mettere in sicurezza gli esami, gli uffici scolastici regionali chiamano a raccolta le scuole: mancano all’appello i presidenti di commissione negli istituti superiori del Lazio, ma anche in Piemonte, in Veneto e nelle Marche. Poche candidature, su cui forse avrà influito un esame che è tutto un’incognita. Il presidente di commissione sarà l’unica presenza esterna, con 6 commissari tutti interni. L’organizzazione dell’esame di Stato quindi, a un mese dal via, è ancora in affanno.
Ieri la ministra all’istruzione, Lucia Azzolina, ha portato allo stesso tavolo telematico i sindacati e gli esperti del comitato tecnico scientifico per accelerare sul protocollo di sicurezza che parte dalla maturità e arriva al rientro a settembre. Sugli studenti dovrà vigilare non solo il personale scolastico ma, come chiedono i sindacati, anche quello medico. «La tutela della salute non può essere demandata al personale scolastico ha sottolineato la Uil scuola nell’incontro con il Comitato tecnico scientifico – che non ha competenze mediche. È necessario che le scuole siano supportate dalla presenza costante e quotidiana di presidi medici».

LE MASCHERINE

Verranno predisposti protocolli in base ai diversi ordini e gradi di istruzioni e anche in relazione ai diversi indirizzi per la scuola secondaria superiore: per gli alunni più piccoli si valuterà la possibilità o meno di indossare la mascherina per l’intera giornata scolastica oppure, per i più grandi, sarà necessario capire come consentire, ad esempio, le lezioni in laboratorio. «È necessario formalizzare un protocollo di sicurezza – chiede Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi – che preveda misure precise, univoche e puntuali, la cui applicazione garantisca la più ampia sicurezza negli ambienti della scuola ed eviti che responsabilità improprie siano imputate ai dirigenti scolastici». Servono indicazioni precise che prendano in considerazione diversi aspetti della scuola, anche quelli dell’edilizia tanto diversa da una struttura all’altra: «In città come Roma ad esempio spiega il presidente Anp dei dirigenti capitolini, Mario Rusconi ci sono edifici scolastici del 1500 o del 1800: in molti casi è impossibile garantire il secondo ingresso. Su questi aspetti il protocollo di sicurezza deve essere molto preciso».
Un altro aspetto da chiarire riguarda i dispositivi di sicurezza, sarà necessario infatti reperire fondi ad hoc. La spesa per un termoscanner va dai 40 ai 100 euro e ad ogni scuola ne servirà uno o più di uno quindi la spesa potrebbe diventare importante, soprattutto se associata all’acquisto di disinfettanti per le mani.
Lorena Loiacono

Tutti a scuola con le mascherine

da ItaliaOggi

Alessandra Ricciardi

Un percorso ad ostacoli. Il prossimo anno scolastico sarà scandito dalla misurazione quotidiana della temperatura ai docenti e a tutto il personale a inizio servizio. Per gli studenti, temperatura misurata al bisogno. Ingressi a blocchi di classi, «almeno» ogni 15 minuti. Così che una scuola di 1500 studenti, ma ve ne sono di 2200, impiegherà circa un’ora e mezza a far entrare tutti.

E poi turnazione e distanziamenti a mensa. Igienizzazione quotidiana delle aule e dei bagni, laboratori e palestre da riutilizzare per la didattica. E per tutti mascherine da usare appena entrati: pagati dalla scuola per docenti e Ata; gli studenti dovranno provvedere da soli.

A declinare le misure di sicurezza per la ripresa delle attività didattiche del prossimo anno scolastico è la bozza di protocollo messa a punto dai tecnici del ministero dell’istruzione, che ItaliaOggi ha letto, e su cui dovrà essere acquista l’intesa con i sindacati.

Intanto prosegue il lavoro della task force presieduta da Patrizio Bianchi, il cui contributo a questo punto resta da capire come sarà acquisito proprio per la parte riguardante la sicurezza, che la bozza di report preparata per la ministra Lucia Azzolina è differenziata secondo quattro scenari, che vanno dal rischio molto basso di contagio all’alto. Una differenziazione che il protocollo non prevede. Quello di cui il protocollo assolutamente non si occupa è la nuova didattica a cui i 18 esperti della task force danno invece molto peso: gli insegnamenti del prossimo anno, non importa quale sarà lo scenario del contagio, in costanza di allerta per il Covid, dovranno essere rivisti, essere «essenziali»: meno legati all’aspetto nozionistico e proiettati verso la formazione complessiva dello studente.

La bozza di protocollo, precisa l’incipit del documento, indica regole che devono trovare concretezza nelle diverse realtà scolastiche attraverso intese anti contagio Covid che potranno prevedere anche misure più restrittive. Intesa il cui mancato rispetto determinerà la sospensione dell’attività scolastica: nulla si dice su chi si assumerà la responsabilità di decidere e di sospendere il servizio.

Il protocollo vieta gli affollamenti in prossimità dei cancelli, le entrate e le uscite dovranno avvenire per ciascun blocco di classi con almeno un quarto d’ora di distanza tra l’uno e l’altro: per grandi istituti potrebbero servire ore.

Tutti dovranno indossare mascherina, per i docenti sarà pagata dallo stato o dalla stessa scuola.

Il personale scolastico sarà sottoposto alla misurazione della temperatura con termoscanner, se ne dovrebbe occupare un dipendente adeguatamente formato, scelto dal dirigente scolastico preferibilmente tra gli addetti al primo soccorso. Rimandato a casa chi ha più di 37,5, con segnalazione all’autorità sanitaria. Per gli studenti la misurazione della temperatura ci sarà solo al bisogno. E ancora: pulizia giornaliera e sanificazione periodica di tutti gli spazi. Con la possibilità che laboratori e palestre siano riutilizzati come aule.

Ingressi scaglionati per la mensa: con i sindacati andrà chiarito, tra gli altri, il nodo che riguarda l’orario di sorveglianza da parte dei docenti. Nella scuola andrà prevista una segnaletica per evitare incontri ravvicinati nelle zone di transito.

Prevista poi la figura del medico competente a cui affidare la sorveglianza sanitaria: un servizio da dare in appalto. Per il personale che si è ammalato o che ha avuto contatti con ammalati, è previsto un colloquio con lo psicologo prima del rientro a scuola. Colloqui con professionisti, da reperire tra più istituti, sono previsti per tutti i docenti e gli studenti che hanno subito il lockdown e che hanno necessità di aiuti per tornare alla normalità. Tutto deve essere condiviso e trovare forma in un contratto integrativo per singola scuola che deve essere pronto per l’avvio del prossimo anno. Primo settembre.